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Il mimo di Padron Hu

Saturday, July 24th, 2010

Prendo oggi possesso del mio nuovo appartamento. La mia nuova casa.
Non immaginatevi un gran trasloco: libri, Pokemon e animaletti sono tutti in Italia, non servono gru né impresine di facchinaggio. Il taxi con il quale arrivo al condominio di Xinle Road è comunque pieno di valige e sacchi di polipropilene gravidi di ogni bene e mercanzia. Vestiti alla moda, quaderni fitti di appunti –che definirei codici se non fossi tanto modesto-, gattini d’oro che salutano, oggetti di arredo e arte moderna, un tappeto di finto bufalino tibetano, l’Intellevision del 1984, un lettore di DVD, la teca del geco da compagnia e così via.
Le braccia sono due, le spalle pure, con la gamba destra spingo la settima valigia. Nel farlo emetto gemiti da partoriente, ma questo non basta ad intenerire la guardia condominiale o il portinaio, che mi stanno guardando apparentemente senza sospetto né commozione. Abbozzo un saluto: “Nimen hao!”
Niente. Risaluto, sorrido con gli occhi, nessun risultato evidente.
Ammetto che il sorriso d’occhi, mentre sto spostando una colonna d’Ercole, potrebbe essere stato poco più che un ghigno da pazzo, ma il “buongiorno a voi” è stato scandito con dizione da scuola di Mandarino, “the spring-roll is on the table”.
Faccio qualche viaggio per scalare i 7 gradini che mi conducono all’atrio del condominio. Ricchezza di polimeri marmorei, compensati d’alabastro, vasi ming. Sulla sinistra la buia postazione del portinaio, di fronte la parete con benemerenze incorniciate che promettono di entrare in un condominio modello. Sulla destra, la porta d’accesso al corridoio degli ascensori, da sbloccare digitando un codice numerico. Digito come mi è stato spiegato: 1,2,3,4. Non funziona, la porta rimane chiusa. Grazie a questo piccolo incidente attiro l’attenzione della guardia e del portinaio, che mi dicono: “l’hai sbagliato!”
Per lo meno li ho fatti ridere un po’. Non mi comunicano il codice corretto: citofono per farmi aprire da Mr Hu, il facente funzione padrone di casa (il vero padrone di casa, latifondista immobiliare, si starà forse godendo la vita in qualche karaoke o sulla riva di un lago artificiale).

