Jiaonan, January 2006

July 10th, 2008

 

COMITATO D’ACCOGLIENZA
 
Arrivo in orario all’aeroporto di Qingdao, la Svizzera dell’Est, la città della birra Tsingtao, l’Hong Kong tedesca mancata. Siamo nella provincia dello Shangdong, dall’altra parte del mare Giallo c’è la Corea.
Incontro per la prima volta Dick Yi, per cui mi aspetto un cartellino scritto a mano, o meglio ancora stampato, con il mio nome sopra: sono pronto allo sguardo d’intesa, è lei? Sono io? Stretta di mano manageriale, cipiglio professionale, visibilità aeroportuale…
Come i veri uomini d’affare in business trip, insomma.
Niente.

Solo caratteri cinesi, scritti su fogli di cartone.
Esco.
Il freddo è secco, sa di Natale, mi piace. Lo sbalzo termico di dieci gradi non infastidisce.
L’aeroporto è una baby copia di quello di Shanghai, da cui sono partito stamattina presto.
Dopo poco provo a chiamare Mr Dick, che è “on his way to the airport“, “no problem
Una mezz’oretta più tardi il Nostro mi telefona chiedendomi di tracciare un dettagliato identikit di me stesso. A nulla valgono i miei sforzi per convincerlo che all’Uscita 1  non posso essere confuso con altri maschi dall’aspetto europeo (pur nella versione mediterranea). Tanto più che non c’è anima viva in giro. Niente, pretende più dettagli. “You very long, ah?”
“no, Mr Dick, I’m not long… normal…” 

In effetti vuole convincermi che all’uscita 1 è già presente il suo autista, in giacca rossa (evidentemente lui mi aspetta in cartiera). “I can’t see anyone in a red jacket”, gli contesto. Lui tace un attimo.
Poi insiste: “you see he?”

Infine mi chiede se per caso non posso raggiungere la cartiera con “my ow(n) car”, con mezzi propri…
Ieri non ha voluto inviarmi l’indirizzo scritto in caratteri cinesi perché non ce ne sarebbe stato bisogno, ma senza quello non arriverò mai a destinazione. Lo intuisco anche dallo sguardo del tassista che mi aspetta e sfumacchia, allungando i labbroni fino alla briciolina della sigaretta.
E capisco che Mr Dick non avrà la fantasia per risolvere questo impasse, se gli lascio troppa iniziativa.
Decido allora di indirizzarlo e gli dico, semplicemente e a scanso di equivoci, che “no my car, you, you you, please. Red jacket man. Thank you”.
E di fatti Mr Dick qualcosa riesce a combinare e dopo poco arriva un cinese in giacca di pelle plasticata marrone (forse /red/ era in realtà leather?) con un foglio A3 in mano solo apparentemente bianco: c’è una cifra scritta piccina a piè di pagina.
E’ il mio numero di cellulare: è l’autista della cartiera.

Arrivati sulla Volkswagen Santana d’ordinanza, l’uomo mi fa cenno di aspettare.
Dopo cinque minuti si può partire in direzione Jiaonan: è arrivato il secondo passeggero, il Signor Liu, che mi presenta il suo stropicciatissimo biglietto da visita (”Chief”).
Capo di che?
Io mi copro il capo di cenere: ho lasciato a casa i bigliettini! Secondo tutti i vademecum dell’uomo d’affari in Cina, da me avidamente letti negli ultimi 12 mesi, a questo punto i due dovrebbero fermare l’auto e picchiarmi da maledetti.

E invece niente. Al contrario, Capo Liu, per farmi sentire a mio agio, mi regala un pacchetto di “Import-A”, sigarette cinesi il cui tanfo riesce a traspirare dalla confezione sigillata.
Stampata sul pacchetto una dentatura cinese marcia.
Come John Carver nella tenda indiana capisco che dovrò fumare con Capo Liu sto calumet, ma lui fortunosamente rifiuta: si scusa, ma dormirà.
E dorme davvero, l’occhio già spento e la palpebra è ancora a metà.
Ma come fanno ad addormentarsi così facilmente?
Bene, nascondo le sigarette, mi guardo attorno, sonnecchio… sento il Chief russare pesantemente, osservo l’altarino approntato a metà cruscotto, un profumo verdazzurro al posto del Budda, il quale invece penzola dallo specchietto retrovisore insieme ad una dozzina di ninnoli. La foto di Mao giovane, in un cameo d’oro lavoratissimo, il rosario, il panda, 4 o 5 segni zodiacali tradizionali… L’autista in giacca di polimero simil-pelle è al telefono e da 10 minuti dice solo “ha, ha, ha, ha”

