Il mimo di Padron Hu

July 24th, 2010

Prendo oggi possesso del mio nuovo appartamento. La mia nuova casa.
Non immaginatevi un gran trasloco: libri, Pokemon e animaletti sono tutti in Italia, non servono gru né impresine di facchinaggio. Il taxi con il quale arrivo al condominio di Xinle Road è comunque pieno di valige e sacchi di polipropilene gravidi di ogni bene e mercanzia. Vestiti alla moda, quaderni fitti di appunti –che definirei codici se non fossi tanto modesto-, gattini d’oro che salutano, oggetti di arredo e arte moderna, un tappeto di finto bufalino tibetano, l’Intellevision del 1984, un lettore di DVD, la teca del geco da compagnia e così via.
Le braccia sono due, le spalle pure, con la gamba destra spingo la settima valigia. Nel farlo emetto gemiti da partoriente, ma questo non basta ad intenerire la guardia condominiale o il portinaio, che mi stanno guardando apparentemente senza sospetto né commozione. Abbozzo un saluto: “Nimen hao!”
Niente. Risaluto, sorrido con gli occhi, nessun risultato evidente.
Ammetto che il sorriso d’occhi, mentre sto spostando una colonna d’Ercole, potrebbe essere stato poco più che un ghigno da pazzo, ma il “buongiorno a voi” è stato scandito con dizione da scuola di Mandarino, “the spring-roll is on the table”.
Faccio qualche viaggio per scalare i 7 gradini che mi conducono all’atrio del condominio. Ricchezza di polimeri marmorei, compensati d’alabastro, vasi ming. Sulla sinistra la buia postazione del portinaio, di fronte la parete con benemerenze incorniciate che promettono di entrare in un condominio modello. Sulla destra, la porta d’accesso al corridoio degli ascensori, da sbloccare digitando un codice numerico. Digito come mi è stato spiegato: 1,2,3,4. Non funziona, la porta rimane chiusa. Grazie a questo piccolo incidente attiro l’attenzione della guardia e del portinaio, che mi dicono: “l’hai sbagliato!”
Per lo meno li ho fatti ridere un po’. Non mi comunicano il codice corretto: citofono per farmi aprire da Mr Hu, il facente funzione padrone di casa (il vero padrone di casa, latifondista immobiliare, si starà forse godendo la vita in qualche karaoke o sulla riva di un lago artificiale).

Mr Hu mi attende al dodicesimo piano, appartamento 5. Con questi c’è anche una signora che sta rassettando, un operaio che martella il divano e un giovane hacker che setta la televisione.
Padrone Hu mi consegnerà le chiavi, ufficializzando così l’inizio del domicilio, ma prima mi deve introdurre ai misteri della casa. Per qualche motivo sul quale non mi voglio interrogare, oggi Padrone Hu fa il sordo muto (mi scuso se non uso l’eufemismo). Ieri abbiamo parlato in “Cinese”. Certo, ho dovuto aiutarmi con un po’ di mimica e vignette disegnate al momento, ma in teoria si è parlato per un paio d’ore, definendo i dettagli del contratto, le minuzie delle clausole. Oggi invece Mr Hu dà per scontato che non parlo una parola di Mandarino e mi regala lo spettacolo indimenticabile del mimo Shanghainese. Gli amici cinesi non sono soliti farsi aiutare dai gesti, per favorire la comunicazione. Padron Hu invece inizia uno spettacolo che, avessi un maggior fiuto per gli affari, avrei dovuto riprendere con la videocamera. Inizia dalla stanza più lontana: mi fa cenno di seguirlo indicandomi un immaginario sentiero che ci conduce alla camera da letto. Accende l’aria condizionata -unica fonte di riscaldamento, perché in teoria Shanghai è al sud, e anche se d’inverno si va sotto zero, il governo stabilì decenni fa che al sud fa caldo: niente termosifoni-. Si avvicina al bocchettone saltando, allunga il braccio per sentire la temperatura, incita a fare lo stesso ripetendo il gesto con teatralità. Mi avvicino, l’aria è calda, effettivamente. Mi indica il letto: mima il riposo, raccogliendo le due mani sotto la guancia destra, reclina la testa e assume un’aria da angioletto che dorme. Indica poi i comodini e gli armadi. Apre ogni cassetto ed emette un suono per ogni movimento. Mima la massaia che piega una maglia e la ripone al suo posto.
Passiamo al bagno. Apre la doccia, accende il ventilatore, le luci, tira l’acqua del water, apre i cassetti… e poi, mi volto nella speranza di non essere il solo a godermi tutto ciò, si specchia e fa il gesto d’imbellettarsi. Si gira, si sistema il riporto, cerca il profilo migliore roteando gli occhi verso il lato sinistro, infine tira fuori la lingua per controllarne il colore: lo specchio, capisci?
Finalmente si può andare nello studio. Accende il lettore di CD, non funziona, panico. Gli spiego che non si sente nulla solo perché manca il disco, si tranquillizza immediatamente. Riprova con la radio: funziona! Mi indica orgogliosamente l’antennina di plastica che ha attaccato al muro, a due metri di altezza, per intercettare le radio locali. Siede alla scrivania e si mette a scrivere per finta. “Scrivere!” la prima parola in cinese da quando sono entrato.
Seconda camera. La dimostrazione del divano letto è troppo lunga anche per la paziente disponibilità dei miei lettori, vi basti sapere che ad un certo punto ho veramente pensato che Padron Hu si fosse assopito, con scarpe e tutto, nella posizione fetale.
“Benissimo!”urla all’improvviso la seconda parola: il finto assopirsi faceva parte della recita. Secondo me ha il mal di schiena, intuisco qualche scossa cervicale: d’altronde il divano ha il profilo di una hamaka, è fatto per schiene pre-adolescenziali.
Passiamo al salotto. Padron Hu ha ascoltato una mia precedente richiesta, sostituendo un televisore a tubo catodico in bianco e nero con uno schermo al plasma, un Panasonic di 42 pollici. Il giovane hacker l’ha collegato ad un mangia-cassette VHS . Mi mostra molti dei 19 canali della CCTV (la RAI Cinese). Zapping su film in costume, accenna ad una mossa di kong fu.
Finalmente la cucina. Qui il Nostro dà il meglio di sé. Accende l’acqua calda. Tiene la mano sotto il getto fino a che non raggiunge la giusta temperatura, poi mi invita a controllare: è da ustione! Come può tenere la mano ferma là sotto? Poi passa a forno e fornelli. Mi fa infilare la mano ancora fumante nel fornetto, poi mi invita a passare il palmo sul fuoco dei fornelli. Effettivamente il fuoco è caldo. Inizia poi ad aprire ogni sportello e dà una dimostrazione d’uso per ogni singolo attrezzo da cucina. Al momento dei bicchieri inscena la finta bevuta : a testa alta e braccio quasi disteso sopra di essa, labbra a cuore, prende a fare un verso rumorosissimo e risucchiante, come a sorbire una zuppa calda. Il verso, di timbro potente, è tenuto per circa trenta secondi d’orologio. In apnea, roba professionale. Quando finisce, è rosso paonazzo, come avesse veramente tracannato una bottiglia di grappa al riso, e contento come un bambino. Credo si sia ubriacato.
Siamo ora pronti per la cerimonia della consegna delle chiavi.
Credo di essermi già affezionato al mio facente funzione padrone di casa, padron Hu.

Insidie ferro-tranviarie

June 13th, 2010

Il viaggio per via ferroviaria è l’incubo dell’espatriato in Cina. Una paura apparentemente ingiustificata, perché  altri sono i posti oggettivamente minacciosi: taxi, ristoranti, sistemi elettrici delle abitazioni private, strisce pedonali ed altro ancora. Ma tant’è, lo straniero evita ad ogni costo treni e stazioni, prendendo piuttosto brevi voli costosissimi su trabiccoli più simili all’ornitottero di Leonardo da Vinci che a moderni aeroplani.

