Il Massaggia-piedi elettrico

April 8th, 2009

 
…tuttavia, nulla lo commosse più del massaggia-piedi elettrico. Vibrante epitaffio di un’intimità perduta per sempre.
L’aggeggio paffutello e arancione gli sorrideva feroce, a bocca aperta, gli occhi rossi spalancati (l’avevano sempre messo a testa in giù, allora, Pippuzzo e la Babi):  “sono vissuto per questo, idiota! Ti pare che venivo dalla Cina fin qui per massaggiare ancora i tuoi piedi del cazzo? Chi mi ti ha regalato? Ricordi?  Io ho vissuto per ferirti oggi, Pippuzzo. La mia vita, per ferirti oggi”

Così sibilò, parola d’onore, il massaggia-piedi elettrico, prima di ridere follemente tutte le vocali.

Da dove arrivava, quel dono?
Pippuzzo non rammentava. Era stato multato salatamente, in passato, per via della memoria a macchie di leopardo, ma senza trarne alcun giovamento. E poi quel ‘chi mi ti ha regalato’.  
” Un italiano così brutto”, ebbe la freddezza di notare.

Ma Pippuzzo se ne infischiò, del cattivo uso del pronome personale, della risata impertinente e della straordinaria, tenera cattiveria del piccolo elettrodomestico. Piccolo e macrocefalo, per altro.  Attaccò il magnetino al frigorifero, borbottando con forte accento britannico: “the King is in residence”. Rimise poi lo scatolotto imbottito a macro-testa in giù, di fronte al divano buono e, una volta seduto, gli impose di massaggiare i piedi.

Così, come se nulla fosse, con un sorriso aperto e gli occhi tristi nascosti da un occhiale scuro, alla goccia, si fece massaggiare i piedi. Un’ultima volta.
D’altro canto in tivù davano Mesto na Zemle, del maestro Artour Aristakisian. Il suo preferito.

Ma erano lacrime, quelle del massaggia-piedi?
“Gesù mio, ti prego, se son lacrime fammele scordare, perché io non so più asciugarle, capisci? Se sono lacrime pensaci tu. Ma non ti dimenticare però!”
Che non sarebbe stata la prima volta che si dimenticava qualcosa, pure Lui.

vibrrrrrrrr- vibrrrrrr-vibrrrrrrr

“orca… sono proprio lacrime.  Sto cavolo di vetro che hanno montato…”

vibrrrrrrrr- vibrrrrrr-vibrrrrrrr

Pippuzzo si alzò, si avvicinò al vetro, vi alitò a formare una nuvoletta e scrisse:
 
” ozzuppiP  ,bvt ?ko eregnaip noN !oaiC”

E si allietò, perché sentì di aver trovato le parole giuste.  Sopra tutto si era procurato, per una volta, di renderle leggibili.

estratto da “Giostra Veloce”, 2010, di Giangianni Malese. Licenziati dall’autore, volentieri pubblichiamo.
Presto riprenderanno le consuete cronachelle di viaggio del mog, ci scusiamo con i lettori per l’interruzione delle stesse.
Un bacio
La redaZione (una redazione affettuosa)

Guandong November 08

January 10th, 2009

Grugni di Maiale a la Scottadito

Guangzhou, November, year 3: the beast and the one cloth

December 14th, 2008

Atterriamo a Shenzhen con 4 ore di ritardo.
Vibra subito l’sms di Sally “We wait  exit”
Ahia…
Un cartellino col mio nome stampato mi attende agli arrivi nazionali. Sally e Tony lo stanno reggendo insieme, sorridenti, come fosse il loro bimbetto al Battesimo, di fronte al fotografo. Visi simpatici e cordialissimi.
Lei è giovane, poco sopra i 25 anni. Un metro e 65, capelli lunghi, masticazione al contrario in fondo ad un viso affilato, espressione dolce e gentile, gli occhi stretti sotto occhiali spessi.
Indossa calze finto-sexy finto-autoreggenti , con banda scura appena sotto l’orlo della gonna corta, lo stivale di pelle polimerica. Camicia scura, maglioncino verde con collettone chiuso da due laccetti, giubbino di jeans.
Ci sono 28 gradi, ma è inverno.
Lui ha i soliti 28 anni. Poco più alto della collega, faccia sveglia, occhi grandi, sorriso curato, è vestito piuttosto bene. Solo la capigliatura da playmobil Cinese tradisce il contesto estetico d’origine. Pantalone beige, camicia bianca, giacca di tela leggera, giubbino sottobraccio. Scarpa normale, allacciata, di finta vera pelle marrone.
Tonino è l’export manager con la minore padronanza dell’inglese che abbia mai incontrato nei miei viaggi in Provincia, nonostante le belle scarpe.
Incontrati, ci stringiamo la mano, ma non sa dire neppure “Hello”. Cioè, sono certo che lo sa dire, anche lui è stato bimbo asiatico, però non gli viene.
Non parla neppure Cinese, sorride eccitato ed emette tanti “ah ah ah”.
Parlo un po’ con Sally, mentre recuperiamo la Honda van nel parcheggio dell’aeroporto.  Anche Sally non è esattamente madre lingua, ma si può parlare senza alcun problema.

In auto rompiamo un po’ il ghiaccio, il mio cinese tremendo li fa rilassare (Bobo, io lo studio, è che proprio faccio fatica!). Sally ride come una matta. Toni  si lascia andare e, mentre ci guida verso la città di Panyu, mi ripete tutte le parole che conosce nella lingua di Shakespeare:
Undersdand
Mi se tie le se..
Come?
Miseteless
Mm..
Mis t less Mo Yan!
Ah! Mister!
E infine, disco.
Percui, tre parole: understand, mister (mistress per la verità) e disco. Gli ricordo pure di Hello, pizza ed AC Milan e il vocabolario si arricchisce. Non riusciremmo a coordinare persone e risorse per il raggiungimento di un fine complesso, ma il bagaglio di parole in comune è più che sufficiente per affrontare una decente conversazione su calcio, donne e tempo libero.
Poi iniziano a parlare tra di loro e io mi godo il sole che scalda il finestrino.
 
Sally però mi sta dicendo che “Tony thinks you beautiful”
“thank you, thank you Toni”
“yes, eyes beautiful”
Non mi stupisco più ma mi fa sempre ridere. Anche perché in Italia solo la mamma e la sorella maggiore mi dicono che sono bello.  Ok, magari lo sporadico ammiratore dei lineamenti nativi apulo-mediterranei, un’amante commossa, ma non certo il responsabile commerciale del fornitore.
Mi stupisco molto di più quando Sally, ad un certo punto, mi dice: “you’re a beast”
“come dici scusa?”
“you’re a beast”
 
Eppure se  l’interlocutore, specie in un ambiente lavorativo, vuole dirmi che sono una bestia, il che ci sta, voglio dire, mi aspetto un’altra espressione, boh, forse il contesto sarebbe diverso.
Sempre più sono convinto che, stando a lungo in Cina, sto perdendo il senso del contesto.
Forse è assolutamente naturale che Sally mi stia dando della belva.

Poco dopo ci fermiamo.
Siamo in un bel posto, verdi colline e tutto. La giornata splendida, calda, il cielo terso e invernale.
Il ristorante è all’aperto, loggiate aperte e ampi gazeebo. E’ vuoto a quest’ora. Per andare a lavarmi le mani  scendo le scale, passo dalla cucina, tremenda, arrivo ai bagni. Meglio della cucina ma pur sempre tremendi.
Torno al tavolone rotondo. Mi sento in forma, ho un certo appetito, per cui oso:  “mi piace molto la cucina cinese”.
Il che ovviamente è vero, però  spesso le pietanze scelte dai miei anfitrioni in simili circostanze, servite in posti simili,non sono sempre da stella Michelin.
Tonino, rinfrancato, ordina.
Non è proprio un banchetto: rispetto al solito trattamento clientelare si tratta anzi di uno spuntino.
Ha scelto tre piatti.
Sono tutti freddi. E di una tristezza, di un pallore disarmanti.
La prima scelta, il piatto forte, è il mio incubo personale, fatta eccezione per le pietanze folkloristiche, tipo pisello d’asino alla cacciatora: il famoso piattone misto di giunture suine al guazzetto.
In pratica devi metterti in bocca una rotula intiera e succhiare il sanguoletto e gli altri umori sopravvissuti, fino a che ha senso risputarla nel piatto. Se hai culo ti capita un bel pezzo di cartillagine che prende la forma dei tuoi denti per un po’ e si disidrata fino a perdere l’ingoiabilità, pronta ad essere appiccicata sotto il tavolo.
Il secondo piatto è già meglio, pur nella sua subdolanza.
Si tratta del frittatone di gamberettoli minuscoli, (involontariamente) fermentati e marinati in salsa d’aceto. Possono essere bastardi, perché hanno l’aspetto innocuo e rassicurante del gamberetto (dell’acaro più che del gamberetto, in effetti), ma spesso ti stupiscono con un sapore acido da pesce marcio che ti prende lo stomaco e ti lascia senza parole, mentre ti chiedi come può una cosa così piccola essere tanto fetente.
Perché non è il mazzetto di crostacei ad essere fetente: il singolo gamberino ha in sé tutta la fetenza che si possa immaginare.
Quelli di oggi sono invece mangiabilissimi, sanno di poco. Un vago sapore di pesce marcio: sorrido sollevato…
Il terzo piatto potrebbe essere buono, nella sua insipidezza, se fosse quello che sembra e cioè una pastella di bambù e tofu. Ma Sally e Toni, pur non riuscendo a spiegarmi di che animale si tratti, insistono sul fatto che si tratta di carne. Non oso chiedere di indicarmi almeno la parte anatomica dal quale è stato prelevato sto tortino pallido.
Me ne frego, tre anni di viaggi nella Provincia mi hanno insegnato a superare la sindrome da tenda indigena, che se non finisci lo sfornato di denti guasti il capo villaggio ti fuma vivo nel calumè, ben che ti vada. Dopo aver assaggiato tutto, smetto semplicemente di mangiare. Tutto qui.
 