 
LA VISITA
 
L’ufficio Export ha sede in una doppia stanza all’interno di un edificio lungo, infilato tra altri simili che ricordano più una grande caserma che la sede di una cartiera.
Dopo poco è chiaro che con Mr Dick la conversazione sarà assai povera.
A domande di riscaldamento tipo “Where do you live, Mr Dick?”, lui risponde con un “Mr Dick!” accompagnato da un sorriso disarmante, che troverei anche tenero se la situazione fosse altra.
Con tatto, senza fargli perdere la faccia, riesco a convincere Mr Dick ad invitare il suo capo, Export Manager Wang, alla riunione: questi parla inglese.
Adesso si comunica, ma non so bene di cosa.
Sembra una chiacchiera tra persone incontratesi casualmente sul treno. Cerco in continuazione di toccare gli argomenti per i quali sono venuto qui, ma presto il tema è cambiato, o ignorato. Spesso i due prendono a parlare tra di loro, chi sa di che… se la ridono, sorseggiano il loro the. Poi tacciono, allora ci riprovo, ma loro mi sgusciano via con facilità.
Ogni tanto si presenta qualcuno con un campione delle più svariate carte, che si accumulano sul tavolo non attraggono l’attenzione dei due Managers.
La spiegazione più tecnica della giornata verte attorno ai rotoli di carta per uso sportivo. Mi spiegano che il tifoso lancia questi rotoli di carta igienica  bianca o colorata dall’alto degli spalti, creando un effetto coreografico un festoso (e lievemente lassativo).
“Maddai!”.

Ma della mia carta nessuno parla.
Chiedo di visitare lo stabilimento.
Tra decine di capannoni in 70 ettari di area, ne vediamo uno solo, ma è proprio la “continua” che mi interessa vedere.
L’ambiente è ancora più insalubre, disordinato e sporco di altre cartiere che ho già visitato nella zona. E come in altre, passeggiando dal freddo polare dei ribobinatori (a fondo macchina) verso il caldo-umido infernale della zona iniettori,  ho la sensazione che la sicurezza qui sia ancora un concetto portato avanti da pochi idealisti post-luddisti (considerando che i comunisti sono la classe dirigente).
Il macchinario tedesco non deve avere più di 10 anni, come hanno potuto ridurlo così? Va bene non fare manutenzione, ma lo devi prendere a martellate!
La carta che ne esce sembra bella.
Come può uscire questa bella carta da un pasticcio simile?

POSTER TRIDIMENSIONALE

Alle 11 e 30 Mr Wang, Mr Dick, e una signora che non si presenta mi invitano a pranzo. Una saletta privata è approntata accanto alla cucina della mensa.
L’ambiente è spartano, il micro-condizionatore non riesce a riscaldare, ma tuttavia la stanza ha una sua accoglienza semplice e contadina.
Il cibo, come conviene, è abbondante ed è possibile assaggiare tutto.
Al dodicesimo piatto i commensali attaccano a parlare dialetto Shangdongese e io posso vagare con la fantasia.

Dopo il pranzo  riesco a ottenere i campioni della carta che mi interessa e lotto per ottenere qualche scheda tecnica. Non c’è verso di far capire a Mr Dick e colleghi cosa intendo per “test” o “technical sheet”.
Spelling, spiegazione per metafore, mimi, niente.
Test! T-E-S-T!
Allora provo con il metodo maieutico.
Mi hanno portato al Laboratorio poco prima, Lab, questo lo capiscono. E io allora chiedo: “cosa fate nel laboratorio?” 
“We test the paper”
“Here we are! You see? You TEST the paper, test, T-E-S-T”
Loro ridono soddisfatti, hanno capito, e invece no..
Allora prendo Mr Dick, mi faccio portare al laboratorio e faccio il gesto di mettermi in tasca la scheda tecnica di una carta appena analizzata in laboratorio. Mi capisce, ridiamo soddisfatti, vorremmo abbracciarci, ma non conosciamo la reciproca lettura di questo gesto.
Certo i test sono per lo più inutilizzabili (i parametri standard sono diversi), alcuni sono a dir poco qualitativi, sfiorano la superstizione.
Ma tant’è, ho qualcosa su cui ragionare e i campioni da far analizzare a Lucca. Temo che non ne nascerà nulla. Il prodotto, come in tante altre cartiere e cartotecniche in questo Paese, è ottimo. Però, ancora una volta, mi domando come fanno, in queste condizioni, con queste persone. Ho l’impressione che mi facciano vedere il coniglio già nel cappello (e mi vogliono vendere il cappello).