Eppure la Cina è all’avanguardia ferrotranviaria, nuove linee ad alta velocità sorgono nell’intervallo tra due proteste nostrane sulla Tav, i treni a levitazione magnetica ti lanciano a 431km/h (una volta mettendoci a uovo toccammo i 433), ci sono cuccette lussuose e stazioni organizzatissime, i convogli partono in orario e i prezzi sono imbattibili. E allora perché la diffidenza, l’antipatia?

Questo dipende da due fattori: l’atto dell’acquisto del biglietto e l’imprevedibilità del viaggio.

Certo l’espatriato con impanatura linguistica seria riesce sovente nell’impresa. Prova anzi la soddisfazione, nel comprare il biglietto e portare avanti l’avventura ferroviaria, di chi ce l’ha fatta, nella vita e nella sinologia. È infatti l’acquisto del biglietto del treno lo scoglio più duro per chi si cimenta nello studio del  Mandarino, non la comprensione degli spettacoli televisivi, la dissertazione tecnica o il bisticcio amoroso, come in altre lingue straniere.

Partiamo dalla prima insidia: l’acquisto del biglietto. Qui nessuno ti può tirare fuori dai guai. Sei tu, solo in un ordito di code irregolari e ti devi guadagnare l’avanzamento verso uno degli sportelli blindati con vetri antiproiettile che spacciano biglietti verso ogni destinazione.

Mi riservo di scrivere presto un’analisi comparata delle code Cinesi e Italiche. Per il momento il lettore si limiti a credere che affrontare i contendenti di coda, il lunedì mattina in qualsiasi stazione dei treni, è tendenzialmente uno sport individuale violento che dovrebbe a mio giudizio essere regolato in categorie di peso o di cintura. E dopo lo sforzo psicofisico per guadagnare la biglietteria, il bello deve ancora arrivare: in qualche modo devi comprare un biglietto simile a quello che ti serve. Quando arrivi davanti allo sportello, la sala della biglietteria diventa improvvisamente silenziosa. L’assordante attività di centinaia di accodati si ferma in un attimo: tutti devono sentire dove va il lao wai, lo straniero! In che lingua si esprimerà? Quale sarà la sua destinazione, forse le Americhe? Avrà una voce come tutti noi o comunicherà ipnotizzando il bigliettaio, come gli extra terrestri seri? L’impiegato di cassa mi sta guardando dall’altra parte dello vetro antiscasso. Non c’è espressione nei suoi occhi, è pronto alla battaglia, braccia larghe sui fianchi e mano vicina al mouse come in uno spaghetti-western. Pronunzio le prime parole, “io voglio” (che il cinese non si perde in tante inutili forme di cortesia) e riprende il baccano. Un capannello di curiosi alla cinese si è infatti formato tutto attorno a me. Non dietro di me, ma tutto attorno a me, a 359 gradi: rimane giusto lo scorcio per  intravvedere l’occhio cattivamente scaltro del bigliettaio di fronte a me. Tutti stanno dicendo la loro. C’è grande eccitazione nell’aria. Chi urla “Lui parla”, altri “Staniero! Straniero!”, c’è chi mi chiede “Dove vai? Quando vuoi partire?”, tutti ridono o esultano.

A fatica riesco a completare la frase mandata a memoria durante la coda, ma non sono convinto che il bigliettaio abbia capito. L’occhio scaltro si è fatto ora sornione, soddisfatto, fintamente bonaccione. Bigliettaio mi sta dicendo qualcosa, forse ripete la comanda.

Ma solo un filo di gracchiante rumore arriva alla mia parte di mondo, oltre il vetro. Un microfono dovrebbe trasferire il suo verbo, ma il sistema acustico è a dir poco rudimentale: un cornetto di carta davanti alla bocca sarebbe più efficace.

La disfatta è in agguato dietro ogni frase scambiata con il maestro bigliettaio. Basta una parola sbagliata, è sufficiente che egli abbia motivo di dubitare delle mie capacità linguistiche, o ritenga per qualche motivo di avere risposto a tutte le mie domande e che il dialogo sia concluso, e non c’è nulla da fare.

Per motivi ignoti il bigliettaio potrebbe offendersi, o perdere la pazienza, o ritenere che l’aspirante viaggiatore non dovrebbe proprio partire, e il gioco è fatto. L’impiegato integerrimo smetterà di parlarti, di guardarti, cesserai di esistere. Gli altri accodati, per non far perdere la faccia né a te né al bigliettaio, fingeranno di non vedere, di non capire, e diventerai invisibile agli occhi di tutti. Ti tocca fare la coda da capo, o presentarti direttamente ad un altro sportello, nessuno protesterà. Ma dentro si sarà rotto qualcosa. Per il momento sta andando tutto relativamente bene, continuo a dire “chiedo aiutami” (formula utilissima per chi volesse viaggiare in Cina), gli ripeto destinazione ed orario, ma lui mi sta chiedendo altro. Temo mi stia interrogando sul tipo di treno, la classe all’interno di quest’ultimo, se voglio stare in piedi o un posto a sedere. Questa è la parte più pericolosa. Se capiti nel treno sbagliato, il viaggio è impossibile anche per il backpacker integralista fresco di Thomas Mann e fidanzata norvegese. Non importa tanto la classe, dove la differenza consiste per lo più nello spazio. Pazienza se ti fai 4 ore in piedi, stipato tra compagni di viaggio che sbadigliano molto rumorosamente. La situazione visiva e igenico-olfattiva di certi treni e carrozze non è descrivibile nei limiti di un linguaggio decente e attento alle diverse sensibilità del lettore di codesto blog.

Rimane poi il rispetto per le persone che effettivamente utilizzano quei convogli, magari una volta in vita loro, per abbandonare case e famiglie, lasciate in una campagna a centinaia di chilometri di distanza. Certamente la maggior parte dei treni in partenza dalle grandi città sono nuovi, efficienti, addirittura belli, seppur mai inodori. Ogni anno le destinazioni si avvicinano, i treni sono rinnovati, le stazioni ristrutturate.

La stazione Sud di Shanghai meriterebbe una lettera apologetica con uno spazio suo. Ma l’incognito, il rischio, l’imprevisto, i pericoli della coda e la tensione dell’acquisto del biglietto rendono a tutt’oggi il viaggio in treno qualcosa di fruibile a pochi iniziati.

Con il biglietto in mano, attendo timoroso il mio turno. L’altoparlante chiama l’uscita A7, il cancello si apre e noi viaggiatori ci lasciamo trascinare dalla folla che conduce al treno. Anche oggi ho avuto fortuna. Non ho posto a sedere, ma la bella vettura di seconda classe fa parte di un convoglio di pendolari urbanizzati. Dopo poco un ragazzotto sorridente mi fa cenno di avvicinarsi. Sculetta verso i due vicini di poltrona e mi fa sedere accanto a lui. Pochi minuti e si addormenterà poggiando il capoccione sulla mia spalla.

Si addormentano come bimbetti, a queste latitudini: sarà mica la dieta locale, che prevede spesso un’impepata di cartilagini suine all’aglio per prima colazione? Ne giova forse il rallentamento del metabolismo, ma non certo la freschezza dell’alitosi. Eppure come fai a respingere chi si è fatto stretto stretto per farti sedere? Impossibili dilemmi umani che maturano o consumano l’espatriato in Cina.

 

Park Life

April 26th, 2010

La delusione nei confronti del Maestro di tai chi chuan (taiji chuan) della mia nuova palestra, di cui scriverò in una prossima lettera, mi spinge a cercare il mio guru di arti marziali nel posto appropriato: il parchetto pubblico più vicino a casa.

Al parchetto pubblico le attività ludico sportive si svolgono per lo più attorno alle 6 mattino.