La chiacchiera è allegra, i miei nuovi amici simpatici. E intelligenti.
Non accennano al fatto che ho mangiato poco, fanno acute osservazioni meteorologiche, dimostrando una certa istruzione geografica.  Certo noto qualche lacuna, ma anche una grande curiositè intellettuale.
Quando dico di abitare vicino a Milano (lo so, in realtà sono Apulo-bresciano, ma all’estero si incontrano solo Italiani Milanesi, Romani e al limite una comitiva di Veneziani, non me lo invento mica io), dicevo, quando dico di abitare a Milano, i commensali emettono gridolini ammirati ed eccitati: Milan è in Italia!
Quando affermo che Luoma è la nostra capitale e che pure Venezia è italiana, creo la stupita felicità che può aver provato l’irredentista ante-litteram svegliatosi da un lungo coma dopo Sadowa e Porta Pia.
Firenze, Toni non ne ha mai sentito parlare, Sally era convinta fosse un fiume. Ma per il resto la conversazione scorre liscia e senza stupori reciproci.
Toni paga il conto con una certa signorilitè. Arrotola casualmente una banconota da 50 yuan nelle mani del maitre di sala, più di cinque euro. Non riesco a contare il resto, si tratta di poche monete.
Si può andare in azienda!
 
Sono un po’ eccitato, curioso, è la prima del suo genere.
Mi chiedo come sia organizzato lo studio tecnico: dovrebbe esserci una discreta attività di ricerca e sviluppo, almeno qui.
Giunti in azienda, parcheggiamo di fronte al capannoncino e non ci vuole molto per capire che l’ufficio tecnico è da qualche parte in Giappone o a Taiwan, presso un concorrente qualsiasi.
Il capannone è minuscolo, ci sono un paio di vecchi macchinari usati, un piccolo gruppo stampa da assemblare e una macchina completa, pronta a stampare.
La situazione, le persone, il macchinario stesso fanno un po’ tenerezza.  E realizzo in un attimo di aver perso un’altra giornata.
Dal punto di vista meramente lavorativo, beninteso: non avrei vissuto la sensazione di sbigottito stupore nell’osservare Sally che mi da della bestia e aspetta sorridente un mio commento a riguardo. 

E non avrei potuto godermi il ciondolo da specchietto retrovisore più grande del mondo.
E’ fatto di corda rossa, grossa come una cima d’ormeggio, che si attorciglia a formare il classico motivo augurale cinese a fiocco gigliato. Il manufatto è appeso alla parete nobile dell’ufficio del general manager (che disgraziatamente non posso incontrare: è nel Sichuan questa settimana), alle spalle della scrivania direttoriale, ed è alto un metro e settantotto al meno.
E’ bellissimo.
 
Per quanto mi riguarda sarei al posto così, appagato da tutti i punti di vista.
I miei ospiti mi invitano invece a tornare in stabilimento per visionare la prova di stampa. E’ ufficialmente il motivo per il quale sono venuto, non posso esimermi.
Ovviamente si apprestano a stampare la stessa grafica della fiera, nulla di nuovo. E fa tenerezza osservare la trentina di fogli in tutto che mi hanno preparato per la prova.
Il tempo di iniziare, sono ovviamente già finiti, ingenerando stupore e delusione tra tutti i presenti.
Per non fare una strage di faccia, debbo esprimere vistosi ed esagerati complimenti alla stampa appena fatta: se è così precisa dopo 30 fogli, chissà come sarebbe alla fine dell’avviamento, mica male davvero!
Il mio apprezzamento rimette grinta a tutti, il capomacchina sta già raccogliendo i fogli stampati per girarli a faccia in giù e ricominciare la stampa. Altri venti secondi, altro stupore: i fogli sono finiti di nuovo.
A questo punto me ne frego, lascio la maschera sorridente: pensino un po’ anche loro alla propria faccia.

Voglio andare via quanto prima perché ho da fare in albergo, allora inizio a spiegare cosa organizzeremo per la prossima importante visita, sempre che le Sorelle approvino i campioni da loro consegnati.
Per prima cosa possibilmente andremo  a visitare un loro cliente rappresentativo per visionare una stampa complessa, significativa, in quadricromia su cartoncino patinato etc etc…
Orca, il tempo di dire “rappr” di rappresentativo e sono già in auto, direzione ignoto cliente. Ci facciamo un’ora di macchina per le zone industriali di Panyu e raggiungiamo la meta.
Prima di entrare da Rappresentativo, Sally mi ferma e mi dice: “you holly well one close”
“Sorry?”
“you holly well one close”
“I do”, annuisco, sperando di non aver confermato qualcosa di terribile.
 
Ed entriamo senz’altro.
Il capannone è piccolo e c’è poco movimento, quasi spopolato e vuoto. Non sembra neppure un’aziendina cinese. Ci sono 3 macchinari, di cui uno spento, un altro forse “in manutenzione”, sul terzo stanno facendo un avviamento di stampa.
“Siete in ferie?” chiede Sally a Rappresentativo, che sembra un po’ imbarazzato mentre farfuglia qualcosa.
E’ la crisi! La crisi è arrivata fino alle aziendine della Provincia Cinese. Oggi questo scatolificio ha poco lavoro, tutto qui.
Finalmente l’avviamento è pronto. La stampa è significativa nel senso che sullo scatolone d’imballo stanno riproducendo una scrittaccia nera per un’azienda della ELF, del gruppo francese Total.
Senz’altro il collegamento con un’azienda Europea di fama mondiale dà lustro all’operazione, ma dal punto di vista tecnico l’inutilità della giornata è solo confermata.
 
Prima di salire in auto Sally mi ripete: “you holly well one close”
Ma sta volta mi fa cenno, e io finalmente capisco. Sono proprio tonto, ovviamente mi stava dicendo: “you only wear one cloth”, indossi solo un vestito…
 
Mentre rifletto sul significato di questa osservazione, mi squilla il telefono:
“WEEEEI!?!?”
Un pugno nell’orecchio: un pazzo sta gridando in Cinese, tipo Ruggito del Leone.
“wei?”
Altri barriti.
“Chi sei?”
Un gemito, un breve lamento da lupo braccato, e mette giù.
Non ha sbagliato numero, ha detto il mio nome: uno dei prossimi tre appuntamenti si profila interessante.
 
Riesco a resistere alle forti pressioni di Toni e Sally che mi chiedono di tornare in azienda: mistress Mo Yan, magari un’altra prova di stampa? Sicuro che non voglio dormire a Panyu? Il giorno dopo potremmo farci un bel giro alla fiera di Canton forse? Almeno una spaghettata di giunturine, questa sera?
Tonino è un po’ triste quando capisce che non cederò a nessuna tentazione: purtroppo devo lavorare.
“la prossima volta disco disco insieme festa festa dai”
Certo Toni, la prossima volta disco disco insieme (non è una citazione da the Zohan, dice proprio così).

In treno, verso Canton, non riesco a concentrarmi sugli appuntamenti del giorno dopo.
Viaggiare.
Un incontro imprevisto, il discreto passante
la sua intelligenza per un attimo.
Ha già proseguito il cammino, ma una porta è lasciata aperta,
non so dove affaccia.
Luce nuova dentro di  me allunga ombre strette oltre la polvere, il vento la solleva.
Il vento caldo di dubbi nuovi, domande ardono
e ho sete di risposte:
Sono una bestia?
E sopra tutto: indosso un solo vestito?

towards Guangzhou, November, year 3: the riot

November 19th, 2008

Anche il pacioso vicino di poltrona, che ha russato rumorosamente per un paio d’ore buone procurando ilarità lungo tutta la fila 12 e parte della 11, sta urlando come un maledetto.

Ma come ha potuto avere il tempo per interrompere il barrito, interpretare la situazione e impostare senz’altro la protesta?
Quasi un meccanismo rodato, un istinto atavico, fosse scattato  in lui. Così come in buona parte dei passeggeri del volo Shenzhen Airlines ZH9102 delle 8.40am, in partenza da Shanghai  e diretti a Guangzhou (o Canton, o  Guangione), che per quasi tre ore hanno placidamente atteso sedute al loro posto.
Siamo a terra, all’aeroporto di Hongqiao, ancora non si parte.

Ad un certo punto, da una fila in fondo, un giovanotto Cinese meridio,  etnia olivastra e  faccia intelligente, prende ad urlare come un pazzo, mentre molti ridono di gusto nel sentire lo sfogo.
Non capisco quello che dice, distinguo solo alcune parole e mezze frasi che non riesco a contestualizzare (avrò mica già disimparato a farmi aiutare dal contesto?!). In effetti il Sino-meridio sembra agitarsi facendo riferimento al compleanno del fratello maggiore, ad un regalo molto costoso e ad una terza persona (credo sia un nome proprio) a cui il regalo non è affatto piaciuto.
In realtà è più verisimile stia protestando per il ritardo accumulato. Per quanto, ancora non ho acquisito la sensibilitè necessaria per intuire il verisimile in questo Paese.
In effetti.

Ci avevano imbarcato in orario, alle 8.10. Entrato con la seconda infornata di aero-bus, mi ero accasciato come tutti sul poltroncino economy, intorpidito dal gas alitosico. Quell’aroma tipico del luogo chiuso, in qualche misura moquettato e affollato da persone che  di primo mattino, al posto che farsi due cereali nel latte o un capussio e cornetto al banco, si friggono un pesce fermentato in pastella d’aglio cipolla e paprika.
Nulla, insomma, faceva presagire l’insorgere del riotto.

Il  capo-riotto sino-meridio continua ad urlare, si dirige minacciosamente verso la cabina di comando, viene fermato, blandito, riaccompagnato, e nel frattempo gli individui intorpiditi che ridacchiano per la performance del Nostro, si trasformano improvvisamente in piccola folla inferocita.
Il famoso capannello di riottosi, che per la verità fatica a formarsi nella sua morfologia tipica, a cerchio: i suoi membri sono costretti  lungo le file dell’aeroplano. Si capta però il soffrire del capannello, nella sua frustrata tendenza a raccogliersi accanto alle tre hostess, per stringere il nemico e prendere ad indicarlo.