Il mio occhio percepisce solo caos e fino a che non vedrò altro (tipo apparizione dell’aeroplano nei poster tridimensionali), non potrò combinare nulla di significativo. Forse questo è l’obbiettivo, la sfida… Far si che gli amici Cinesi diventino meno misteriosi. Fissare con occhi guerci oltre il foglio, nella speranza che appaia l’aeroplano.
Per il momento mi riescono solo gli occhi guerci, grazie alla birra sorbita a pranzo e alla stanchezza da iperstimolazione ambientale.

 
MR DICK

Mr Dick si offre di accompagnarmi a Qingdao, dove ho prenotato un albergo-grattacielo nel centro della nuova zona commerciale.
Il viaggio è lungo, due ore di tragitto, con tratti in autobus aziendale, ferry boat e taxi.
Mr Dick ha 28 anni, vive nel dormitorio, che è diventato ormai “la sua nuova fidanzata” (quanto ha divertito l’autista con questa battuta, anche io ho dovuto sbellicarmi per educazione).
Media statura, magrolino, incarnato pallido, il naso stretto e lungo, i capelli ordinatissimi attorno ad una riga poco sopra l’orecchio destro, gli occhiali grandi e impolliciati dappertutto nascondono lo sguardo buono.
Indossa il vestito grigio d’ordinanza, una camicia violetta, la cravatta verdastra con motivi floreali, la calza corta, cacciata nel mocassino, copre solo una parte della calzamaglia rosa carne che lo ripara dai venti mongoli.

E’ una brava persona Dick, sa di parlare poco l’inglese, si schernisce, ma ha passione per il suo lavoro ed è bendisposto con tutti, fin servizievole. Devo insistere per non fargli spolverare ogni sedia che sia alla portata del mio sedere. 
Dick riesce a tornare a casa quasi sempre durante le feste comandate. Casa è vicina, per gli standard cinesi, circa 200 km dalla cartiera.
E’ fortunato quindi, riesce a tornare due o tre volte all’anno.

Una volta è riuscito persino a tornare a casa per il compleanno della nonna.

 

Shenzhen, September 2005

July 10th, 2008

IL PAESE DI PESCATORI

Arrivo all’aeroporto di Shenzhen, un paio d’ore dopo la mia partenza da Shanghai. Mi aspetta Valerio.
Valerio si è fatto 600 km in macchina, questa mattina, per venirmi a trovare e per accompagnarmi a visitare la Shenzhen Cardboard Packaging Co. Lavora in una cittadina di oltre 5 milioni di abitanti, dove nessuno parla Inglese e i vicini di casa scappano come gatti se ti avvicini troppo.
E’ la mia prima visita ad un’azienda, in Cina ed è pure la prima volta che esco da Shanghai.
Da un’ora stiamo percorrendo quartieri nuovi e già fatiscenti, strade rotte, palazzacci grigi e neri colorati dai vestiti appesi tutti attorno, persone, tante persone, su ogni mezzo, popolano e movimentano tutto. Il caldo e l’umidità  alimentano odori nuovi, nauseanti. Tutti suonano la tromba della macchina, tipo festa per lo scudetto.  Ovunque sporcizia.  Macellai, pescivendoli, fruttivendoli e verdurivendoli (qui sono due figure ben distinte) tutti sistemano la merce sul marciapiede, mentre  sulla strada si affaccia ogni mezzo di fortuna: carretti, biciclette furgonate, autoarticolati, side-cars, scooter elettrici, furgoni, automobili…  mi sono estranee le regole e le consuetudini stradali, mi sembra che ognuno possa infilarsi dove c’è spazio fisico, nessuno si arrabbia con nessuno.
Eppure questa è la ricchissima Shenzhen, la prima Zona Economica Speciale (1980), villaggio di pescatori fino al 1978, conta ora 14 milioni di anime (anche lì, per noi un “villaggio di pescatori” non ha 300 mila abitanti … altre fonti parlano di 20 mila abitanti).
Ciò vuol dire che tutto è nuovo, in questa sub-provincia straordinariamente ricca. E allora mi chiedo cosa c’è nel Paese interno, come vivono gli 8/900 milioni di contadini che sognano di trasferirsi qui. Ho l’impressione che Pechino e Shanghai siano l’interfaccia per gli utenti occasionali.
 