Se ti presenti alle sette i giochi sono fatti; i gruppi di allenamento sciolti, gli anziani lasciano spazio a giovani tiratardi che si allenano all’americana, correndo attorno al parco.

Sono le 5 e 57 del mattino e mi presento all’entrata del parchetto.

Come supponevo, le attività brulicano. La strada principale, che dal cancello conduce alla pagodina di pietra nel centro del parco, è percorsa da decine di avventori. Stanno camminando all’indietro; alcuni accennano persino ad una corsetta. Questa disciplina riporta l’equilibrio tra i flussi energetici yin e yang all’interno dell’organismo e dissoda i glutei.

Mi sento un po’ in imbarazzo per via della mia attrezzatura da ginnasta professionale. Scarpe, praticamente a levitazione magnetica. Tuta originale della squadra olimpica svedese. Biancheria intima Nasa, magliettina della salute da alpino sul K2. Microfibre, polcotton, wintex, antimicrobial.

Gli altri parchigiani sono vestiti da tempo libero: jeans, giacche a vento, berretti e sciarpe, qualcuno è in pigiama e mocassino . Polietilene, pelle polimerica, lana grezza, gomma.

Sento gli occhi puntati su di me, leggo aspettativa.

Sgranchisco il collo come un pugile nervoso e mi metto al piccolo trotto, direzione pagodino.

Qui mi fermo per fare stretching. Una donna pratica eleganti figure di taiji jian con spada e due giovani danzatori, due tangueros, le volteggiano attorno.  E’ una coreografia degna del miglior Sergio Japino. Per un attimo mi sembra di vedere la Raffaella Carrà che esce dal pagodino e fa la mossa dello svenimento (i più giovani sbobinino le teche RAI perché merita).

Spengo la TV e noto una staccionata di ferro sulla quale alcuni atleti stanno facendo esercizi di allungamento. In realtà si tratta di un gruppo di ottuagenarie che alzano la gamba a 170 gradi.

Leggermente turbato, mi sposto di qualche metro.

Mi fermo un attimo ad osservare due donne che stanno praticando una disciplina a me ignota. Sistemate vicino a due alti pioppi, battono i palmi delle mani sul tronco. Una di loro sospende lo schiaffeggio e prende a girare attorno alla pianta con aria da posseduta.  Mi vien da pensare al sacro albero dei Na’vi, in Avatar

Proseguo, alla ricerca del mio guru.

Raggiungo una piccola porzione di parco cinta da siepi, dove alcuni studenti ripetono la lezione ad alta voce e un gruppo di uomini fa stretching. Una coppia di atleti ha scelto questo angusto spazio per esercitarsi al badminton. Devono continuamente recuperare il volano tra le gambe degli studenti. L’amore per lo sport ben si concilia con la passione cinese per gli spazi affollati.

Superata la siepe, trovo finalmente il primo gruppo di praticanti di tai chi. Sono disposti in largo cerchio attorno al prato principale del parchetto.

Mi dispongo tra due anziane che mi guardano senza espressione. Ricambio. Saluto. Non rispondono.

Stanno facendo esercizi preparatori. Sembra il Gioca Jouer. Salutare, spray, campana, autostop… Ci sono mosse non previste neppure da Cecchetto: remare, sborsare, spinta, mandare al diavolo ed altri ancora.

Superman!

Non capisco chi guida, all’interno del gruppo. Cerco di seguire le due vecchiette vicine, ma è sempre più difficile.

Finalmente chiedo alla più giovane, quella senza gobba, se può aiutarmi.

Paziente ma dura, come ti aspetti da un maestro orientale, mi corregge posture e movimenti. Mi sento come un multi fratturato alla prima sessione di fisioterapia. Le giunture emettono rumori preoccupanti, i muscoli sono tirati fino allo strappo, il viso solcato da smorfie di paurosa fatica. Non basta ripetere a me stesso che non fa male: non riesco a imitare correttamente le figure delle anziane.

Decido comunque che neppure la settantenne ha il physic du role per diventare il mio prossimo guru di arti marziali. Fingo l’acutizzarsi di un dolore pregresso al ginocchio e mi allontano senz’altro, farfugliando qualcosa alla maestra.

Zoppico finché sono sicuro di essere oltre il campo visivo delle miopi anziane, supero una casetta per gli attrezzi e lo vedo: il mio futuro maestro di tai chi. Sta compiendo figure elegantissime, mima calci al rallentatore, traccia cerchi con le braccia e respira profondamente.

Cinquant’anni circa, magrolino e dignitoso, l’espressione austera di chi è in aria di illuminazione.

Mi avvicino, si ferma. Prende la sua borraccia del tè e scappa. Un altro cerbiattuomo da addomesticare?

Lo seguo a distanza per tutto il parco, senza farmi notare. Ripassiamo per il grande cerchio delle anziane, l’aula del badminton e il pagodino dei tanghero armati.

Imbocco la strada d’ingresso, deciso a tornare a casa con le pive nel sacco, quando noto un uomo chino in avanti, che con un lungo pennello sta disegnando sul pavimento. 

Mi avvicino per guardare meglio: sta scrivendo. L’uomo pratica l’antica arte della calligrafia, usa l’acqua a mo’ di inchiostro.

La scrittura è sicura, veloce, i caratteri netti e continui, non stacca quasi mai il pennello dal pavimento. Scrive una poesia, credo. In colonne, dall’altro in basso e da destra a sinistra.

Finita la prima strofa, il primo carattere in alto a destra inizia a scomparire, l’acqua sta evaporando.

Il vecchio calligrafo osserva per un attimo la sua composizione, poi si sposta e inizia la seconda strofa. Gli chiedo se può leggere quanto ha scritto.

Finisce di scrivere la seconda strofa e poi legge. Non capisco nulla, però sono rapito dalla recitazione. Gli chiedo il perché dell’acqua, temendo che sia solo una questione di decoro pubblico. Mi stupisce parlandomi dell’effimerità del bello. O almeno credo. Mi dice: “guardo, mi piace? non c’è già più: sì, mi piaceva”. Vuole dirmi di più, ma lo perdo, credo stia parlando dell’oggettività dell’arte. Mi prende per la giacca e mi strattona verso il lato opposto della strofa, ma da qui non si può leggere nulla. La luce che arriva da sud-est fa sì che i caratteri siano leggibili solo da due lati.

Credo mi stia spiegando in questo modo che il bello è soggettivo in quanto dipende dalla persona che guarda, ma la soggettività non sta solo nella testa dell’osservatore, ma anche nella sua posizione oggettiva, cioè nella sua collocazione ambientale e quindi culturale.

O forse vuole solo che mi tolga di mezzo, che stavo in piedi in mezzo alla terza strofa? E’ più verosimile.

Me ne vado sorridendo. Oggi non ho trovato il mio guru di tai chi, ma in compenso un calligrafo mi ha dato una lezione di estetica.

Le due anziane praticanti di tai chi, improvvisamente apparse di fronte a me, mi ghiacciano il sorriso sul volto: osservano la mia camminata sicura. Hanno l’espressione di chi ti sta per chiedere: “Perché non claudichi?”

Il sorriso si è fatto maschera grottesca di simulato dolore, mi rimetto a zoppicare, emetto un paio di gemiti come chi ha avuto un’improvvisa ricaduta ed esco senza guardarmi indietro.

 

the Unfortunate Event that Gave Me the Chance to Learn More about the Condominium ‘Old Western Gate’

January 4th, 2010

Pulce the Kittie is missing: not even the sound of her shrimp dry food, shaken in her bowl, drags her back home. The unfortunate event gives me the chance to learn more deeply about the geography, the dynamics and the soul of the condominium Old Western Gate.

Condominium where I’ve been living for two years.