Sì perchè nella Terra di Mezzo, più che nella Terra Non di Mezzo, non ci si perde in tante fantasiose gesticolazioni, in genere non si picchia, non si spintona, quasi non si insulta l’avversario, non lo si denunZia alle autorità: lo si indica.
Più a macumba che a minaccia concreta. Piccole scomuniche sociali, urbis et capanellis.
Non un fatto privato, né però condiviso con chi non è coinvolto: un fatto capannellico.
Che si soffi l’anatema con volume quasi impercettibile, o si urli come per insultare il cuggino dalla curva Nord alla Sud,  cambia poco: il tono della minaccia, la sua intensité, è misurato dall’estensione del braccio che brandisce l’indice accusatorio e si interpreta dai movimenti del gruppo braccio-avambraccio-ditoindice.
Un braccio flesso, il gomito a 80 gradi, l’avambraccio che brandisce sì un indice un po’ arcuato, ma lo allontana in continuazione verso l’interno, a ritmare le sillabe della protesta, un colpetto ogni parola e una svirgolata ad ogni frase. Questi sono i segni di allerta iniziale. Suggeriscono un grado minimo di invettiva: l’avvertimento.
L’interlocutore è certamente indicato, ma a colpetti, a singulto, gli è ancora aperta la possibilità di redenzione, di perdono, l’anatema non è ancora stato lanciato.
All’opposto dello spettro gestuale, il braccio teso, alto, l’avambraccio immobile, il dito che ne segue la linea retta, l’occhio quasi a mirino, a guardare più la punta del dito che la preda: è stato lanciato l’anatema, o sta per essere pronunZiato.
Il braccio può rimanere in questa posizione per una durata significativa, diretto a volte verso persone dall’altra parte della strada, lontane e imboscate nel loro sotto-capanello, le quali in alcuni casi rispondono a loro volta all’anatema (ma in questo caso si fa spesso a turno con l’indice, non si fa una cosa indice-contro-indice, tipo la “forza sia con te”, o meglio l’indice sia con te), in altri casi fanno invece finta di niente e  hanno già ripreso l’attività artigiana, commerciale o ludica che sia.

Le hostess, nell’impeccabile uniforme rossa della Shenzhen Airlines,  in questo momento sono indicate da tre o quattro mani, a turno, ogni indice a stendardo del sottocapanello.
Il capanello del volo ZH9102 è infatti fragmentato e soffre, costretto dalle cinture di sicurezza.
Si  ha l’impressione che solo queste impediscano ai singoli di diventare veramente folla incazzata e far fuori le hostess per poi dare la caccia al Capitano, asserragliato con il Secondo nella Gabbina del Comando.
Li immagino spalle al muro, pistola in mano puntata verso la porta, la cloche smontata e incrociata dietro la stessa per impedire l’irruzione dei passeggeri inferociti.
Eppure, caratteristica che ho già notato durante altri piccoli riotti simili, la cosa non degenera.
In Italia il riotto, la rissa autostradale o da locale notturno, hanno un destino di crescita esponenziale piuttosto veloce e continua.
Da noi, se nessuno interviene, se non succede qualcosa di grosso o se la vittima non ha davvero culo, la cosa va avanti, il pirata della strada (che magari ti ha superato senza scusarsi o ha fatto il gesto di tagliarti la strada) viene fatto a polpette, chi ha incrociato brevemente lo sguardo del  barista che ha servito la cuggina della tua ragazza, finisce all’ospedale, l’impiegato del Comune, se scoperto di sinistra e quindi fannullone, magari pure meridio,  deve asseragliarsi dietro un vetro antiscasso.  
Mi viene in mente il caso di una rissa che nell’agosto del 1991 coinvolse noi amici e un’altra settantina di Italiani in una discoteca di Tijuana, Messico, finita (ci vediamo) fuori dal locale, a giubbotti stracciati da lame invisibili e interrotta solo dall’arrivo della non paciosa polizia Messicana, alla vista della quale tutti si dileguarono. Il tutto era iniziato con un “Chi non salta Maradona è” interpretato da un avvinazzato Rena, che non aveva notato la vicina presenza di un paio di ragazzi napoletani i quali avrebbero presto chiamato rinforzi per difendere la maradonità ferita.
 
Ma che c’entra la rissa di Tijuana mo? Di che si parlava?
Ah, si, della capacità cinese di controllarsi, di non degenerare in un continuum di incazzatura, o per lo meno di farlo a scatti, a balzi in avanti e tutti insieme. Una rissa può proseguire, in un locale, per un’oretta buona, coinvolgendo solo un paio di persone alla volta, a turno, in un’orgia di ditolini indici che si scomunicano l’un l’altro tra un calcio e e uno schiaffone, pochi per la verità, o tra un posacenere in testa e l’altro. Senza l’intervento dei buttafuori. Così, per autocontrollo. Per professionalità del riotto, come se le persone capissero istintivamente, al di là del calore del momento, quale è il limite.
Fino al prossimo scatto, assolutamente imprevedibile, che può trasformare un gruppo di  paciosi ragazzotti giustamente incazzatelli  in una folla al cui confronto i fondamentalisti smitraglianti davanti alla videocamera della CNN che si mangiano una bandiera americana infiammata sembrano i tuoi compagni di banco alle Orsoline. E in questi casi dicono spuntare dai tombini la Polizia Armata, che fugacemente toglie la scena al rassicurante polizziotto buono cinese, campagnolo e paffutello, che si incrocia abitualmente per le strade delle città. A quanto pare gli agenti della polizia armata sono un po’ meno rassicuranti e concilianti. Non so se sono paffutelli, secondo me no. Secondo me fanno tanta ginnastica.
Comunque, questo incazzarsi a balzi, forse più pericoloso e imprevedibile, per lo meno in alcuni più gravi casi, però molti piccoli riotti come questo rimangono per lo meno nell’ambito dell’anatema lanciato con il ditolino indice e finiscono improvvisi come sono iniziati.

Il riotto di cui sono privilegiato testimone dura da una mezzoretta circa. Non capisco nulla delle invettive urlate o sibilate, ma forse è meglio, perché se non capisci le parole, puoi concentrarti sui gesti, le espressioni, sull’atmosfera.
Le hostess hanno  il viso preoccupato e  quasi di terrore quando il Capitano prende la parola: è questo il momento in cui la folla riprende a insultarle, dopo le varie interruzioni dell’ostilità favorite da una risata, un breve pisolino o dal comsumo saltuario di un raviolone fritto.
Il capitano sembra fare incazzare tutti ogni volta che parla. Adesso è zittito dopo l’apparentemente innocua frase “gentili passeggeri buongiorno”.
Il vicino prova a spiegarmi qualcosa: il motivo principale, o la scusa, è il solito traffico aereo.
La stessa persona che rideva per le smorfie del nipotino un attimo fa è ora una furia invettiva, le parole e i gesti del capo-riotto, il sino-meridio,ora ingenerano grasse risate ora sono seguite da indignati cori di supporto, “alla Bastiglia!”. Ho notato in altre occasioni che i componenti del capanello sono spesso in instabile equilibrio tra la partecipazione attiva e il ritorno alla quieta osservazione del fatto, tipo davanti alla televisione. Uno o più  capi carismatici, i famosi riottosi, possono essere genuinamente e continuativamente incazzati, a loro il compito di conquistare il capanello, così facilmente composto, per portarlo eventualmente all’azione.
Il potere ipnotico del capo-riotto, il caos del piccolo evento, la reazione del braccato e la morfologia del territorio che ospita il capannello possono essere elementi che decidono il passaggio dal livello zero (”che paciocconi bravaccini sti cinesi, tanto simpatici e pazienti, ma come fanno? ma chi li smuove, chi li può fare incazzare?”), al livello uno (”orca, anvedi sti teneri simpaticoni di cinesi quando s’incazzano!”), al livello due (”maddai! le vecchiette si sono alzate all’unisono dalle sedie al dondolo e stanno massacrando un plotone di poliziotti, a mano nuda! Poi arrivano i Poliziotti Armati e si mangiano le vecchiette, così a crudo”).

Anche nel piccolo ma significativo riotto di cui sono testimonial, non ci sono convinti e coerenti incazzosi, tolti i capi facinorosi. Uno si alza e partecipa alla protesta, l’altro si rimette a sedere e tira fuori il sudoku elettronico… le hostess con senso del dovere seguono in continuazione la lucina arancione della chiamata di servizio, per sorbirsi il cazziatone di chi si è prenotato per primo. Una decina di persone sempre in piedi, a turno cercando di raggiungere il fortino del Capitano. Poi tornano eventualmente a sedersi, o si mettono in coda per la toilet.
Anche il tabù del passeggiare durante le manovre dell’aeroplano viene infranto. Durante le manovre, molti continuano le loro scorribande lungo i corridoi.
Adesso, praticamente si decolla con due o tre persone che ancora passeggiano lungo il corridoio, eccitate per la partenza, intente a commentare la bella sessione di riotto, il quale si è interrotto improvvisamente e senza strascico alcuno, al primo rollio dell’aeroplano.

 
Le fonti, ufficiali e non, si dividono sul numero preciso di sommosse che ogni anno nascono e soffocano in Cina. Tutti parlano, comunque, di decine di migliaia, mica pizza e fichi.  
 