 
CONVEVEVOLI

“Siamo arrivati”
a barra della portineria si alza, entriamo piano in una strada stretta. A destra e sinistra condomini di tre o quattro piani. Intravvedo un grande cortile interno, altri condomini dall’altra parte, più alti. Non vedo i capannoni.
Appena parcheggiata l’auto, ci vengono incontro due uomini, il primo grosso e alto, il volto tondo e gli occhi chiusi a sorridere, il secondo magro e basso, viso lungo e sorriso largo e a labbra chiuse.  Sono anche vestiti da Stanlio e Olio, eccetto la bombetta.
Valerio me li presenta, non afferro i nomi, sono il direttore commerciale e il responsabile di produzione.
Ci invitano in ufficio per il consueto the di benvenuto. Entriamo allora nella palazzina di destra e saliamo a piedi al quarto piano, dove una ventina di persone lavorano in tre grandi uffici separati da pareti di vetro.
Ci accomodiamo nella sala riunioni, in fondo, dove due divani attorno a un tavolino basso e largo costituiscono un salotto accogliente.
Una dozzina  di persone si alternano velocemente ai divanetti. Provo a capire i nomi, manco per sogno, chiedo a Valerio la loro collocazione nell’organigramma, ma neppure lui li conosce. Mi porgono a due mani il bigliettino da visita, ma dopo una decina minuti mi ritrovo con dieci bigliettini e non so già più associare nome a volto. Bisognerebbe stampare i bigliettini con la fototessera.
Ovviamente non c’è tempo per parlare di nulla, giusto le presentazioni, i convenevoli.  Un interprete si dà da fare: nessuno di loro parla inglese, noi non sappiamo una parola di Cinese (io per lo meno, ma il cinese di Valerio non sembra andare oltre il saluto,  “ni hao”).
Dopo poco arriva General Manager Zhang. Altri salamelecchi, altro the.
Finalmente arriva Export Manager Zhang (pure lui!), che parla un po’ di Inglese.
La conversazione tuttavia non decolla: non si parla di nulla. Non è un incontro classico, come sono solito avere a casa. E cioè, dopo i convenevoli  non inizia la discussione di lavoro, ma seguono altri convenevoli. Finiti questi, si formano capanelli di persone che chiacchierano tra di loro in Cinese.
Guardo l’orologio, sono le 11.10
Ho paura che a Mezzogiorno lo stabilimento si fermi per pausa pranzo, rischio di non vedere le macchine in funzione (Export Manager Zhang torna ad Hong Kong in macchina e mi darà un passaggio, ma da quel che ho capito dovremo partire subito dopo pranzo).
Dopo aver attirato l’attenzione dell’interprete, che da 10 minuti si fa i fatti suoi e chiacchiera del più e del meno insieme agli altri, chiedo di tradurre per me a General Manager Zhang:“a che ora fate la pausa pranzo?”
“lunch? You hungry?” è la risposta di Zhang.
No, grazie, non ho fame, in realtà mi piacerebbe visitare lo stabilimento ora che le macchine sono in funzione e le persone lavorano.
“hungry eh?! Ah ah ah!”
 Sinceramente no, ho fatto colazione tardi, solitamente pranzo molto più tardi, grazie, vorrei visit…
“hao, hao, hao…”
Al di là del significato letterale, la sequela di hao del general manager mette in moto il meccanismo, tutti si alzano, ripetono a loro volta “hao, hao, hao ba” , ed escono dalla sala riunioni: niente, non l’ho convinto, ufficialmente ho fame, quindi si va a mangiare!