Orange block of twelve floors, Romanesque in its stable posture with low centre of mass, richly furnished of balconies and precociously grown old, was built in the late 90s to welcome the new booming Chinese middle class. Biodegradable building materials, the anarchic maintenance of the structure, Tibet Road’s pollution and possibly a serious depression of the architect, all give it the charm of an old Sicilian palace proudly fallen in decay.

 

My state of business man of the Province with no nose for business and specialized in low and lowest gross margin niche markets grants me the unique possibility to live in a native environment, unspoiled by the presence of European and American expats nor by the luxuries of Japanese architectural firm.

 

I finally have the excuse to talk with the doorman, the doorwoman, actually,  to whom I hadn’t managed to extort more than a grant and the occasional raise of her right eyebrow, in the last two years.

She’s explaining to me that the cat was probably been eaten.

They like eat cat meat”

Unsettled by the way she whispers they (but they who, I wonder), worried about the destiny of my beloved kitty and above all intrigued by the possibility that at 9 o’clock of Sunday morning somebody might have hunted, cooked and eaten a feline for breakfast, I obtain to be escorted by a guardian through the whole  apartment house.

Looking for the Truth.

 

The guardian takes seriously the task assigned by the inflexible doorwoman and he shows up with a huge ring of keys. We’ll be knocking at every door, we’ll enter into each office, boiler room, unrented apartment and attic of the building.

We start from the last floor, going down.

I doubt that the cat is precipitated from the sixth floor (where I live) to the twelfth, but there we are, Guardian  explains to me that cats climb.

 

By the eighth floor I have already learnt a lot. First of all about the apartment house life.

Each floor is a world in itself, has an attitude. There are posh floors, with big golden plate door handles; modern and juvenile floors, where  the apartments, doors opened and high volume music, give the corridors an atmosphere of Latin Quarter;  socialist floors, rich of traditional iconography, proudly stark and Spartan; gastronomic ones, where tofu and squids are deep fried, so that the smell of multi-fried oil can make the floor tenants’ hair nice and fluorescent.

I also find out that the blinking neon tubes that enlighten some corridors seem to be set for a thriller movie.

The corollary being, the more fetid and chaotic the corridors, the more opulent and spotless the apartments overlooking them.

Common spaces  tend to be gobbled up and colonized by the neighboring landlords. Corridors, stairs and common balconies are occupied by closets, clothes horses and big bags full of items destined to wholesaling  and detailing.  

Finally, the corridors are employed as promenade (people walks backwards, according to a local tradition), cycle tracks, squares for conversation and conviviality and training rooms for the ancient practices of tai chi and skate board.

 

I delve into issues of sociological and anthropological interest.

The landlords are torn between the comprehensible fear of the bearded foreigner and the instinct for well known Chinese hospitability.  I’m immediately invited to “enter, sit down, drink some tea” (thousand-year formula of welcome), but the hosts use with me the same care that should be normally taken when you give reception to a tiger in your lounge room. Any contact with babies and elderly relatives is forbidden.

The tenants, instead of simply collaborating with the search of the kitty and denying any meeting with the latter, instinctively fend and show every corner of their house. They open closets, cupboards, storage rooms that could function as hiding places or storeroom for feline meat, to demonstrate their non involvement on all counts .

Broken the ice, they don’t miss the chance to interview the foreign visitor about the minutiae of his social and personal life, from the habits of the Italian pet animals to the salary and the true reasons of my belated celibacy.

 

The guardian, normally at humble and devoted service of the land lords and their whim, has now a resolute and military attitude, in his new role of detective. Role which is fully acknowledged by the searched land lords. This reminds me that somebody’s status, here, even when temporary and changeable, is the strong base for  power relations  and momentary hierarchies. I have a feeling that if I put myself in the middle of People Square and got to blow in a whistle, the upcoming drivers would stop and do as I say.

 

I have also found out the we don’t necessarily share with our Chinese friends the same trends on interior design. They certainly must feel the same dismayed bewilderment when they notice our feng shui disasters as much as  we marvel in front of their fantasy about trimmings and their grandeur with regard to marbles, grimly dark woods and dazzling lacquers.

The guardian is a fan of Brescia Calcio and Roberto Baggio.

 

I finally discover that the building hides a second set of lifts, a sun thermal power station and a small dumping ground, not necessarily authorized.

 

Pulce the Cat was precipitated from some balustrade of the sixth floor to the  offices’ balcony on the second floor, therefore hidden under a stack of cathode ray tube televisions of brand GuLunDi. Nothing to do with Grundig, as I am told. I found her after ten floors of search, a dozen cups of tea, one large steamed dim sum and a moon cake out of season.

 

They have not, in facts, cooked nor eaten Pulce, this is very important and pacifies me at once with my dear and hospitable neighbours.

Quinta Metà: the State of the Chinese Motorbike Industry and the Search with No Warrant

November 15th, 2009

 

Arriviamo a Cangnan verso le 10.50, riesco a rimandare il pranzo.

In azienda, Justin mi ripete per l’ennesima volta che adesso sono diventati un “gruppo”.

Indica orgoglioso i due enormi caratteri blu che campeggiano sopra la palazzina degli uffici: gruppo!

Nell’entrare mi spiega che hanno anche diversificato leggermente la produzione.

“e cosa fate ora, quali tipi di packaging?”

“facciamo auto!”

“auto?”

“sì, automobili e scooter elettrici”

E mi mostra una specie di pulmino di Gardaland che effettivamente ricorda un’automobile. Istintivamente allontano lo sguardo e cerco subito di dimenticare quanto ho visto.

Alla sinistra c’è una galleria illuminata da neon bianchi, vetrate sull’esterno, dove sono parcheggiati una dozzina di scooter.

La loro produzione.

Sembrano già vecchi. Come i neonati maschi gallesi, che paiono già rugbisti calvi di mezza età, rimpiccioliti nel fisico per esigenze sceniche e sistemati alla meglio in una culla col doppio fondo.

Questi scooter somigliano proprio a quei bimbetti gallesi, ma addobbati a Capodanno Cinese: luci, faretti, leds e occhi di bue sono sparpagliati sull’intero veicolo, apparentemente a casaccio.  Mancano solo i fuochi dell’artifizio.

Gli abbinamenti dei colori (ogni scooter vanta quattro o cinque diverse tonalité) sono al di là della mia percezione oculistica, non li capisco. I nervi ottici mi provocano un momentaneo daltonismo, forse per istinto naturale di sopravvivenza e adattamento.

Un tubo di uranio impoverito galvanizzato segue l’intero perimetro del motorino fungendo da paraurti. Intercetta ogni tipo di urto, a proteggere l’autista, il passeggero, finanche il passeggero dall’autista e viceversa. Non riesci neppure a dare un buffetto alla ragazza seduta dietro di te, che certamente ti incarti in un pezzo di paraurti e rischi pure di farti male.

La vera funzione di questo scudo protettivo in effetti, a mio modesto giudizio, non è la sicurezza: esso è fintamente difensivo, essendo utilizzato più che altro a scopi di intrusione e offesa. Il pilota cinese, me l’immagino completamente inespressivo, viso di balsa  e occhio inquietante, mentre si fa largo nel traffico e minaccia, forse scorna, tampona o sperona l’avversario stradale.

Le ruote sembrano più piccole del dovuto, non ne sono certo, ma la fantasia non può che correre al crostaceo macrocefalo dalle zampette corte che a volte ti sorride triste da un acquario del ristorante cinese di Provincia.

I sedili sono rivestiti di pelle finta-plastica (che il brutto sembra essere ricercato, come un’operazione di marketing mirata all’enorme nicchia che si vuole aggredire: il consumatore cinese spaventato dal bello).

Lo scooter ammiraglia sfoggia invece un sedile di una certa eleganza: qui è stata utilizzata una plastica finta-pelle. Pelle squamata.

In natura esiste un animale grigio-verde con grosse squame ovulari? E i due caratteri del brand in rilievo. Oltre al dragone, intendo.