To be continued

 

China Daily, November 19, 2008

1.000 CLASH WITH POLICE IN GANSU

A crowd of 1.000 people stormed a local Party headquarters in Ganzu province, smashing cars and clashing with the police following a land dispute, government officials said yesterday.
More than 30 people seeking redress for the loss of their homes and land were joined by hundreds of others outside a petitions office in Longnan, the city government said in a statement on its website.
The petitioners “were provoked by a small minority of people with ulterior motives. (Office) staff and police were beaten and more than 60 were injured,” the notice said.
After repeated attempts at mediation failed, police “had no option but to use force to disperse the leaders of the riotting criminals” it said.
But they were “met with a hail of rocks, bricks and flower pots, and attacked by people with iron bars, axes and hoes.”
Rioters later charged into the compound, smashing windows and looting office equipment in two buildings, and torching cars, it said. Some hijacked a fire truck, but were stopped by police, it said. Law enforcement authorities took firm measures to bring the situation “under control”, it said, without providing details.
Agencies

 

TUTTI i Cinesi non ci capiscono dal contesto

September 21st, 2008

Pulce da ragazza, Autunno 2006

cara Pulce da ragazza. Autunno 2006, Shanghai

QUANDO IL CONTESTO NON AIUTA

Ho motivo di ritenere che gli amici Cinesi spesso fatichino a prendere spunto dal contesto per interpretare, leggere dentro la realtà circostante.

Difficilmente  riescono a farsi aiutare da quello che vedono, dalla situazione circostante, per capire meglio cosa sta succedendo, o come si devono comportare  o, banalmente, per interpretare il balbettio dello straniero.
 
Ma passiamo senZ’altro ad un esempio, che altrimenti avrete l’impressione di esservi incinesiti e di non capirci niente.
L’altro giorno, per la seconda volta, la gattina Pulce è precipitata dalla finestra (abitiamo al 6° piano).

I fatti.
E’ l’ora del pranzo, ma Pulce non è in cucina. Neppure i rumorosi crostini, scossi dentro la busta, attraggono la gatta.
In questi casi due sono le alternative:  o è rimasta chiusa in un armadio, o si è buttata dalla finestra.
Dopo aver controllato in tutti gli armadi, Bee ed io ci precipitiamo preoccupati verso il cortile.
Facciamo le scale a piedi, avvisiamo i vicini, mettiamo in allerta le Ayi.

E da qui seguitemi, ché inizia l’esempio esemplificativo: arrivati in cortile, corriamo (primo dettaglio contestuale) con aria preoccupata (secondo dettaglio) verso il guardiano. Gli spieghiamo concitatamente (terzo) che ci è forse caduto il gattino (xiao mao, 小猫 ) dal balcone, dal sesto piano! Ci aiuti! E ci diamo da fare. “Pulce!”, “Pulceeeh!!” (quarto dettaglio). Disperati cerchiamo sotto le auto parcheggiate, nei cespugli, sul marciapiede (quinto).
Ad un certo punto, l’orrore: Pulciola è distesa sul marciapiede, contro il muro, come un pellicciotto inanimato. La chiamiamo, è immobile. Mi avvicino temendo il peggio, sulla zampetta c’è tanto sangue, uscito dalla bocca.
Controllo meglio: “respira!!!”
Pulce respira! E’ viva, sta morendo?  “chiedi al guardiano di chiamare un taxi che scappiamo dal veterinario!”, strillo a Bee mentre sistemo la gattina su un cartello con i regolamenti di condominio.
In quel momento arriva la guardia, guarda me, agitato come sono (non ho proprio il sangue freddo del chirurgo), poi guarda Bee in lacrime e  la gatta, esanime, coperta di sangue.  E ridendo il nostro esclama:
“ahhhhh!  jiu shi xiăo māo, bu shi xiăo mào zi!!! (啊呀!就是小猫, 不是小帽子!   ” Cioè “Il gattino, non il berrettino!!!”

Ora, capisco che in momenti di panico uno può pronunZiare /mào/ invece di /māo/. Sarà stato fatto. L’uno è gatto, l’altro è cappello. E capisco che i toni sono una cosa importante, per una lingua che ha puntato tutto su di loro fregandosene di suffissi, prefissi, tempi e modi, coniugazioni, declinazioni e persino dei nomi alterati.
But still!
Il contesto?
Nessun aiuto, qui, dal contesto?
Io dico, è più verosimile che i due lao wai del sesto piano si precipitino da te con occhio spiritato chiedendo se hai visto il loro cappellino, caduto dalla finestra, o il loro gattino?  E nel dubbio, nella stranezza della richiesta (nel caso abbia capito “cappellino”), se vedi gli stessi stranieri  correre per tutto il cortile e buttarsi sotto le auto, mentre urlano qualcosa come i matti, “Pulceee! Puulceeeh!”, non ti viene il dubbio?
Pulce è più probabilmente un nome da gattino o un nome da berrettino? Certo, l’amico non conosce l’Italiano, non può saperlo… Se lui si guardasse attorno, al parco, chiamando “Luo-le-k-s! Luo-le-k-s!”, noi non capiremmo nulla, ma potremmo intuire che sta chiamando il cane. E invece sta chiamando il Rolex! Doh!
Volevo fare un esempio spiritoso, e invece per onestà intellettuale devo dire che la cosa più probabile è che costui stia attirando la mia attenzione per chiedere se voglio comprare un orologio taroccato.. vabbè, ma qui mi sarei  fatto aiutare dal contesto! L’avventore sussurra /luo-le-k-s/ con un occhio guardingo e l’altro ammiccante, o invece con l’occhio innamorato del padrone di cane, per esempio?
Orca… l’occhio del nostro amico sarebbe identico.  Lasciate perdere, rinunciamo alla battuta che proprio non riesce, anzi, rischia di far crollare la mia tesi iniziale.  E torniamo al fatto.

Anzi, allarghiamo il fatto.
Questo stesso esempio secondo me calza al pennello, perché pizzica un altro limite di molti amici cinesi, sempre nella sfera del loro rapporto con il contesto: la scelta del registro.
Registro linguistico, atteggiamento appropriato alla situazione.
Dico io, in quel contesto, che ti piacciano i gatti o no, ha senso sta gran risata con tanto di:”avevo capito che avevi perso il cappello, non il gatto!!!”?
Poi il guardiano rivolge il suo sghignazzo verso una coppia di operai che lavorano al vicino cantiere, affacciatisi da un’alta cancellata, in piedi sopra un cubo di cemento. L’uomo mi chiede “è tuo il gattino??”
“si” rispondo io, commosso dalla simpatia del brav’uomo. 
Ma la donna ora mi sta domandando di nuovo “E’ tuo, si?” “si” “ahhhhhhhh ah ah ah” e giù a ridere pure loro.
Che rridere:  si sono visti piombare sto gatto come un meteorite nel mezzo del loro cantiere. Pheeem!!!  E giacchè pensavano che non fosse di nessuno (magari era un marziano), l’hanno lanciata dall’altra parte, oltre il cancello, dove si trova ora.
Non c’è da morir dal ridere?!?
Non era un rifiuto con il quale giuocare al consueto ping-pong con la proprietà vicina, ma il gatto di qualcuno!!!  Col senno del poi, capisco che i muratori avranno trovato strano il nostro atteggiamento, “ma se non ridono per queste cose per cosa ridono gli shtranieri?”

Passano cinque giorni.
Pulce è alla clinica veterinaria di XuJiaHui road. Saliamo al terzo piano, non c’è più. Al primo neppure, ci siamo passati nell’entrare, allora chiediamo ad un infermiere.
“scusa, dove è la mia gattina? Non è più al terzo piano e al primo neppure” . 
Panico negli occhi dell’infermiere, che ovviamente sta pensando: “ma questi che cacchio vogliono da me, cosa ne so dove è il loro berrettino?!” . Ma siamo noi sto giro a non cogliere la cosa, un po’ cinesizzati come siamo.
Gli mostro la fotografia di Pulce (fondo del mio cellulare): “vedi,  questa è la gatta, bianca e grigia, così”.
L’infermiere si sta chiedendo perché sto imbecille di straniero gli sta mostrando la foto di una gattina mentre l’emergenza ora è la ricerca del suo berretto!? E’ evidente il disinteresse per il mio cellulare.  Cerca di riportarmi in carreggiata, mi chiede “ma come è fatto? Che forma ha?”.
Orca… “ma come come è! È così!”  ‘e ridagli con il cellulare’ starà pensando il povero infermiere.
A questo punto Bee, agitata (dove è Pulce?!), inizia a parlare fitto e incazzoso con l’infermiere e il veterinario chiamato in aiuto (e perdo la conversazione), allorchè entrambi  esclamano: “ahhhh, il gatto!!!  L’abbiamo portato al secondo piano, perché è ormai fuori pericolo!”
/Mao/,  primo tono! Non quarto, primo! E’ vero, ma il contesto? La fotografia mostrata con orgoglio paterno? La preoccupazione nei nostri occhi, l’agitazione nell’affrettarsi da una stanza all’altra? Le circostanze ambientali, trovandoci tuttosommato in una clinica veterinaria, non da Borsalino?
Alla ricerca del gattino o del berrettino?

Pensandoci meglio, questa scarsa attitudine a farsi aiutare dal contesto per capire quel che è difficile capire, mi riporta  con la memoria al precedente tuffo della cara Pulce (che ovviamente ora sta bene, anzi, in suo onore cambio il taglio da Frankfurter Allemagne di questo blog e prendo a pubblicare fotografie, nel doppio intento di renderle l’onore della prima fotografia pubblicata e di attrarre un pubblico più numeroso, gratificandolo con un po’ di figure)

Che dicevo?
Il primo volo della cara Pulce.
Sarà passato quasi un anno … mica si butta di sotto ogni settimana…

Situazione simile. E’ presto, domenica mattina. Pulce non ha fatto casino,niente bicchieri d’acqua buttati per terra, niente Tarzan tra le tende per svegliarci e farsi servire la colazzia. Mi alzo, la chiamo, muovo i croccantini nel sacchetto, niente.
Guardo la finestra (non quella del balcone): è un po’ aperta!
Mi precipito al piano terra, chiedo alla portinaia e al guardiano: non trovo la gattina, forse è caduta dalla (come si dice finestra?) dal 6° piano, non è che qualcuno l’ha vista?
“La gatta? No… ma qui loro mangiano i gatti! Loro amano mangiare i gatti, se la trovano, la ammazzano e la mangiano! Forse l’hanno trovata e se la sono già mangiata”