IL BANCHETTO LUCULLIANO E ‘ACQUARIO DI MICHELE

Valerio, il direttore vendite Stanlio ed io ci mettiamo in macchina e seguiamo la carovana in direzione del ristorante.
Una decina di minuti più tardi arriviamo.
Il ristorante è uguale ai nostri ristorantini cinesi in italia! Non l’avrei detto. E però è un ristorantino enorme!
Cioè, c’è tutto, la cascata quasi-vera nel quadro, il poster del dragone, i pupazetti rossi, i ninnoli ovunque, i nastri  rossi, le campanelle d’oro, la stampa delle nuvole tra le rocce… ma il locale è grande quanto un piccolo aeroporto!
Le cameriere indossano l’abito tradizionale mancese (il qibao, il tubino cinese insomma…), con lo spacco lungo sulla gamba sinistra.
Siamo una ventina di persone. Saliamo al secondo piano, ci assegnano una sala privata. E’ un po’ caldo, chiediamo di accendere l’aria condizionata. 
Fa ancora caldo!”  Credo che la cameriera risponda qualcosa tipo “ma l’ho appena accesa, certo che fa caldo”, ma non li convince: torniamo al piano terra.
Mi guardo attorno e vedo piatti poco invitanti sui tavoli vicini. Colori pallidi, aspetti gommosi, ossa lessate…
Ci sediamo attorno ad un grande tavolo tondo. Alla sinistra del General Manager sistemano Valerio, poi me, Export Manager e tutti gli altri, probabilmente per importanza decrescente.  Valerio è per cui l’ospite d’onore, giacchè lavora nell’azienda del loro cliente più importante. Ci penso: non potrò mai capire se sono veramente interessati al mio progetto e comunque, neppure sotto tortura ammetteranno di non esserlo, essendo stato introdotto da Valerio. Dovrò capirlo da me e ripassano mentalmente i manuali letti ultimamente, i vari “sinologi in 24 ore”, che interpretano ogni impercettibile segno, ogni parola, comportamento, tic  e ti forniscono la corretta lettura.
Mentre mi interrogo, le cameriere in autoreggenti  servono gli stuzzichini freddi.
Ogni paese ha i suoi stuzzichini, immagino, ma questi veramente sembrano stuzzicare solo il rimpianto di non essersi inventati una dieta, un digiuno religioso, un’allergia totale al cibo… Nervetti svaporati, gamberetti disidratati puzzolenti, affettati grassi e pallidi, piccole porzioni animali che non sapevi esistere e una serie di piatti incomprensibili.
Io sbacchetto un po’, poi Export Manager si alza e mi invita a seguirlo: andremo a scegliere il pesce!
Ottimo, sono sollevato. Basterà indicare due gamberi, ‘na sogliolina, due polipetti… e qualcosa se magna.
Non noto subito il bancone del pesce, in effetti non c’è alcun bancone: c’è un acquario!
O meglio, tutta la parete destra dell’enorme ristorante è un acquario, ma una cosa tipo acquario di Sidney, mica l’acquario di mio fratello di quando eravamo piccoli.
Però dentro ci sono proprio i pesci di mio fratello! Un enorme acquario domestico di pesci tropicali!
Niente sogliolina, niente orata. Ma il pesce combattente (enorme)! O i pesci fosforescenti!
Persino degli enormi pesci pulitori, con la faccia piatta da pescecane… manca solo la conchiglietta che fa la bolle e il cavalluccio marino!
Panico. Sul pavimento ci sono alcune vasche di plastica, guardo dentro la prima: serpenti! O per lo meno bisciacci marini, certo non sono anguille… nella seconda ci sono dei bagarozzi neri e grossi come il pugno di un bambino che nuotano a colpi pelvici. Export Manager vuol convincermi che sono tartarughine, io conto le zampe, sei, e annuisco. Ma non amo le tartarughe, spiego.
Fortunatamente nelle altre due vasche ci sono crostacei vari e qualche seppiolina, per il resto scelga pure lei, Signor Zhang, che non conosco bene il pesce locale…
Torniamo a tavola. Mi avvicino al mio posto, brutta sorpresa: mi è stato servito un pentolone pieno di brodo marrone scuro,  dal quale spuntano quattro zampe di gallina.
Ah.
Vedo che i commensali assorbono con avidità rumorosa la brodaglia. Valerio pure la sta bevendo a cucchiaiate veloci, lo guardo e mi spiega che, da piccino, la sua nonna emiliana gli cucinava spesso il brodo con le zampe di gallina, che faceva tanto bene alla salute.
Io penso alla nonna di Valerio e bevo il mio brodo.
I brindisi continuano. Tutti a turno si alzano e propongono un gan bei (pulisci il bicchiere), un alla goccia insomma, ma per fortuna si beve solo birra e i bicchieri sono piccoli.
Le Xiao Jie (le “piccole sorelle maggiori”, le signorine…) servono in tavola una portata dopo l’altra,  conto 16 pietanze diverse, appoggiando ogni cosa sul solito centrotavolone rotante.
I piatti si avvicinano al mio posto, minacciosi e inarrestabili e Export Manager Zhang sorride e mi riempie il piatto di cibo.
Fortunatamente le signorine cambiano frequentemente  la ciotola e riesco a imboscare i pezzi peggiori sotto scarti legittimi.
I piatti anticipati da grandi cerimonie e presentazioni semi-ufficiali da parte del GM sono quelli che temo maggiormente.
Arriva l’abalone, l’enorme mollusco, una mega-cozza insipida e immasticabile. Si ricompone in bocca dopo ogni masticata, i denti non separano e sminuzzano: massaggiano.
Anche la pinna di squalo ha una consistenza simile, servita nella zuppa densa e trasparente. I larghi funghi neri, piuttosto buoni, sono sacrificati per nascondere la cartilaginosa pinna. E’ insapore e so che costa una follia: a quanto pare sono potenti afrodisiaci e questo basta e avanza. Mi guardo attorno, verso i commensali, e spero almeno nell’effetto ritardato della pinna.
Dopo il pesce combattente gigante cucinato alle spine e un pasticcio di giunture e menischi,  accolgo quasi con sollievo nel piatto una bella bistecca di lingua di manzo (che riesco ad assaggiare per la prima volta in vita mia).
Il pranzo migliora con piatti di maiale, di verdure e funghi saporiti, di manzo. Buoni, serviti verso la fine, i ravioli al vapore e i bianchi panetti con carne di maiale.
Tremendo il riso finale in brodo di gallina.
Però è finita, si può tornare in azienda.