I tappetelli poggiapiedi sono arricchiti con eleganti figure serigrafate a motivi faunistici, mitologici e floreali.

La scocca dei motoveicoli si spinge aerodinamica in avanti, dando un aspetto aggressivo a mezzi che sarebbero altrimenti di basso profilo, nella loro sobria semplicité.

Solo la plancia di comando  prende elegantemente le distanze dalla lussuria che la circonda. Cruscotti senza grilli per la testa. Quadrati, coperti da una plastichina già ingrigita e segnata, indicano il necessario: velocità, numero di chilometri percorsi, spia della batteria.

Nel guardarli Justin sembra commuoversi per un attimo.

“Duemila renminbi. Costano solo duemila renmimbi”.

Effettivamente con 200 euro te ne porti a casa uno.

E poi? Che fai lo usi?

 

Possiamo andare in ufficio.

Ma anche no: è forse meglio passare subito dall’albergo, fare il check-in, sistemare le mie cose.

 

Il Wu Hao, orgoglio della città, è effettivamente un alberghetto decente a quattro stelle cinesi.

Avevo già prenotato via internet. Consegno il passaporto e ritiro la carta magnetica. Justin e l’autista chiedono alla signorina quanto ho pagato.

Salgo in stanza. Mi seguono. Provo ad allungare il passo ma me li trovo al fianco, quando apro la porta.

Immediatamente fanno irruzione.

Prima analizzano l’architettura della camera. Non si accontentano di dare un’occhiatella: devono percorrere fisicamente, pestare, palpare ogni angolo della stanza.

Poi entrano nel bagno con le scarpe, aprono il rubinetto e tastano l’acqua, studiano i pacchettini col pettine, lo spazzolino, le cremine. Tornano in camera e l’atteggiamento somiglia sempre di più a quello della perquisizione. Prendono ad aprire cassetti, ispezionano ogni angolo, spostano le sedie, studiano il contenuto del frigobar.

Io non mi sono praticamente mosso dalla porta d’ingresso, ho solo messo la valigia nel piccolo corridoio  senza partecipare alla perquisa, nella speranza che la mia inattività sarebbe stata in qualche modo notata e letta come segnale di protesta.

Sicché quando Justin fa per sdraiarsi sul letto, con scarpe e tutto, non mi trattengo e utilizzo l’arma segreta, il piffero magico: “amici, andiamo a mangiare?”

Quarta Metà: Cangnan, July, Year 4. The Equatorial Taiga Paradox and the Old Memories Brought About

October 17th, 2009

 

 

Precipita umidità, sulle campagne del Zhejiang.

O meglio, le gocce d’acqua giallastra non precipitano, bensì salgono, si sparpagliano, ondeggiano cullate da un’aria inquinata e calda. Il termometro segna quarantadue gradi celsius. Sembra di stare in un bagno turco.

E’ anche buio come nel bagno turco, pur essendo le dieci di mattina.

Questa è la vista fuori dal finestrino: qui dentro, in macchina, c’è la solita taiga. L’aria incondizionata sputa vento ghiacciato, emettendo un suono cupo e sinistro. Il suono lontano della tramontana che soffia in altra vallata.

Il mio corpo sta tremando, iperstimolato dal paradosso tra quello che percepisce l’occhio e ciò che sente l’epidermide.

Immagino un compressore da ghiacciaia industriale nascosto nel capace bagagliaio di questa Buick.

 

In Europa abbiamo avuto un fenomeno simile nei primi anni Settanta, coi prototipi d’aria condizionata.

Ricordo viaggi lungo l’Autostrada del Sole, si andava al mare in Puglia. La radio forse trasmetteva i Bee jees, You should be dancing, o Battisti. Ancora tu.  

L’auto del babbo era progettata per quattro passeggeri, un “due+due”. Noi eravamo in quattro solo dietro. Io e mio fratello incastrati in un sedile, le mie sorelle accatastate sull’altro. Tutto attorno a noi i bagagli che la mamma non era riuscita a stipare nel baule. Se per sbaglio aprivi un finestrino, usciva fuori Pandora con il vaso in una mano e una borsa termica con le mozzarelle e la burrata fresca nell’altra.

Ma non c’era bisogno di aprire finestrini. Né tanto meno i portelli: non si scendeva per alcun motivo. Ogni 70 chilometri circa il babbo doveva fermarsi per fare benzina, ma la pausa aveva la durata di un pit-stop da formula uno. Con tanto di cambio gomme.

“Mamma ho sete”

“basta capricci, adesso siamo arrivati!”

Non eravamo affatto arrivati, io pur bambino lo capivo che era ancora mattino e si sarebbe fatta sera. Ma non erano quelli anni in cui si metteva in discussione un comando.

Bere significava perdere tempo per l’acquisto della bottiglietta d’acqua (le bibite gassate tipo Coca Cola, a casa, erano ancora classificate come droghe stimolanti e allucinogene). E poi altro tempo perso per la conseguente pausa pipì: alla mamma non era sfuggito certo che le due cose erano spesso collegate.

Vero è che all’epoca non c’erano cinture di sicurezza a premere sui reni e stimolare la corsa al bagno.

Niente cinture di sicurezza, certamente, come neppure airbag, ABS, servosterzo/servofreno, seggiolini per infanti, eccetera. Il controllo della pressione degli pneumatici consisteva in una pestata coi piedi del benzinaro: “sgonfie dotto’, ‘na bella soffiata?”.  Non so perché, ma ho il ricordo di un uomo enorme e rosso di capelli che dice ‘sta frase, mentre fa una specie di smitragliata con la pistola dell’aria compressa e mi guarda dritto negli occhi, pur rivolgendosi a mio padre.

Leccarsi i baffi che c’avevi i fari. Nell’auto del babbo questi erano nascosti sotto due piccoli pannelli, in fondo al lungo cofano: si alzavano per dare una fugace illuminata e si abbassavano subito, finita l’abbisogna, quasi per pudore di questo zotico sfoggio di sicurezza.

La frenata, a certe velocità, era più che altro una dichiarazione d’intenti. Un modo per occupare il piede destro e resistere alla tentazione di dare un’altra acceleratina, mentre l’attrito atmosferico o la fortunata presenza di una salita facevano il loro lavoro e rallentavano eventualmente  la vettura.

L’uomo era già allunato da alcuni anni, non era una questione tecnologica. L’automobile doveva essere quanto più pericolosa: doveva correre, tutto qui. Dal futurismo alla Uno turbo, dagli esperimenti di velocità di Marinetti a quelli del babbo, che si lanciava a 270km/orari in autostrada con quattro bimbetti accalcati nell’angusto abitacolo posteriore .  La strada si deformava, la testa di mamma si deformava, le curve dovevano essere intuite prima che percepite dall’occhio, o sarebbe stato troppo tardi. Ed era la cosa più normale del mondo. Oggigiorno un tribunale dei minori, noiosamente e anglosassonamente, metterebbe i quattro figli in subitaneo affido per molto meno.

I due grandi bocchettoni dell’aria condizionante sparavano elio liquido e scaglie di ghiaccio. Il babbo l’accendeva, ci ibernava ben bene e poi spegneva. Io ne profittavo per dissetarmi succhiandomi le braccia, aggirando così il divieto d’idratazione di mamma. Rimanevamo belli freschi per un po’, pur sotto il sole autostradino di Ferragosto. Quando il ghiaccio iniziava a sciogliersi da sopracciglia e baffetti, si riaccendeva ancora un po’.

Ricordo i vestiti da side-car dei miei: giubbotti di pelle, foularini a tinte calde e vistosi occhiali da sole. Forse anche un caschetto di cuoio con allacciatura sotto mento, ma non ne sono sicuro.

Noi bimbi avevamo il solito abbigliamento da Passo del Tonale.

 

Cerco di  rifugiarmi in piacevoli ricordi. Perché oggi non è giornata, non mi godo nulla, me ne frego.