E insistono, “tamen” (ma loro chi?! The Others? E dove abitano, che faccia hanno?! Cheppaura) “tamen xihuan chi mao! Mao rou! “  “loro piace mangia gatto, gatto carne” (sinologi raffinatissimi scusate, ma non è colpa mia se parlano così!). E risata breve, vagamente satanica. Anche lei è un loro?!
“ok, ok, loro trova mio gatto, loro sicuro ammazza mangia cucina gatto carne, io capire già,  ma prego no vuole  dice tu a mia ragazza questo”
Ci vuole solo che questi insistano anche con Bee che sicuramente le hanno già mangiato la gatta! Che tra l’altro, per colazione se magnano il gatto, loro?! Cioè, sono le 9 del mattino! E se la sono già belli che acchiappata, cucinata e scorpacciata?
Ripeto, per essere sicuro: “capito? Non dire alla mia ragazza che loro hanno mangiato il gatto”
“no! Tu femmina amico (ragazza) no mangiato piccolo gatto! Lei no mangiato gatto, altro uomo mangia, no è tu femmina amico mangia”

Geniale.
Epperò.
Capisco che il mio Mandarino potrebbe essere perfezionato, ma è verisimile questa mia accusa alla femmina amico? Questo mio sfogo, privato, drammatico, umano, condiviso con te, checi parliamo per la prima volta (qui non sono tanto quelli del saluto o roba del genere, tutt’al più un breve grugnito)? Me femmina amico mangiato nostro gatta a tradimento (non so come si traduca “a tradimento”) eppure io sorride? 
Il sorriso conciliante di uno che chiede un favore, che prega (”ti prego non dire ste cose alla mia ragazza”) oppure il sorriso di uno che la sua ragazza s’è pappata il gatto e sono solo le 9 di domenica mattina?
“ok, capito” decido allora tagliando la testa al toro: “Però da adesso  tu no vuole parla insieme lei comando!”
E in effetti la portinaia non ha più rivolto parola agli strani lao wai.

Dove era Pulce? Mi aspettava placida al quarto piano, non ammazzata né cucinata, essendo caduta direttamente su un piccolo balcone, che sporge due piani sotto.
E non prendetela in giro, qui è normale che i gatti si buttina dal balcone.

Meno di due anni orsono per esempio, la cuginetta stessa di Pulce, Albicocca, si lanciò dal 26° piano (ovviamente si è salvata).
Ma questa è un’altra storia.
Che tuttosommato non vi racconterò, che adesso ho capito perché nessuno si legge i miei post: sono troppo lunghi!
Comunque abbiamo capito una cosa, e non è una generalizzazione: IL  CINESE  NON  CAPISCE  DAL CONTESTO

La cugina di Pulce, alla festa di compleanno di quest\'ultima. 15 Aprile 2006

Albicocca Abati, la cugina di Pulce, alla festa di compleanno di quest’ultima. Aprile 2006

Jiaxing, February, Year One: meet Mr Shi

September 19th, 2008

Breve Nota Introduttiva:

questo Post è veramente noioso, ma serve ad introdurre l’importante figura di Jeff Shi, a cui vi affezionerete come a Jack Bauer di 24 Hours, a David di Six Feet Under, o al dottor Maturin della saga di Patrick o’Brian.
Se quindi  trovate i miei post noiosi già di loro, vi prego di saltare questa lettura.  Accontentatevi invece del seguente sunto:

SUNTO:
Da Shanghai a Jiaxing non è proprio come le valli del Chianti senese, ma lì, in una palazzina uffici sociale occupata, mi aspetta Jeff Shi, persona intelligente e con i dentuzzi bianchi e ordinati, che si mangia la zuppa alla carne  e io invece al mais.
Ma ho la Diet Coke  e lascio il boccone migliore in fondo, con il piatto di ghisa tutto per le mie bacchette.
Conto e caffè.

Temo di aver detto veramente tutto. Ma allora è vero quando mi dicono che sono logorroico.
Devo fermarmi altrimenti capace che faccio una Breve Nota Introduttiva che è il doppio del non sunto!
Procediamo senZ’altro.

NON SUNTO:
Jason, autista di lungo corso dell’amico Michael, mi viene a prendere alle 8 e 30, direzione Hangzhou: andiamo a visitare una cartiera nel Zhejiang, provincia adiacente alla municipalitè di Shanghai.
Per la prima volta esco da Shanghai via terra.
La città continua a lungo, verso ovest, passati i grattaceli di Gubei, il vecchio aeroporto e le distese di palazzine cinesi della periferia. Non capisco neppure quando la megalopoli finisce, nessun cartello con la barra rossa in obliquo. Ancora mezz’ora, poi guardo nella direzione opposta  e scorgo un cartello: “Shanghai 7 km”.
Dopo una ventina di chilometri, subdolamente, la campagna inizia ad entrare nel suburbo.
E’ una strana campagna. Appezzamenti di terra grandi quanto campi da calcio sono sparpagliati qui e là.
Ancora palazzine, però. Non ci sono cascine, o villette bifamiliari, né un mulino, na chiesetta, lo sterrato.. No, condominii, come quelli della periferia cittadina, con l’unica differenza che tutt’attorno iniziano ad esserci sempre più campi e qualche cementata di meno. A sorpresa spunta un altro centro commerciale che vende solo auto. Un colpo di coda dell’urbe.
Poi si fanno strada strane e pittoresche palazzine con il tetto un po’ Utrecht, ma dai colori e il  gusto cinesi. Tre, quattro piani, alcune case strette a formare la palazzina, tipo canale di Amsterdam, altri campi attorno.
Sulla sinistra si intravedono, dietro un alto muro di cemento bianco, alcune ville a due o tre piani, ognuna più o meno con il suo stile e i suoi colori. C’è la dimora Vittoriana, la villa con piscina del lago di Garda, lo chalet svizzero, la Casa Bianca… Dalla strada spuntano guglie normanne e terrazze costazzurra.
Poi riprendono le palazzine, sempre più piccine, sempre più provincia Cinese, squadrate, spartane, piccoli loggiati ricavati nel centro del pian terreno, sostenuti da colonnine di legno arrotondate.
E di nuovo centri commerciali. Più rozzi, colorati e un po’ pacchiani.

Ci avviciniamo a Jiaxing.
Iniziano le solite mostruose zone industriali. Usciamo dall’autostrada, io e Jason ci scambiamo le prime parole da che siamo partiti.
Jason ed io stiamo bene insieme, anche perché non ci sentiamo in dovere di scovare a tutti i costi un argomento di conversazione, soprattutto di primo mattino.
Ora mi spiega che la specialità del posto sono i baozi, panetti al vapore grossi come arance, tondi, lisci e bianchissimi, spesso ripieni di carne di maiale, a volte di verdure, funghi e quant’altro.
Non abbiamo fatto colazione.
L’appuntamento è allo stadio di calcio.

Dopo poco arriva Jeff Shi, il sales manager del dipartimento di business numero 19 della Jiaxing Great Gate Import and Export Company.
Viso simpatico, quell’età cinese che può andare dai 37 ai 64 anni. Pelle chiara e tirata, i capelli non sono particolarmente bombati sui lati, occhiale grande e squadrato, vestito casual, semplice ma decoroso e ordinato, Volkswagen Polo blu.
Lo sguardo è acceso, espressivo ma non perde quella patina di “bontà” cinese. Le labbra corte nel parlare scoprono dentuzzi bianchi e ordinati.

Ci conduce alla palazzina degli uffici, sede della trading Company.
Entriamo in questo condominio, il parcheggio è pieno di scooter, qualche auto e alcune biciclette.
Saliamo tre piani, sembra un centro sociale occupato, grandi e popolatissimi uffici sono sparpagliati a casaccio lungo un dedalo di tetri e poi variopinti corridori, spaziose hall e passaggi segreti, un grosso ponte sospeso, scalinate, scale a chiocciola (e una scala a pioli! Ma non l’abbiamo salita). “Business Dept. 16- Sales”, “assistent General Manager” “Business Dept. 2- Logistics- Head” (l’uffico pacchi di Loris Batacchi, credo) etc etc.. Dopo un lungo corridoio, passando per un mezzanino buio, arriviamo in un’altra palazzina, scendiamo di un piano, passiamo altri uffici e arriviamo finalmente ad una spaziosa sala riunioni.
Il sole è caldo oggi, è prevista una massima di 18 gradi. Gli uffici sono freddi. Un grande tavolo nel centro, quasi niente tutto attorno.
Il solito bicchiere di PET con il tè al rosmarino (che poi è un tè verde, non rosmarino, a quanto pare, ma comunque ti trovi un ciuffo di aghi a galla sul bicchiere d’acqua bollente, aghetti che di riffa o di raffa di trovi in bocca e non puoi deglutire. Credo scriverò presto un post sulla moderna cerimonia del tè in Cina).
Si entra nel vivo della conversazione, bravo, veloce, competente. Conferma la primissima impressione. Dopo poco arriva l’assistente di Jeff, che ci dà una mano con i dettagli.
Un’ora e mezza fitta di dati,  numeri, condizioni di pagamento, proposte e soluzioni, e poi è l’ora del pranzo. Anzi, è ben passata: sono le 11 e 45! Jeff ha un sussulto appena si accorge dell’orario… del resto si può discutere via email!