Saluto Valerio, che deve tornare a casa. Sarei curioso di vedere dove abita. Per me questo è un tuffo nella Cina “profonda”, e lui invece si è fatto 600 km di strada per uscire dal paesello e farsi sto tuffo di civiltà.
 

LOFT A CONTRARIO

Tornati in sede, chiedo di visitare i capannoni.
Scendiamo dalla palazzina uffici, passiamo per un cortile interno, sul quale si affacciano due condomini. Sono gli alloggi dei lavoratori. Hanno l’aria di essere densamente popolati, i panni sono appesi ovunque e non vedo i bocchettoni dell’aria condizionata.
Entriamo in un magazzino pieno di tessuti ricamati e parti in plastica per giocattoli. Mi spiegano che l’azienda non fa solo scatole ed espositori di cartone.
Usciamo subito dal magazzino per entrare in un altro grande cortile, con altri condomini, un po’ più bassi, tutt’attorno.
Entriamo da una piccola porta di legno, saliamo due rampe di strette scale, inizia la visita.
In effetti , la produzione è organizzata all’interno di appartamenti, non in capannoni!
Ovunque persone indaffarate, soprattutto donne, chine attorno a tavoloni pieni di scatole e fogli di cartone, piegano, incollano, legano, graffettano…
Ci sono pochi macchinari, giusto per le lavorazioni necessarie (la produzione del cartone, la stampa…).
Ovunque un disordine incredibile.  Bancali di semilavorati, rifiuti della mensa, rifili di carta, scatole pronte per la consegna, latte di inchiostro…
Le scatole sono stampate bene, sono incollate a mano in modo preciso… e mi chiedo come sia possibile ottenere un prodotto buono in un tale caos.
Provo a chiedere spiegazioni a Responsabile di Stabilimento Olio. Non sa niente.  Una incollatrice automatica di fabbricazione tedesca è impacchettata e funge da lungo tavolone sopra il quale le donne incollano a mano. Chiedo al direttore di stabilimento come mai non viene utilizzata.
Lui mi risponde che quella non è un’incollatrice, ma un macchinario per la lavorazione della plastica, per cui a loro non serve…
Gli appartamenti sono disposti su diversi piani, non vedo montacarichi, ma solo un paio di ascensori normali, non riesco veramente a capire come la cosa possa funzionare.