Ma questi continuano a parlarmi.

“No Justin, non ho fame, sono le 10 e 30”

Se continuo così lo faccio piangere oggi, il Justin.

Terza Metà: Cangnan, July. The Hairstyle that could not be and should not be forgotten

October 1st, 2009

Il volo China Eastern Airlines che da Shanghai mi sta conducendo a Wenzhou è più desolante del solito o è il solito pessimo MU5298?

Le gonne delle hostess sono oggi particolarmente sporche? Il microclima d’alitosi è più pungente o afoso del dovuto? Il vociare del vicino 18 A che comunica col 18 C ha una tonalità superiore all’atteso?

Sinceramente no.

Le gonne sono sì zozze ma se ne distingue il colore originale, l’alitosi di sala ha la rassicurante rancidità del raviolone agliato al rognone, non rappresenta la sfida impossibile lanciata dal tassista di ieri sera, per dire. Ed il vicino è un mezzosoprano, sta urlando in mi bemolle 2, mi pare.

Sono io, io sono desolante e desolato. Desolando e desolaturo. Il resto è perfetto.

Perfettamente trash.

 

Succede che non c’ho voglia. Succede che non ce la faccio quasi più.

E’ il 27 luglio e penso ai miei compagni di scuola, al mare con gli amici, l’unghia del medio che duole per le interminabili partite a biglie, la schiena scottata dal sole e la prospettiva di una sbronza colossale in qualche balera della Riviera Romagnola, dopo il frittone misto in pastella di colesterolo.

Penso alla montagna, al cielo con le nuvole e le stelle, all’ufficio legnoso, un fiammingo alla parete. Penso all’ordine, alla logica, alla stanca e raffinata vita Padana, dove tutto scorre con banale, prevedibile razionalité.

Penso ad una lacrima di aceto balsamico sulla bufala, ai panzerotti di mamma Margherita, all’ordinato abbaiare di Rocky, Jack e Jacky sul prato di casa dei miei.

 

Mezzora in volo, tra un po’ iniziano le operazioni di atterraggio.  Leggo nuovamente l’ultimo messaggio che mi è arrivato, prima di partire.

Una vecchia abitudine:  da giovine ero solito ricevere splendidi messaggi, prima di prendere un aereo. Messaggi di commosso addio, anche fossi stato di ritorno la sera stessa. Poi ho cambiato numero, mi pare, o comunque qualcosa è successo e non ne ricevo più.

Anche questo mi sembra una specie di messaggio d’addio, ha una laconicité tutta sua, uno stile direi:

[ctrip]weather: Wenzhou, Cloudy/Cloudy Tomorrow, 38-29 deg C.

Ha ancora senso tutto ciò? Per la prima volta, dal Settembre del 2005, sento di averne abbastanza.

Ha senso che io stia andando in un posto che si chiama Cangnan, nei pressi di Wenzhou e domani sarò in un altro che si chiama Ruian, che il tempo prevede un “nuvoloso/nuvoloso 38 gradi” all’ombra e un’umidità da bagno turco?

Perché ciò su cui dolosamente glissa il messaggio meterorologico è il dato sull’umidité: non credo di esagerare se dico che a queste latitudini vivi praticamente in una vasca d’acqua inquinata.

Quando l’acqua è a 20 gradi ti sembra di essere sul Tonale a Santo Stefano. Un grado in più e ci si cuoce.

A mio giudizio qui ci sono 4 o 5 finestre di bel clima all’anno, quando il termometro segna i 20.5 gradi Celsius. Due o tre ore in tutto nell’arco dei dodici mesi.

 

Mi risveglio quando le ruote fanno il primo rimbalzino sulla pista. Stavo facendo un bel sogno, sguazzavo nelle Terme sulfuree di Sirmione, credo. O forse stavo sciando. Bello sciare. Ma non ne sono sicuro: ricordo solo il passamontagna di lana anni 70 e la sensazione di alcuni numeri che dovrei giocare sulla ruota di Cangnan. Il 20, il 21 e il 20 e mezzo.

Spesso mi addormento proprio in fase di atterraggio, qualcuno mi sa dire il perché?

 

Arrivo alle 9.30, Justin non c’è. Dopo un quarto d’ora mi telefona. Non ha la stessa voce di stamattina, la voce da amante stanco, da telefonata sdraiati sul letto. E’ invece allegro, un po’ agitato, sembra cercarmi con la voce:

“dove sei? No vedo ti”

“dove sono, sono agli arrivi, Justin” Ho già perduto la pazienza, vedete?

“io anche, no vedo ti”

Sento che dice all’autista di “correre un po’, che Gia-lu-cà è già arrivato”.

E riattacca senza tanti convenevoli.

Certo non mi vede, il farabutto, è ancora in autostrada!

Arriva dopo una mezzoretta, trafelato come avesse corso a piedi e non in macchina. Tipo corsa campestre.

 

Lo guardo meglio, ma cosa ha? Cosa lo rende tanto assurdo, al di là della trafelaggine?

La sua pettinatura!

E’  enorme, in primo luogo, questo ti colpisce subito.

Ed è meravigliosissima.  Trattasi di acconciatura a schiaffo, in avanti però. Lo schiaffo arriva dalla nuca, per intenderci. Di fronte, l’effetto è quello vagamente minaccioso dell’onda di libeccio che sembra volerti travolgere. Il primo istinto è quello di scartare velocemente di lato. Fortunatamente Justin è piccoletto e l’acqua ti arriverebbe all’ombelico.

Di profilo invece, mi sposto di due passi per avere la corretta prospettiva, il tutto assume un aspetto più pacato e sino-taoista. La forza dirompente dello tzunami che ti spaventa di fronte, diventa perfetto equilibrio di profilo. I capelli yang che coronano l’alto cranio formando un cupolone castano (temo che Justin si faccia le meches), si incontrano a metà della volta cranica posteriore con i capelli yin, che scivolano per una ventina di centimetri fino a toccare la nuca del Nostro, per poi svirgolare di nuovo all’esterno all’altezza del collo, rispecchiando perfettamente, a contrario, il profilo del cupolone soprastante.

Sono esterrefatto da questa acconciatura, la più straordinaria che abbia avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni. Forse nella mia vita. Niente di simile si può vedere neppure tra i ritratti dei Grandi di Spagna al Prado, o tra le vostre vecchie fotografie dei compagni di scuola e università nei primi anni novanta.

“Hello! You had a good trippa? You had a good trip ah?”

La voce di Justin mi distrae da questa specie di visione, di rapimento estetico. Ricordo un momento simile, la prima volta che vidi dal vivo la Jeunes filles au piano di Renoir, all’Orsay. Mi svegliai con gli occhi belli di Elenoire che rideva e mi parlava.

Così ora mi sveglio con gli occhioni buoni, cinti da foltissime sopracciglia, di Justin.

Sorride un po’ preoccupato, forse imbarazzato. Il suo volto è tondo e grandissimo, la fronte spaziosa e intelligente, il bel naso grande al centro dei due rotondi zigomi, la boccuccia piccola, labbra carnose. E quel mentino appena accennato, sotto le labbrucce a cuore, che ti viene voglia di prenderlo tra le pollice e indice e dirgli: ‘bel musetto!’.

Mi sto distaccando dalla mia parte di ospite perfetto, sempre più. Una volta risultavo simpaticissimo agli amici cinesi, di certe cose ti accorgi. Partecipavo, parlavo la lingua, assaggiavo tutto, bevevo, coinvolgevo, giuocavo. E loro mi festeggiavano.

Adesso un po’ me ne frego e mi trovo in situazioni come questa, ove capisco che Justin saluta preoccupato, mentre io continuo a osservargli la chioma, immerso nei pensieri su quanto sia cambiato il mio atteggiamento con gli amici Cinesi. Sono veramente sul punto di fargli un buffetto e canticchiargli un ‘bel musetto!’.