Ci guida Jason, scelgono un ristorante a due passi dagli uffici, nel centro della città.
Bello, mi piace, un ristorantino cinese! Non la mensa aziendale, ma neppure il ristorantone abnorme dove ti aspettano almeno 14 portate tremende: un ristorantino con menù fotografico ed in inglese.
Addirittura mi fanno scegliere l’ordinazione.
Mi limito a suggerire “beef or pork”, magari una zuppetta per iniziare.
Dopo poco arriva una zuppa per me, di mais e la zuppa di carne per loro tre. Subito Jeff e l’assistente tengono a precisare che la mia zuppa è gratis, tipo prendi 3 zuppe di carne e te ne arriva una, gratis, di mais, che costa niente.
Sono più contento del mais, ma cosa è successo, lo potevano sapere? Hanno fatto lo sforzo di capire cosa può piacere ad uno straniero o semplicemente si sono beccati la zuppa di carne che è ufficialmente meglio? Lo saprò mai?
Comunque sono contento. Arrriva un solo piatto per persona! Che te lo puoi difendere un po’ con i gomiti sul tavolo, che te l’organizzi come ti pare, magari lasciando il boccone buono all’ultimo, senza che ci paciughino tutti con le loro bacchettine veloci.  Hanno ordinato per loro un piatto a cellette con tutte le loro cineserie, mentre a  me arriva un piatto tondo di ghisa bollente sopra il quale frigge una bella bistecca di manzo, un uovo, il riso e gli spinaci. Ottimo.
Per la prima volta, da che sono qui, ho l’impressione che l’ospite cerchi di venire incontro ai miei gusti. Finita la carne, mi ordinano un caffè!
Niente grappe puzzolenti, neppure una bottiglia di Qingdao calda da consumarsi in ditali di vetro. Diet Coke!
Dopo pranzo i saluti, allegri, sinceri, senza troppe cerimonie.
Credo di essermi fatto la compagnia a Jiaxing, tipo.
 

Jiaonan, January, Year 1

July 10th, 2008

 

COMITATO D’ACCOGLIENZA
 
Arrivo in orario all’aeroporto di Qingdao, la Svizzera dell’Est, la città della birra Tsingtao, l’Hong Kong tedesca mancata. Siamo nella provincia dello Shangdong, dall’altra parte del mare Giallo c’è la Corea.
Incontro per la prima volta Dick Yi, per cui mi aspetto un cartellino scritto a mano, o meglio ancora stampato, con il mio nome sopra: sono pronto allo sguardo d’intesa, è lei? Sono io? Stretta di mano manageriale, cipiglio professionale, visibilità aeroportuale…
Come i veri uomini d’affare in business trip, insomma.
Niente.

Solo caratteri cinesi, scritti su fogli di cartone.
Esco.
Il freddo è secco, sa di Natale, mi piace. Lo sbalzo termico di dieci gradi non infastidisce.
L’aeroporto è una baby copia di quello di Shanghai, da cui sono partito stamattina presto.
Dopo poco provo a chiamare Mr Dick, che è “on his way to the airport“, “no problem
Una mezz’oretta più tardi il Nostro mi telefona chiedendomi di tracciare un dettagliato identikit di me stesso. A nulla valgono i miei sforzi per convincerlo che all’Uscita 1  non posso essere confuso con altri maschi dall’aspetto europeo (pur nella versione mediterranea). Tanto più che non c’è anima viva in giro. Niente, pretende più dettagli. “You very long, ah?”
“no, Mr Dick, I’m not long… normal…” 

In effetti vuole convincermi che all’uscita 1 è già presente il suo autista, in giacca rossa (evidentemente lui mi aspetta in cartiera). “I can’t see anyone in a red jacket”, gli contesto. Lui tace un attimo.
Poi insiste: “you see he?”

Infine mi chiede se per caso non posso raggiungere la cartiera con “my ow(n) car”, con mezzi propri…
Ieri non ha voluto inviarmi l’indirizzo scritto in caratteri cinesi perché non ce ne sarebbe stato bisogno, ma senza quello non arriverò mai a destinazione. Lo intuisco anche dallo sguardo del tassista che mi aspetta e sfumacchia, allungando i labbroni fino alla briciolina della sigaretta.
E capisco che Mr Dick non avrà la fantasia per risolvere questo impasse, se gli lascio troppa iniziativa.
Decido allora di indirizzarlo e gli dico, semplicemente e a scanso di equivoci, che “no my car, you, you you, please. Red jacket man. Thank you”.
E di fatti Mr Dick qualcosa riesce a combinare e dopo poco arriva un cinese in giacca di pelle plasticata marrone (forse /red/ era in realtà leather?) con un foglio A3 in mano solo apparentemente bianco: c’è una cifra scritta piccina a piè di pagina.
E’ il mio numero di cellulare: è l’autista della cartiera.

Arrivati sulla Volkswagen Santana d’ordinanza, l’uomo mi fa cenno di aspettare.
Dopo cinque minuti si può partire in direzione Jiaonan: è arrivato il secondo passeggero, il Signor Liu, che mi presenta il suo stropicciatissimo biglietto da visita (”Chief”).
Capo di che?
Io mi copro il capo di cenere: ho lasciato a casa i bigliettini! Secondo tutti i vademecum dell’uomo d’affari in Cina, da me avidamente letti negli ultimi 12 mesi, a questo punto i due dovrebbero fermare l’auto e picchiarmi da maledetti.

E invece niente. Al contrario, Capo Liu, per farmi sentire a mio agio, mi regala un pacchetto di “Import-A”, sigarette cinesi il cui tanfo riesce a traspirare dalla confezione sigillata.
Stampata sul pacchetto una dentatura cinese marcia.
Come John Carver nella tenda indiana capisco che dovrò fumare con Capo Liu sto calumet, ma lui fortunosamente rifiuta: si scusa, ma dormirà.
E dorme davvero, l’occhio già spento e la palpebra è ancora a metà.
Ma come fanno ad addormentarsi così facilmente?
Bene, nascondo le sigarette, mi guardo attorno, sonnecchio… sento il Chief russare pesantemente, osservo l’altarino approntato a metà cruscotto, un profumo verdazzurro al posto del Budda, il quale invece penzola dallo specchietto retrovisore insieme ad una dozzina di ninnoli. La foto di Mao giovane, in un cameo d’oro lavoratissimo, il rosario, il panda, 4 o 5 segni zodiacali tradizionali… L’autista in giacca di polimero simil-pelle è al telefono e da 10 minuti dice solo “ha, ha, ha, ha”

 
LA VISITA
 
L’ufficio Export ha sede in una doppia stanza all’interno di un edificio lungo, infilato tra altri simili che ricordano più una grande caserma che la sede di una cartiera.
Dopo poco è chiaro che con Mr Dick la conversazione sarà assai povera.
A domande di riscaldamento tipo “Where do you live, Mr Dick?”, lui risponde con un “Mr Dick!” accompagnato da un sorriso disarmante, che troverei anche tenero se la situazione fosse altra.
Con tatto, senza fargli perdere la faccia, riesco a convincere Mr Dick ad invitare il suo capo, Export Manager Wang, alla riunione: questi parla inglese.
Adesso si comunica, ma non so bene di cosa.
Sembra una chiacchiera tra persone incontratesi casualmente sul treno. Cerco in continuazione di toccare gli argomenti per i quali sono venuto qui, ma presto il tema è cambiato, o ignorato. Spesso i due prendono a parlare tra di loro, chi sa di che… se la ridono, sorseggiano il loro the. Poi tacciono, allora ci riprovo, ma loro mi sgusciano via con facilità.
Ogni tanto si presenta qualcuno con un campione delle più svariate carte, che si accumulano sul tavolo non attraggono l’attenzione dei due Managers.
La spiegazione più tecnica della giornata verte attorno ai rotoli di carta per uso sportivo. Mi spiegano che il tifoso lancia questi rotoli di carta igienica  bianca o colorata dall’alto degli spalti, creando un effetto coreografico un festoso (e lievemente lassativo).
“Maddai!”.

Ma della mia carta nessuno parla.
Chiedo di visitare lo stabilimento.
Tra decine di capannoni in 70 ettari di area, ne vediamo uno solo, ma è proprio la “continua” che mi interessa vedere.
L’ambiente è ancora più insalubre, disordinato e sporco di altre cartiere che ho già visitato nella zona. E come in altre, passeggiando dal freddo polare dei ribobinatori (a fondo macchina) verso il caldo-umido infernale della zona iniettori,  ho la sensazione che la sicurezza qui sia ancora un concetto portato avanti da pochi idealisti post-luddisti (considerando che i comunisti sono la classe dirigente).
Il macchinario tedesco non deve avere più di 10 anni, come hanno potuto ridurlo così? Va bene non fare manutenzione, ma lo devi prendere a martellate!
La carta che ne esce sembra bella.
Come può uscire questa bella carta da un pasticcio simile?

POSTER TRIDIMENSIONALE

Alle 11 e 30 Mr Wang, Mr Dick, e una signora che non si presenta mi invitano a pranzo. Una saletta privata è approntata accanto alla cucina della mensa.
L’ambiente è spartano, il micro-condizionatore non riesce a riscaldare, ma tuttavia la stanza ha una sua accoglienza semplice e contadina.
Il cibo, come conviene, è abbondante ed è possibile assaggiare tutto.
Al dodicesimo piatto i commensali attaccano a parlare dialetto Shandongese e io posso vagare con la fantasia.

Dopo il pranzo  riesco a ottenere i campioni della carta che mi interessa e lotto per ottenere qualche scheda tecnica. Non c’è verso di far capire a Mr Dick e colleghi cosa intendo per “test” o “technical sheet”.
Spelling, spiegazione per metafore, mimi, niente.
Test! T-E-S-T!
Allora provo con il metodo maieutico.
Mi hanno portato al Laboratorio poco prima, Lab, questo lo capiscono. E io allora chiedo: “cosa fate nel laboratorio?” 
“We test the paper”
“Here we are! You see? You TEST the paper, test, T-E-S-T”
Loro ridono soddisfatti, hanno capito, e invece no..
Allora prendo Mr Dick, mi faccio portare al laboratorio e faccio il gesto di mettermi in tasca la scheda tecnica di una carta appena analizzata in laboratorio. Mi capisce, ridiamo soddisfatti, vorremmo abbracciarci, ma non conosciamo la reciproca lettura di questo gesto.
Certo i test sono per lo più inutilizzabili (i parametri standard sono diversi), alcuni sono a dir poco qualitativi, sfiorano la superstizione.
Ma tant’è, ho qualcosa su cui ragionare e i campioni da far analizzare a Lucca. Temo che non ne nascerà nulla. Il prodotto, come in tante altre cartiere e cartotecniche in questo Paese, è ottimo. Però, ancora una volta, mi domando come fanno, in queste condizioni, con queste persone. Ho l’impressione che mi facciano vedere il coniglio già nel cappello (e mi vogliono vendere il cappello).

