Jiaonan, January 2006
July 10th, 2008
COMITATO D’ACCOGLIENZA
Arrivo in orario all’aeroporto di Qingdao, la Svizzera dell’Est, la città della birra Tsingtao, l’Hong Kong tedesca mancata. Siamo nella provincia dello Shangdong, dall’altra parte del mare Giallo c’è la Corea.
Incontro per la prima volta Dick Yi, per cui mi aspetto un cartellino scritto a mano, o meglio ancora stampato, con il mio nome sopra: sono pronto allo sguardo d’intesa, è lei? Sono io? Stretta di mano manageriale, cipiglio professionale, visibilità aeroportuale…
Come i veri uomini d’affare in business trip, insomma.
Niente.
Solo caratteri cinesi, scritti su fogli di cartone.
Esco.
Il freddo è secco, sa di Natale, mi piace. Lo sbalzo termico di dieci gradi non infastidisce.
L’aeroporto è una baby copia di quello di Shanghai, da cui sono partito stamattina presto.
Dopo poco provo a chiamare Mr Dick, che è “on his way to the airport“, “no problem”
Una mezz’oretta più tardi il Nostro mi telefona chiedendomi di tracciare un dettagliato identikit di me stesso. A nulla valgono i miei sforzi per convincerlo che all’Uscita 1 non posso essere confuso con altri maschi dall’aspetto europeo (pur nella versione mediterranea). Tanto più che non c’è anima viva in giro. Niente, pretende più dettagli. “You very long, ah?”
“no, Mr Dick, I’m not long… normal…”
In effetti vuole convincermi che all’uscita 1 è già presente il suo autista, in giacca rossa (evidentemente lui mi aspetta in cartiera). “I can’t see anyone in a red jacket”, gli contesto. Lui tace un attimo.
Poi insiste: “you see he?”
Infine mi chiede se per caso non posso raggiungere la cartiera con “my ow(n) car”, con mezzi propri…
Ieri non ha voluto inviarmi l’indirizzo scritto in caratteri cinesi perché non ce ne sarebbe stato bisogno, ma senza quello non arriverò mai a destinazione. Lo intuisco anche dallo sguardo del tassista che mi aspetta e sfumacchia, allungando i labbroni fino alla briciolina della sigaretta.
E capisco che Mr Dick non avrà la fantasia per risolvere questo impasse, se gli lascio troppa iniziativa.
Decido allora di indirizzarlo e gli dico, semplicemente e a scanso di equivoci, che “no my car, you, you you, please. Red jacket man. Thank you”.
E di fatti Mr Dick qualcosa riesce a combinare e dopo poco arriva un cinese in giacca di pelle plasticata marrone (forse /red/ era in realtà leather?) con un foglio A3 in mano solo apparentemente bianco: c’è una cifra scritta piccina a piè di pagina.
E’ il mio numero di cellulare: è l’autista della cartiera.
Arrivati sulla Volkswagen Santana d’ordinanza, l’uomo mi fa cenno di aspettare.
Dopo cinque minuti si può partire in direzione Jiaonan: è arrivato il secondo passeggero, il Signor Liu, che mi presenta il suo stropicciatissimo biglietto da visita (”Chief”).
Capo di che?
Io mi copro il capo di cenere: ho lasciato a casa i bigliettini! Secondo tutti i vademecum dell’uomo d’affari in Cina, da me avidamente letti negli ultimi 12 mesi, a questo punto i due dovrebbero fermare l’auto e picchiarmi da maledetti.
E invece niente. Al contrario, Capo Liu, per farmi sentire a mio agio, mi regala un pacchetto di “Import-A”, sigarette cinesi il cui tanfo riesce a traspirare dalla confezione sigillata.
Stampata sul pacchetto una dentatura cinese marcia.
Come John Carver nella tenda indiana capisco che dovrò fumare con Capo Liu sto calumet, ma lui fortunosamente rifiuta: si scusa, ma dormirà.
E dorme davvero, l’occhio già spento e la palpebra è ancora a metà.
Ma come fanno ad addormentarsi così facilmente?
Bene, nascondo le sigarette, mi guardo attorno, sonnecchio… sento il Chief russare pesantemente, osservo l’altarino approntato a metà cruscotto, un profumo verdazzurro al posto del Budda, il quale invece penzola dallo specchietto retrovisore insieme ad una dozzina di ninnoli. La foto di Mao giovane, in un cameo d’oro lavoratissimo, il rosario, il panda, 4 o 5 segni zodiacali tradizionali… L’autista in giacca di polimero simil-pelle è al telefono e da 10 minuti dice solo “ha, ha, ha, ha”
LA VISITA
L’ufficio Export ha sede in una doppia stanza all’interno di un edificio lungo, infilato tra altri simili che ricordano più una grande caserma che la sede di una cartiera.
Dopo poco è chiaro che con Mr Dick la conversazione sarà assai povera.
A domande di riscaldamento tipo “Where do you live, Mr Dick?”, lui risponde con un “Mr Dick!” accompagnato da un sorriso disarmante, che troverei anche tenero se la situazione fosse altra.
Con tatto, senza fargli perdere la faccia, riesco a convincere Mr Dick ad invitare il suo capo, Export Manager Wang, alla riunione: questi parla inglese.
Adesso si comunica, ma non so bene di cosa.
Sembra una chiacchiera tra persone incontratesi casualmente sul treno. Cerco in continuazione di toccare gli argomenti per i quali sono venuto qui, ma presto il tema è cambiato, o ignorato. Spesso i due prendono a parlare tra di loro, chi sa di che… se la ridono, sorseggiano il loro the. Poi tacciono, allora ci riprovo, ma loro mi sgusciano via con facilità.