Devo reagire. Mi sveglio dal torpore.

“Justin! Che piacere rivederti, scusa sono un po’ stanco per il viaggio e osservavo i tuoi capelli, sei stato dal parrucchiere? Hai un’acconciatura fantastica”

No, non sono un paraculo, scusate, ma devo dargli faccia, non posso dirgli la verità. L’Uomo non sempre è pronto per la Verité. E poi fantastica è fantastica, mica ho detto una bugia.

 

Entrati in auto, il Nostro dà indicazioni all’autista, reclina subito il sedile e si mette a dormire. Qui capisco in parte il segreto della sua chioma: il vuoto, la cupola concava sulla nuca, è dovuta allo schiacciamento dei capelli sul poggiatesta! Originariamente la Chioma aveva certo un’altra forma: era un casco, un enorme, grottesco, perfetto casco che tracciava una sezione di cerchio attorno a Justin, un’aureola con un raggio di circa 26, 27 centimetri.

Deve essere stata una chioma eccezionale nella sua versione originale, eppure adesso ha assunto, quasi per volontà propria, un carattere, una volontà di potenza che raramente si riconoscono in una chioma.

Mi sono forse trattenuto troppo su di essa, amici e lettori, per cui interrompo momentaneamente la cronachella di questa importantissima giornata di Provincia e vi do appuntamento a settimana prossima.

 

Reputavo che questa fosse una conciatura che non poteva, non doveva andare dimenticata.

 

Prima Parte: Cangnan, Year 4, July. l’Occhio della Veritè e una Telefonata da Sdraiati che non Aveva Motivo di Sussistere- First Half

September 24th, 2009

 

Ci osserviamo a lungo. Nessuno abbassa lo sguardo per primo.

Per reciproco stupore, non c’è sfida.

 

O forse sono passati pochi secondi:  attorno a me i commensali sembrano non essersi accorti di alcunché e non credo di aver ignorato più di due o tre proposte di brindisi. Di colpo sembra calare il silenzio sugli 86 uomini e 9 donne che, fino ad un attimo fa, vociavano frasi ritmate e vagamente austere, da mandarino tang ubriaco (versi in pentasillabi tronchi, per intenderci). I bicchieri si muovono e cozzano creando i soliti spruzzi da spettacolo birrotecnico, le bocche si spalancano a formare le “A-A-A-Ah”, ma il tutto avviene senza audio.

 

Mi sta osservando, dentro.

Sento vibrare corde da tanto tempo inerti e stonate, da qualche parte nel mio cuore, nella mia pancia.

 

Non ha espressione, è perfetta saggezza.

L’intensità dello sguardo mi atterrisce e poi mi rasserena. Il subitaneo flusso di concetti e di emozioni mi riempie il cuore e alleggerisce lo stomaco, come fossi sulle montagne russe.

Per un attimo la verità, necessaria e universale.

Una verità da p minuscola, ma pur sempre verità, io dico.

 

Devo riprendere a ballare, questo mi sta rivelando. A ballare, a scrivere, suonare e camminare. E mi spiega anche come. Bere avevo già ripreso a bere. Mi dice anzi di non fare lo spiritoso e di implementare quel trattamento olistico per il fegato “di cui sai tu”. Effettivamente me ne ero scordato… ma allora non è autosuggestione, sto avendo una rivelazioncina, un mini-nirvana indotto!

Sono già pieno di gioia, questo percepisco.

Sono stati mesi difficili, ma neppure i più difficili negli ultimi anni, questo mi sta ricordando.

Il cuore si è ammaccato, ma lo era già: si tratterà solo di un altro paio di martellatine e quello riprende. Capirai… Se il suo sguardo avesse espressione, mi farebbe l’espressione da “capirai…”, con sopracciglio inarcato e palpebra superiore a coprire parte dell’iride.

Anche lo spirito è stato ferito, il mio “fratellino” ha impressionato un’ombra su di esso. Ma trovo che sia piuttosto affascinante, alla fine, come un bel tatuaggio. Mi aiuterà a non dimenticare.

Bisogna imparare ad allargare le braccia, fare un sorriso e lasciar andare.

Certo mi manca il mondo che amavo, ma so che una vita più colorata, intensa e sudamericana mi sta aspettando.

 

E forse la nuova era inizia qui, oggi, a Cangnan, nel Zhejiang, nel grigiore assoluto di questa Provincia perfettamente trash. Inizia durante questa cena di lavoro, l’ennesima. Ma la più colossale, la più assurda, la più disordinata delle cene cinesi: the Ultimate Chinese Dinner.

Sono commosso; una felicità diversa, liquida, prende a scorrere sotto la pelle, la immagino azzurra.

 

La fronte suda, la mano inizia a tremare, per cui abbasso il cucchiaio da zuppa nel quale reggo l’occhio di maiale che mi ha aperto la mente e mi ha guarito nel profondo.

Credo si tratti di maiale, comunque, ma poco importa. Lo ripongo nella tazza da zuppa. Tazza… una piccola Arca, altro che tazzi.

La zuppa era saporita, per altro;  curry, coriandolo, una fogliuzza d’alga blu si faceva un paio di vasche a dorso lungo l’Arca in miniatura.  Il latte infine, oltre che ad attenuare il curry, è servito per consentire il colpo di scena, l’imprevista uscita dell’occhio, deus ex machina.

Il cucchiaio bianco di ceramica plasticata, con manico  corto e ricurvo, credeva infatti di pescare un fungo, ‘na rotella di carota, il cavolo acido per pipì cinese… e invece aveva pescato l’Occhio del Saggio.

 

Il Suo sguardo mi ha rimesso in moto il meccanismo delle emozioni, le lancette hanno fatto click. I primi attimi sono stati dolorosi, come una rinascita, ma poi l’aria ha bucato i polmoni e ho urlato.

I compagni di tavola rotonda non notano nulla di strano, stanno anzi scimmiottando il mio pianto di gioia, dando per scontato che si tratti di un’usanza barbara per esprimere l’apprezzamento ospitale.

Mi riprendo, in sala torna l’audio, ricominciano i brindisi.

Ma sono un’altra persona ormai.

E sto sorridendo.

 

 

TO BE CONTINUED

 

 

Seconda Parte: Cangnan, Year 4, July. A lying-on-bed telephone call that had no reason to take place

September 23rd, 2009

 

E si che oggi mi ero svegliato con il più torbito degli umori.

Neppure la telefonata di Justin, questa mattina, era riuscita a farmi tornare la voglia, la masochistica  adrenalina della Provincia. Justin è l’export manager  che in questo momento, seduto a tavola alla mia destra, mi sta guardando senza vedermi, con sguardo da bue, capello gonfissimo e guance rosse.  Sta imitando il mio grido di gioia (ma fuori tempo: gli altri hanno già finito l’urlo da qualche secondo e ora lo guardano strano).

Erano le 5.50, stamattina.
Suona la sveglia, anzi no, è il telefono. Bisogna che cambi sto telefonaccio stonato.

Sono a Shanghai, più tardi ho l’aereo per Wenzhou dove devo discutere un contratto. Con Justin appunto. Questo è il suo numero!  

“Justin?”

wei…”

“hello?!”

wei…”

E lì inizia la telefonata che, avessi avuto il sangue freddo di registrare, mi avrebbe fatto compagnia in certe domeniche pomeriggio e al Primo di Gennaio.

Sappia il lettore che avevo visto quest’uomo una sola volta in vita mia.

Justin: “wei, how  are, haaaa… Gia-lu-cah! Ma’friend, now very sleepy

UP?? YOU UP?

Hehehehe…. Mmmhmm… this morning. He he”

–sbadiglio rumoroso-

“You are 6 o’clock or now you up? I up you?”