Il mio occhio percepisce solo caos e fino a che non vedrò altro (tipo apparizione dell’aeroplano nei poster tridimensionali), non potrò combinare nulla di significativo. Forse questo è l’obbiettivo, la sfida… Far si che gli amici Cinesi diventino meno misteriosi. Fissare con occhi guerci oltre il foglio, nella speranza che appaia l’aeroplano.
Per il momento mi riescono solo gli occhi guerci, grazie alla birra sorbita a pranzo e alla stanchezza da iperstimolazione ambientale.

 
MR DICK

Mr Dick si offre di accompagnarmi a Qingdao, dove ho prenotato un albergo-grattacielo nel centro della nuova zona commerciale.
Il viaggio è lungo, due ore di tragitto, con tratti in autobus aziendale, ferry boat e taxi.
Mr Dick ha 28 anni, vive nel dormitorio, che è diventato ormai “la sua nuova fidanzata” (quanto ha divertito l’autista con questa battuta, anche io ho dovuto sbellicarmi per educazione).
Media statura, magrolino, incarnato pallido, il naso stretto e lungo, i capelli ordinatissimi attorno ad una riga poco sopra l’orecchio destro, gli occhiali grandi e impolliciati dappertutto nascondono lo sguardo buono.
Indossa il vestito grigio d’ordinanza, una camicia violetta, la cravatta verdastra con motivi floreali, la calza corta, cacciata nel mocassino, copre solo una parte della calzamaglia rosa carne che lo ripara dai venti mongoli.

E’ una brava persona Dick, sa di parlare poco l’inglese, si schernisce, ma ha passione per il suo lavoro ed è bendisposto con tutti, fin servizievole. Devo insistere per non fargli spolverare ogni sedia che sia alla portata del mio sedere. 
Dick riesce a tornare a casa quasi sempre durante le feste comandate. Casa è vicina, per gli standard cinesi, circa 200 km dalla cartiera.
E’ fortunato quindi, riesce a tornare due o tre volte all’anno.

Una volta è riuscito persino a tornare a casa per il compleanno della nonna.

 

Shenzhen, September, Year 0

July 10th, 2008

IL PAESE DI PESCATORI

Arrivo all’aeroporto di Shenzhen, un paio d’ore dopo la mia partenza da Shanghai. Mi aspetta Valerio.
Valerio si è fatto 600 km in macchina, questa mattina, per venirmi a trovare e per accompagnarmi a visitare la Shenzhen Cardboard Packaging Co. Lavora in una cittadina di oltre 5 milioni di abitanti, dove nessuno parla Inglese e i vicini di casa scappano come gatti se ti avvicini troppo.
E’ la mia prima visita ad un’azienda, in Cina ed è pure la prima volta che esco da Shanghai.
Da un’ora stiamo percorrendo quartieri nuovi e già fatiscenti, strade rotte, palazzacci grigi e neri colorati dai vestiti appesi tutti attorno, persone, tante persone, su ogni mezzo, popolano e movimentano tutto. Il caldo e l’umidità  alimentano odori nuovi, nauseanti. Tutti suonano la tromba della macchina, tipo festa per lo scudetto.  Ovunque sporcizia.  Macellai, pescivendoli, fruttivendoli e verdurivendoli (qui sono due figure ben distinte) tutti sistemano la merce sul marciapiede, mentre  sulla strada si affaccia ogni mezzo di fortuna: carretti, biciclette furgonate, autoarticolati, side-cars, scooter elettrici, furgoni, automobili…  mi sono estranee le regole e le consuetudini stradali, mi sembra che ognuno possa infilarsi dove c’è spazio fisico, nessuno si arrabbia con nessuno.
Eppure questa è la ricchissima Shenzhen, la prima Zona Economica Speciale (1980), villaggio di pescatori fino al 1978, conta ora 14 milioni di anime (anche lì, per noi un “villaggio di pescatori” non ha 300 mila abitanti … altre fonti parlano di 20 mila abitanti).
Ciò vuol dire che tutto è nuovo, in questa sub-provincia straordinariamente ricca. E allora mi chiedo cosa c’è nel Paese interno, come vivono gli 8/900 milioni di contadini che sognano di trasferirsi qui. Ho l’impressione che Pechino e Shanghai siano l’interfaccia per gli utenti occasionali.
 
 
CONVEVEVOLI

“Siamo arrivati”
a barra della portineria si alza, entriamo piano in una strada stretta. A destra e sinistra condomini di tre o quattro piani. Intravvedo un grande cortile interno, altri condomini dall’altra parte, più alti. Non vedo i capannoni.
Appena parcheggiata l’auto, ci vengono incontro due uomini, il primo grosso e alto, il volto tondo e gli occhi chiusi a sorridere, il secondo magro e basso, viso lungo e sorriso largo e a labbra chiuse.  Sono anche vestiti da Stanlio e Olio, eccetto la bombetta.
Valerio me li presenta, non afferro i nomi, sono il direttore commerciale e il responsabile di produzione.
Ci invitano in ufficio per il consueto the di benvenuto. Entriamo allora nella palazzina di destra e saliamo a piedi al quarto piano, dove una ventina di persone lavorano in tre grandi uffici separati da pareti di vetro.
Ci accomodiamo nella sala riunioni, in fondo, dove due divani attorno a un tavolino basso e largo costituiscono un salotto accogliente.
Una dozzina  di persone si alternano velocemente ai divanetti. Provo a capire i nomi, manco per sogno, chiedo a Valerio la loro collocazione nell’organigramma, ma neppure lui li conosce. Mi porgono a due mani il bigliettino da visita, ma dopo una decina minuti mi ritrovo con dieci bigliettini e non so già più associare nome a volto. Bisognerebbe stampare i bigliettini con la fototessera.
Ovviamente non c’è tempo per parlare di nulla, giusto le presentazioni, i convenevoli.  Un interprete si dà da fare: nessuno di loro parla inglese, noi non sappiamo una parola di Cinese (io per lo meno, ma il cinese di Valerio non sembra andare oltre il saluto,  “ni hao”).
Dopo poco arriva General Manager Zhang. Altri salamelecchi, altro the.
Finalmente arriva Export Manager Zhang (pure lui!), che parla un po’ di Inglese.
La conversazione tuttavia non decolla: non si parla di nulla. Non è un incontro classico, come sono solito avere a casa. E cioè, dopo i convenevoli  non inizia la discussione di lavoro, ma seguono altri convenevoli. Finiti questi, si formano capanelli di persone che chiacchierano tra di loro in Cinese.
Guardo l’orologio, sono le 11.10
Ho paura che a Mezzogiorno lo stabilimento si fermi per pausa pranzo, rischio di non vedere le macchine in funzione (Export Manager Zhang torna ad Hong Kong in macchina e mi darà un passaggio, ma da quel che ho capito dovremo partire subito dopo pranzo).
Dopo aver attirato l’attenzione dell’interprete, che da 10 minuti si fa i fatti suoi e chiacchiera del più e del meno insieme agli altri, chiedo di tradurre per me a General Manager Zhang:“a che ora fate la pausa pranzo?”
“lunch? You hungry?” è la risposta di Zhang.
No, grazie, non ho fame, in realtà mi piacerebbe visitare lo stabilimento ora che le macchine sono in funzione e le persone lavorano.
“hungry eh?! Ah ah ah!”
 Sinceramente no, ho fatto colazione tardi, solitamente pranzo molto più tardi, grazie, vorrei visit…
“hao, hao, hao…”
Al di là del significato letterale, la sequela di hao del general manager mette in moto il meccanismo, tutti si alzano, ripetono a loro volta “hao, hao, hao ba” , ed escono dalla sala riunioni: niente, non l’ho convinto, ufficialmente ho fame, quindi si va a mangiare!