Ogni tanto si presenta qualcuno con un campione delle più svariate carte, che si accumulano sul tavolo non attraggono l’attenzione dei due Managers.
La spiegazione più tecnica della giornata verte attorno ai rotoli di carta per uso sportivo. Mi spiegano che il tifoso lancia questi rotoli di carta igienica bianca o colorata dall’alto degli spalti, creando un effetto coreografico un festoso (e lievemente lassativo).
“Maddai!”.
Ma della mia carta nessuno parla.
Chiedo di visitare lo stabilimento.
Tra decine di capannoni in 70 ettari di area, ne vediamo uno solo, ma è proprio la “continua” che mi interessa vedere.
L’ambiente è ancora più insalubre, disordinato e sporco di altre cartiere che ho già visitato nella zona. E come in altre, passeggiando dal freddo polare dei ribobinatori (a fondo macchina) verso il caldo-umido infernale della zona iniettori, ho la sensazione che la sicurezza qui sia ancora un concetto portato avanti da pochi idealisti post-luddisti (considerando che i comunisti sono la classe dirigente).
Il macchinario tedesco non deve avere più di 10 anni, come hanno potuto ridurlo così? Va bene non fare manutenzione, ma lo devi prendere a martellate!
La carta che ne esce sembra bella.
Come può uscire questa bella carta da un pasticcio simile?
POSTER TRIDIMENSIONALE
Alle 11 e 30 Mr Wang, Mr Dick, e una signora che non si presenta mi invitano a pranzo. Una saletta privata è approntata accanto alla cucina della mensa.
L’ambiente è spartano, il micro-condizionatore non riesce a riscaldare, ma tuttavia la stanza ha una sua accoglienza semplice e contadina.
Il cibo, come conviene, è abbondante ed è possibile assaggiare tutto.
Al dodicesimo piatto i commensali attaccano a parlare dialetto Shangdongese e io posso vagare con la fantasia.
Dopo il pranzo riesco a ottenere i campioni della carta che mi interessa e lotto per ottenere qualche scheda tecnica. Non c’è verso di far capire a Mr Dick e colleghi cosa intendo per “test” o “technical sheet”.
Spelling, spiegazione per metafore, mimi, niente.
Test! T-E-S-T!
Allora provo con il metodo maieutico.
Mi hanno portato al Laboratorio poco prima, Lab, questo lo capiscono. E io allora chiedo: “cosa fate nel laboratorio?”
“We test the paper”
“Here we are! You see? You TEST the paper, test, T-E-S-T”
Loro ridono soddisfatti, hanno capito, e invece no..
Allora prendo Mr Dick, mi faccio portare al laboratorio e faccio il gesto di mettermi in tasca la scheda tecnica di una carta appena analizzata in laboratorio. Mi capisce, ridiamo soddisfatti, vorremmo abbracciarci, ma non conosciamo la reciproca lettura di questo gesto.
Certo i test sono per lo più inutilizzabili (i parametri standard sono diversi), alcuni sono a dir poco qualitativi, sfiorano la superstizione.
Ma tant’è, ho qualcosa su cui ragionare e i campioni da far analizzare a Lucca. Temo che non ne nascerà nulla. Il prodotto, come in tante altre cartiere e cartotecniche in questo Paese, è ottimo. Però, ancora una volta, mi domando come fanno, in queste condizioni, con queste persone. Ho l’impressione che mi facciano vedere il coniglio già nel cappello (e mi vogliono vendere il cappello).
Il mio occhio percepisce solo caos e fino a che non vedrò altro (tipo apparizione dell’aeroplano nei poster tridimensionali), non potrò combinare nulla di significativo. Forse questo è l’obbiettivo, la sfida… Far si che gli amici Cinesi diventino meno misteriosi. Fissare con occhi guerci oltre il foglio, nella speranza che appaia l’aeroplano.
Per il momento mi riescono solo gli occhi guerci, grazie alla birra sorbita a pranzo e alla stanchezza da iperstimolazione ambientale.
MR DICK
Mr Dick si offre di accompagnarmi a Qingdao, dove ho prenotato un albergo-grattacielo nel centro della nuova zona commerciale.
Il viaggio è lungo, due ore di tragitto, con tratti in autobus aziendale, ferry boat e taxi.
Mr Dick ha 28 anni, vive nel dormitorio, che è diventato ormai “la sua nuova fidanzata” (quanto ha divertito l’autista con questa battuta, anche io ho dovuto sbellicarmi per educazione).
Media statura, magrolino, incarnato pallido, il naso stretto e lungo, i capelli ordinatissimi attorno ad una riga poco sopra l’orecchio destro, gli occhiali grandi e impolliciati dappertutto nascondono lo sguardo buono.
Indossa il vestito grigio d’ordinanza, una camicia violetta, la cravatta verdastra con motivi floreali, la calza corta, cacciata nel mocassino, copre solo una parte della calzamaglia rosa carne che lo ripara dai venti mongoli.
E’ una brava persona Dick, sa di parlare poco l’inglese, si schernisce, ma ha passione per il suo lavoro ed è bendisposto con tutti, fin servizievole. Devo insistere per non fargli spolverare ogni sedia che sia alla portata del mio sedere.
Dick riesce a tornare a casa quasi sempre durante le feste comandate. Casa è vicina, per gli standard cinesi, circa 200 km dalla cartiera.
E’ fortunato quindi, riesce a tornare due o tre volte all’anno.
Una volta è riuscito persino a tornare a casa per il compleanno della nonna.