 
NON CI CAPISCO

Torniamo in ufficio, la speranza è di poter parlare dei progetti per i quali, in teoria, sono venuto fin qui.
Niente, non riesco, tutti sono fuggenti, l’interprete è sempre più svogliato, fuma e chiacchiera con il responsabile di stabilimento. Dopo poco il general manager si scusa, ma deve proprio andare!
Mi guardo attorno, non c’è neppure l’export manager, ci sono solo visi sconosciuti, nessuno parla inglese, ognuno parla con il vicino, fuma e mangia mandarini.
Dopo un altro quarto d’ora, rientra in ufficio Export Manager: si parte per Hong Kong!
Mi viene da piangere. Sono venuto da Shanghai per parlare con queste persone, e non sono riuscito neppure a intavolare l’argomento. Cerco di ricordale se il Sinologo in 24 ore può darmi una mano… Il senso comune europeo mi suggerisce che, quanto meno, hanno progetti più urgenti del mio in ballo.
All’uscita, il General Manager esce chi sa da dove e viene a salutarmi: “la prossima volta ti fermi a dormire qui e parliamo!”
Ma non potevamo parlare sta volta? Mi piglia in giro o veramente vuole iniziare a discutere seriamente al prossimo eventuale incontro?
Vabbè, per lo meno ho fatto la mia prima visita in uno stabilimento Cinese… e poi i contatti ormai, ci sono… mi basta coltivarli!
Inizio allora a coltivare il contatto, riscaldando un po’ la conversazione con Export Manager, mentre l’autista ci guida attraverso gli immensi sobborghi della città.
“Mr Zhang, where are you from?”, inizio per scaldare un po’ l’atmosfera. Secondo me è di Hong Kong, o per lo meno ci abita da tempo…
” Where am I from?”
“Yes”
“Now?”
“no, I mean, are you from Shenzhen or from Hong Kong?”
“From Shenzhen to Hong Kong!”
“mm… yes, we’re going to Hong Kong… but… where do you live?” almeno sapere dove abita… e poi mica posso mollare così, nell’imbarazzo…
“I live?”
“yes, Mr Zhang… do you live here or in Hong Kong?”
“Here? No, here only industries, no home”
“Well, I don’t mean right here, in this area, I mean Shenzhen!”
“Yes, this Shenzhen, then Hong Kong, one hour after”
Faccio ancora diversi tentativi, poi getto la spugna.

Guardo fuori dal finestrino, questa zona della città è bella. Palazzi con senso architettonico, grattacieli simili a quelli di Shanghai, mi sembra di intravvedere qualche spazio verde.
Mr Zhang non capisce o non vuole dirmi di dove è, per motivi suoi?
E’ possibile che un direttore di stabilimento non riconosca l’incollatrice automatica, e la scambia per chi sa quale estrusore plastico? E’ possibile che io non sia riuscito a spiegare loro che non avevo fame, ma volevo solo visitare lo stabilimento prima della pausa pranzo?
Non capisco se non capiscono o se non capisco io che loro capiscono…
Non capisco neppure più che cosa devo capire.
La logica con la quale categorizzi, interpreti,  prevedi, il metodo col quale giudichi e decidi, il buon senso, l’istinto…
Ho l’impressione che, dopo una giornata passata in compagnia di manager cinesi, ti rimanga solo un senso di ubriacatura, di spaesamento. L’illuminante consapevolezza di non capirci niente!
Credo che nulla apra di più la testa, nulla sia più stimolante, eccitante, energetico.
Ancora grattacieli. Mi chiedo dove siano finiti i pescatori del villaggio di pescatori. Altro che via Gluck.
E per la prima volta mi passa per la testa un’idea assurda: e se provassi a starci un po’, in Cina?!
Nooo…