-ogni tanto alza il tono di due ottave, salvo poi tornare nel pentagramma a metà parola, come il pubere che sta cambiando voce-

“Mmmhm… hm hm hm, hi hi hi. I…. AIIIIIIIIII.

Now you fine? You airport what time. Yesterday? Yester. Dayyy. I…. I yesterday out, you also ah? He he he”

–sbadiglio rumoroso, forse stiracchiata di schiena-

“yeeeah.. mhm mhm mhm haaaaaa

-crescendo-

“Other time you very busy. Today, todeeeeeh-y we together good time a: eEEeeeh”

 

Purtroppo ricordo solo poche frasi, per via del mio stato di coscienza alterata e della lunghezza del monologo.  Ricordo la sua voce impastata di sonno, il bofonchiare e far battute, come non avesse ancora smaltito la sbornia della sera prima. Sbornia in comune, beninteso, altrimenti non rende l’idea. O meglio, come un amante ancora eccitato d’amore e passione dal recente incontro notturno.

 

Una telefonata da sdraiati sul letto che non aveva motivo di sussistere.

Credo sia andato avanti così per cinque minuti d’orologio. Io emettevo qualche “yes”, improvvisavo una risatella quando capivo che era il momento. Gambe e braccia a X, il telefono appoggiato sul cuscino, aspettavo che le operazioni di risveglio seguissero il loro corso e nel frattempo cercavo di capire il senso di questa telefonata, più che dei singoli bofonchi.

 

“yes. Yes you. Gia Luca. Giaaa lù! caAAh. AAAAAH

Shanghai there time? Very beautiful? (si legga veloce: il “very” in Sino-inglese non è un avverbio ma un acceleratore) Very butifu? ahAA. Here very beautiful but don’t know, I don’t see my windows maybe have sun I think. Now you no in airport?

 –rallentando-

Haaah, hehehe, I know I know, after I come airport Company’s car.

Company’s caaaa! Now have a rest a!

-pianissimo-

“Here what time a!?!”

“excuse me?”

“Here what time a!?!”

“Alle 8.40, arrivo alle 8 e 40”

“I know, hehehe, I know 8.40, so have a rest, after see you ma’ frienda”

Seguono sette “AH”,  a mo’ di saluto.

Mette giù.

 

Una telefonata così mi avrebbe riempito gli occhi di gioia, da ragazzo.

Eppure oggi non mi aveva strappato neppure un sorriso, mi aveva anzi infastidito. Mi chiedevo, con logica noiosamente europea, quale fosse il senso di quella conversazione e perché quest’uomo avesse interrotto un sogno di meraviglia e rubato gli ultimi dieci minuti di pace.

 

Il mio spirito aveva dunque raggiunto il baratro, questa mattina.

Quel maiale, quell’occhio suino per meglio dire, mi ha salvato.

Credo di avere finalmente una chiave di lettura.

Ammetto che, alla prima vista, questa Rivelazione non ha la scenografia di una “via di Damasco”, occhio di bue sul cavallo che impenna e cose del genere, ma neppure potevo pretendere: io mica ero un massacratore di cristiani, mi ero solo un po’ rincoglionito. Né ambisco alla carriera di San Paolo. A me basta essere come sono stasera.  

Al limite, se mi spetta il miracolo una volta sola nella vita, aggiungerei giusto un terrazzino a casa mia in Italia, o quanto meno un condono, un funzionario pre-prezzolato che chiuda un occhio sull’abusino a fin di bene: il rapporto con l’impresina edile del signor Gatta al limite me lo gestirei io.

 

Devo molto a questo bulbo oculare: dopo un lungo, a volte doloroso interrogarmi, ho trovato le risposte che cercavo. 

Quanto meno in questa fase della mia vita e soprattutto, per quanto riguarda voi lettori, che della mia vita non dovreste impicciarvi, in questa fase dei miei viaggi per la Provincia: riprenderò a sistemare gli appunti di viaggio e mandarli in onda.

 

Ohi! Non sento alcun urlo di giubilo, c’è nessuno? Scrivo e sento l’eco, questa è la sensazione.

E’ pur vero che per essere letti sarebbe bene scrivere ogni giorno, ma poi come potreste leggermi e lavorare al contempo? Io vi voglio realizzati, abbienti,freschi nella mente e aggiornati sulle cose del mondo.

Arriverà il momento  in cui dovrete aiutarmi: quel giorno vi voglio influenti e generosissimi,  vi voglio

pongo pregiato

nelle mie capaci mani.

 

PS: ma si può dedicare un post? Mi pare una cafonata, nella più rosea delle ipotesi.

Mettiamo che si può: io lo dedicherei alla zia Anna, donna assai brillante e bellissima fin oltre i settanta, che ieri sera ci ha dato una bella salutata ed è andata a coricarsi for good. In pace.

Notte zia, un bacio  : )

Il Massaggia-piedi elettrico

April 8th, 2009

 
…tuttavia, nulla lo commosse più del massaggia-piedi elettrico. Vibrante epitaffio di un’intimità perduta per sempre.
L’aggeggio paffutello e arancione gli sorrideva feroce, a bocca aperta, gli occhi rossi spalancati (l’avevano sempre messo a testa in giù, allora, Pippuzzo e la Babi):  “sono vissuto per questo, idiota! Ti pare che venivo dalla Cina fin qui per massaggiare ancora i tuoi piedi del cazzo? Chi mi ti ha regalato? Ricordi?  Io ho vissuto per ferirti oggi, Pippuzzo. La mia vita, per ferirti oggi”

Così sibilò, parola d’onore, il massaggia-piedi elettrico, prima di ridere follemente tutte le vocali.

Da dove arrivava, quel dono?
Pippuzzo non rammentava. Era stato multato salatamente, in passato, per via della memoria a macchie di leopardo, ma senza trarne alcun giovamento. E poi quel ‘chi mi ti ha regalato’.  
” Un italiano così brutto”, ebbe la freddezza di notare.

Ma Pippuzzo se ne infischiò, del cattivo uso del pronome personale, della risata impertinente e della straordinaria, tenera cattiveria del piccolo elettrodomestico. Piccolo e macrocefalo, per altro.  Attaccò il magnetino al frigorifero, borbottando con forte accento britannico: “the King is in residence”. Rimise poi lo scatolotto imbottito a macro-testa in giù, di fronte al divano buono e, una volta seduto, gli impose di massaggiare i piedi.

Così, come se nulla fosse, con un sorriso aperto e gli occhi tristi nascosti da un occhiale scuro, alla goccia, si fece massaggiare i piedi. Un’ultima volta.
D’altro canto in tivù davano Mesto na Zemle, del maestro Artour Aristakisian. Il suo preferito.

Ma erano lacrime, quelle del massaggia-piedi?
“Gesù mio, ti prego, se son lacrime fammele scordare, perché io non so più asciugarle, capisci? Se sono lacrime pensaci tu. Ma non ti dimenticare però!”
Che non sarebbe stata la prima volta che si dimenticava qualcosa, pure Lui.

vibrrrrrrrr- vibrrrrrr-vibrrrrrrr

“orca… sono proprio lacrime.  Sto cavolo di vetro che hanno montato…”

vibrrrrrrrr- vibrrrrrr-vibrrrrrrr

Pippuzzo si alzò, si avvicinò al vetro, vi alitò a formare una nuvoletta e scrisse:
 
” ozzuppiP  ,bvt ?ko eregnaip noN !oaiC”

E si allietò, perché sentì di aver trovato le parole giuste.  Sopra tutto si era procurato, per una volta, di renderle leggibili.

estratto da “Giostra Veloce”, 2010, di Giangianni Malese. Licenziati dall’autore, volentieri pubblichiamo.
Presto riprenderanno le consuete cronachelle di viaggio del mog, ci scusiamo con i lettori per l’interruzione delle stesse.
Un bacio
La redaZione (una redazione affettuosa)