IL BANCHETTO LUCULLIANO E L‘ACQUARIO DI MICHELE

Valerio, il direttore vendite Stanlio ed io ci mettiamo in macchina e seguiamo la carovana in direzione del ristorante.
Una decina di minuti più tardi arriviamo.
Il ristorante è uguale ai nostri ristorantini cinesi in italia! Non l’avrei detto. E però è un ristorantino enorme!
Cioè, c’è tutto, la cascata quasi-vera nel quadro, il poster del dragone, i pupazetti rossi, i ninnoli ovunque, i nastri  rossi, le campanelle d’oro, la stampa delle nuvole tra le rocce… ma il locale è grande quanto un piccolo aeroporto!
Le cameriere indossano l’abito tradizionale mancese (il qibao, il tubino cinese insomma…), con lo spacco lungo sulla gamba sinistra.
Siamo una ventina di persone. Saliamo al secondo piano, ci assegnano una sala privata. E’ un po’ caldo, chiediamo di accendere l’aria condizionata. 
Fa ancora caldo!”  Credo che la cameriera risponda qualcosa tipo “ma l’ho appena accesa, certo che fa caldo”, ma non li convince: torniamo al piano terra.
Mi guardo attorno e vedo piatti poco invitanti sui tavoli vicini. Colori pallidi, aspetti gommosi, ossa lessate…
Ci sediamo attorno ad un grande tavolo tondo. Alla sinistra del General Manager sistemano Valerio, poi me, Export Manager e tutti gli altri, probabilmente per importanza decrescente.  Valerio è per cui l’ospite d’onore, giacchè lavora nell’azienda del loro cliente più importante. Ci penso: non potrò mai capire se sono veramente interessati al mio progetto e comunque, neppure sotto tortura ammetteranno di non esserlo, essendo stato introdotto da Valerio. Dovrò capirlo da me e ripassano mentalmente i manuali letti ultimamente, i vari “sinologi in 24 ore”, che interpretano ogni impercettibile segno, ogni parola, comportamento, tic  e ti forniscono la corretta lettura.
Mentre mi interrogo, le cameriere in autoreggenti  servono gli stuzzichini freddi.
Ogni paese ha i suoi stuzzichini, immagino, ma questi veramente sembrano stuzzicare solo il rimpianto di non essersi inventati una dieta, un digiuno religioso, un’allergia totale al cibo… Nervetti svaporati, gamberetti disidratati puzzolenti, affettati grassi e pallidi, piccole porzioni animali che non sapevi esistere e una serie di piatti incomprensibili.
Io sbacchetto un po’, poi Export Manager si alza e mi invita a seguirlo: andremo a scegliere il pesce!
Ottimo, sono sollevato. Basterà indicare due gamberi, ‘na sogliolina, due polipetti… e qualcosa se magna.
Non noto subito il bancone del pesce, in effetti non c’è alcun bancone: c’è un acquario!
O meglio, tutta la parete destra dell’enorme ristorante è un acquario, ma una cosa tipo acquario di Sidney, mica l’acquario di mio fratello di quando eravamo piccoli.
Però dentro ci sono proprio i pesci di mio fratello! Un enorme acquario domestico di pesci tropicali!
Niente sogliolina, niente orata. Ma il pesce combattente (enorme)! O i pesci fosforescenti!
Persino degli enormi pesci pulitori, con la faccia piatta da pescecane… manca solo la conchiglietta che fa la bolle e il cavalluccio marino!
Panico. Sul pavimento ci sono alcune vasche di plastica, guardo dentro la prima: serpenti! O per lo meno bisciacci marini, certo non sono anguille… nella seconda ci sono dei bagarozzi neri e grossi come il pugno di un bambino che nuotano a colpi pelvici. Export Manager vuol convincermi che sono tartarughine, io conto le zampe, sei, e annuisco. Ma non amo le tartarughe, spiego.
Fortunatamente nelle altre due vasche ci sono crostacei vari e qualche seppiolina, per il resto scelga pure lei, Signor Zhang, che non conosco bene il pesce locale…
Torniamo a tavola. Mi avvicino al mio posto, brutta sorpresa: mi è stato servito un pentolone pieno di brodo marrone scuro,  dal quale spuntano quattro zampe di gallina.
Ah.
Vedo che i commensali assorbono con avidità rumorosa la brodaglia. Valerio pure la sta bevendo a cucchiaiate veloci, lo guardo e mi spiega che, da piccino, la sua nonna emiliana gli cucinava spesso il brodo con le zampe di gallina, che faceva tanto bene alla salute.
Io penso alla nonna di Valerio e bevo il mio brodo.
I brindisi continuano. Tutti a turno si alzano e propongono un gan bei (pulisci il bicchiere), un alla goccia insomma, ma per fortuna si beve solo birra e i bicchieri sono piccoli.
Le Xiao Jie (le “piccole sorelle maggiori”) servono in tavola una portata dopo l’altra,  conto 16 pietanze diverse, appoggiando ogni cosa sul solito centrotavolone rotante.
I piatti si avvicinano al mio posto, minacciosi e inarrestabili ed Export Manager Zhang sorride e mi riempie il piatto di cibo.
Fortunatamente le signorine cambiano frequentemente  la ciotola e riesco a imboscare i pezzi peggiori sotto scarti legittimi.
I piatti anticipati da grandi cerimonie e presentazioni semi-ufficiali da parte del GM sono quelli che temo maggiormente.
Arriva l’abalone, l’enorme mollusco, una mega-cozza insipida e immasticabile. Si ricompone in bocca dopo ogni masticata, i denti non separano e sminuzzano: massaggiano.
Anche la pinna di squalo ha una consistenza simile, servita nella zuppa densa e trasparente. I larghi funghi neri, piuttosto buoni, sono sacrificati per nascondere la cartilaginosa pinna. E’ insapore e so che costa una follia: a quanto pare sono potenti afrodisiaci e questo basta e avanza. Mi guardo attorno, verso i commensali, e spero almeno nell’effetto ritardato della pinna.
Dopo il pesce combattente gigante cucinato alle spine e un pasticcio di giunture e menischi,  accolgo quasi con sollievo nel piatto una bella bistecca di lingua di manzo (che riesco ad assaggiare per la prima volta in vita mia).
Il pranzo migliora con piatti di maiale, di verdure e funghi saporiti, di manzo. Buoni, serviti verso la fine, i ravioli al vapore e i bianchi panetti con carne di maiale.
Tremendo il riso finale in brodo di gallina.
Però è finita, si può tornare in azienda.

Saluto Valerio, che deve tornare a casa. Sarei curioso di vedere dove abita. Per me questo è un tuffo nella Cina “profonda”, e lui invece si è fatto 600 km di strada per uscire dal paesello e farsi sto tuffo di civiltà.
 

LOFT A CONTRARIO

Tornati in sede, chiedo di visitare i capannoni.
Scendiamo dalla palazzina uffici, passiamo per un cortile interno, sul quale si affacciano due condomini. Sono gli alloggi dei lavoratori. Hanno l’aria di essere densamente popolati, i panni sono appesi ovunque e non vedo i bocchettoni dell’aria condizionata.
Entriamo in un magazzino pieno di tessuti ricamati e parti in plastica per giocattoli. Mi spiegano che l’azienda non fa solo scatole ed espositori di cartone.
Usciamo subito dal magazzino per entrare in un altro grande cortile, con altri condomini, un po’ più bassi, tutt’attorno.
Entriamo da una piccola porta di legno, saliamo due rampe di strette scale, inizia la visita.
In effetti , la produzione è organizzata all’interno di appartamenti, non in capannoni!
Ovunque persone indaffarate, soprattutto donne, chine attorno a tavoloni pieni di scatole e fogli di cartone, piegano, incollano, legano, graffettano…
Ci sono pochi macchinari, giusto per le lavorazioni necessarie (la produzione del cartone, la stampa…).
Ovunque un disordine incredibile.  Bancali di semilavorati, rifiuti della mensa, rifili di carta, scatole pronte per la consegna, latte di inchiostro…
Le scatole sono stampate bene, sono incollate a mano in modo preciso… e mi chiedo come sia possibile ottenere un prodotto buono in un tale caos.
Provo a chiedere spiegazioni a Responsabile di Stabilimento Olio. Non sa niente.  Una incollatrice automatica di fabbricazione tedesca è impacchettata e funge da lungo tavolone sopra il quale le donne incollano a mano. Chiedo al direttore di stabilimento come mai non viene utilizzata.
Lui mi risponde che quella non è un’incollatrice, ma un macchinario per la lavorazione della plastica, per cui a loro non serve…
Gli appartamenti sono disposti su diversi piani, non vedo montacarichi, ma solo un paio di ascensori normali, non riesco veramente a capire come la cosa possa funzionare.

 
NON CI CAPISCO

Torniamo in ufficio, la speranza è di poter parlare dei progetti per i quali, in teoria, sono venuto fin qui.
Niente, non riesco, tutti sono fuggenti, l’interprete è sempre più svogliato, fuma e chiacchiera con il responsabile di stabilimento. Dopo poco il general manager si scusa, ma deve proprio andare!
Mi guardo attorno, non c’è neppure l’export manager, ci sono solo visi sconosciuti, nessuno parla inglese, ognuno parla con il vicino, fuma e mangia mandarini.
Dopo un altro quarto d’ora, rientra in ufficio Export Manager: si parte per Hong Kong!
Mi viene da piangere. Sono venuto da Shanghai per parlare con queste persone, e non sono riuscito neppure a intavolare l’argomento. Cerco di ricordale se il Sinologo in 24 ore può darmi una mano… Il senso comune europeo mi suggerisce che, quanto meno, hanno progetti più urgenti del mio in ballo.
All’uscita, il General Manager esce chi sa da dove e viene a salutarmi: “la prossima volta ti fermi a dormire qui e parliamo!”
Ma non potevamo parlare sta volta? Mi piglia in giro o veramente vuole iniziare a discutere seriamente al prossimo eventuale incontro?
Vabbè, per lo meno ho fatto la mia prima visita in uno stabilimento Cinese… e poi i contatti ormai, ci sono… mi basta coltivarli!
Inizio allora a coltivare il contatto, riscaldando un po’ la conversazione con Export Manager, mentre l’autista ci guida attraverso gli immensi sobborghi della città.
“Mr Zhang, where are you from?”, inizio per scaldare un po’ l’atmosfera. Secondo me è di Hong Kong, o per lo meno ci abita da tempo…
” Where am I from?”
“Yes”
“Now?”
“no, I mean, are you from Shenzhen or from Hong Kong?”
“From Shenzhen to Hong Kong!”
“mm… yes, we’re going to Hong Kong… but… where do you live?” almeno sapere dove abita… e poi mica posso mollare così, nell’imbarazzo…
“I live?”
“yes, Mr Zhang… do you live here or in Hong Kong?”
“Here? No, here only industries, no home”
“Well, I don’t mean right here, in this area, I mean Shenzhen!”
“Yes, this Shenzhen, then Hong Kong, one hour after”
Faccio ancora diversi tentativi, poi getto la spugna.

Guardo fuori dal finestrino, questa zona della città è bella. Palazzi con senso architettonico, grattacieli simili a quelli di Shanghai, mi sembra di intravvedere qualche spazio verde.
Mr Zhang non capisce o non vuole dirmi di dove è, per motivi suoi?
E’ possibile che un direttore di stabilimento non riconosca l’incollatrice automatica, e la scambia per chi sa quale estrusore plastico? E’ possibile che io non sia riuscito a spiegare loro che non avevo fame, ma volevo solo visitare lo stabilimento prima della pausa pranzo?
Non capisco se non capiscono o se non capisco io che loro capiscono…
Non capisco neppure più che cosa devo capire.
La logica con la quale categorizzi, interpreti,  prevedi, il metodo col quale giudichi e decidi, il buon senso, l’istinto…
Ho l’impressione che, dopo una giornata passata in compagnia di manager cinesi, ti rimanga solo un senso di ubriacatura, di spaesamento. L’illuminante consapevolezza di non capirci niente!
Credo che nulla apra di più la testa, nulla sia più stimolante, eccitante, energetico.
Ancora grattacieli. Mi chiedo dove siano finiti i pescatori del villaggio di pescatori. Altro che via Gluck.
E per la prima volta mi passa per la testa un’idea assurda: e se provassi a starci un po’, in Cina?!
Nooo…