Mr Hu mi attende al dodicesimo piano, appartamento 5. Con questi c’è anche una signora che sta rassettando, un operaio che martella il divano e un giovane hacker che setta la televisione.
Padrone Hu mi consegnerà le chiavi, ufficializzando così l’inizio del domicilio, ma prima mi deve introdurre ai misteri della casa. Per qualche motivo sul quale non mi voglio interrogare, oggi Padrone Hu fa il sordo muto (mi scuso se non uso l’eufemismo). Ieri abbiamo parlato in “Cinese”. Certo, ho dovuto aiutarmi con un po’ di mimica e vignette disegnate al momento, ma in teoria si è parlato per un paio d’ore, definendo i dettagli del contratto, le minuzie delle clausole. Oggi invece Mr Hu dà per scontato che non parlo una parola di Mandarino e mi regala lo spettacolo indimenticabile del mimo Shanghainese. Gli amici cinesi non sono soliti farsi aiutare dai gesti, per favorire la comunicazione. Padron Hu invece inizia uno spettacolo che, avessi un maggior fiuto per gli affari, avrei dovuto riprendere con la videocamera. Inizia dalla stanza più lontana: mi fa cenno di seguirlo indicandomi un immaginario sentiero che ci conduce alla camera da letto. Accende l’aria condizionata -unica fonte di riscaldamento, perché in teoria Shanghai è al sud, e anche se d’inverno si va sotto zero, il governo stabilì decenni fa che al sud fa caldo: niente termosifoni-. Si avvicina al bocchettone saltando, allunga il braccio per sentire la temperatura, incita a fare lo stesso ripetendo il gesto con teatralità. Mi avvicino, l’aria è calda, effettivamente. Mi indica il letto: mima il riposo, raccogliendo le due mani sotto la guancia destra, reclina la testa e assume un’aria da angioletto che dorme. Indica poi i comodini e gli armadi. Apre ogni cassetto ed emette un suono per ogni movimento. Mima la massaia che piega una maglia e la ripone al suo posto.
Passiamo al bagno. Apre la doccia, accende il ventilatore, le luci, tira l’acqua del water, apre i cassetti… e poi, mi volto nella speranza di non essere il solo a godermi tutto ciò, si specchia e fa il gesto d’imbellettarsi. Si gira, si sistema il riporto, cerca il profilo migliore roteando gli occhi verso il lato sinistro, infine tira fuori la lingua per controllarne il colore: lo specchio, capisci?
Finalmente si può andare nello studio. Accende il lettore di CD, non funziona, panico. Gli spiego che non si sente nulla solo perché manca il disco, si tranquillizza immediatamente. Riprova con la radio: funziona! Mi indica orgogliosamente l’antennina di plastica che ha attaccato al muro, a due metri di altezza, per intercettare le radio locali. Siede alla scrivania e si mette a scrivere per finta. “Scrivere!” la prima parola in cinese da quando sono entrato.
Seconda camera. La dimostrazione del divano letto è troppo lunga anche per la paziente disponibilità dei miei lettori, vi basti sapere che ad un certo punto ho veramente pensato che Padron Hu si fosse assopito, con scarpe e tutto, nella posizione fetale.
“Benissimo!”urla all’improvviso la seconda parola: il finto assopirsi faceva parte della recita. Secondo me ha il mal di schiena, intuisco qualche scossa cervicale: d’altronde il divano ha il profilo di una hamaka, è fatto per schiene pre-adolescenziali.
Passiamo al salotto. Padron Hu ha ascoltato una mia precedente richiesta, sostituendo un televisore a tubo catodico in bianco e nero con uno schermo al plasma, un Panasonic di 42 pollici. Il giovane hacker l’ha collegato ad un mangia-cassette VHS . Mi mostra molti dei 19 canali della CCTV (la RAI Cinese). Zapping su film in costume, accenna ad una mossa di kong fu.
Finalmente la cucina. Qui il Nostro dà il meglio di sé. Accende l’acqua calda. Tiene la mano sotto il getto fino a che non raggiunge la giusta temperatura, poi mi invita a controllare: è da ustione! Come può tenere la mano ferma là sotto? Poi passa a forno e fornelli. Mi fa infilare la mano ancora fumante nel fornetto, poi mi invita a passare il palmo sul fuoco dei fornelli. Effettivamente il fuoco è caldo. Inizia poi ad aprire ogni sportello e dà una dimostrazione d’uso per ogni singolo attrezzo da cucina. Al momento dei bicchieri inscena la finta bevuta : a testa alta e braccio quasi disteso sopra di essa, labbra a cuore, prende a fare un verso rumorosissimo e risucchiante, come a sorbire una zuppa calda. Il verso, di timbro potente, è tenuto per circa trenta secondi d’orologio. In apnea, roba professionale. Quando finisce, è rosso paonazzo, come avesse veramente tracannato una bottiglia di grappa al riso, e contento come un bambino. Credo si sia ubriacato.
Siamo ora pronti per la cerimonia della consegna delle chiavi.
Credo di essermi già affezionato al mio facente funzione padrone di casa, padron Hu.

Park Life

Monday, April 26th, 2010

La delusione nei confronti del Maestro di tai chi chuan (taiji chuan) della mia nuova palestra, di cui scriverò in una prossima lettera, mi spinge a cercare il mio guru di arti marziali nel posto appropriato: il parchetto pubblico più vicino a casa.

Al parchetto pubblico le attività ludico sportive si svolgono per lo più attorno alle 6 mattino.

Se ti presenti alle sette i giochi sono fatti; i gruppi di allenamento sciolti, gli anziani lasciano spazio a giovani tiratardi che si allenano all’americana, correndo attorno al parco.

Sono le 5 e 57 del mattino e mi presento all’entrata del parchetto.

Come supponevo, le attività brulicano. La strada principale, che dal cancello conduce alla pagodina di pietra nel centro del parco, è percorsa da decine di avventori. Stanno camminando all’indietro; alcuni accennano persino ad una corsetta. Questa disciplina riporta l’equilibrio tra i flussi energetici yin e yang all’interno dell’organismo e dissoda i glutei.

Mi sento un po’ in imbarazzo per via della mia attrezzatura da ginnasta professionale. Scarpe, praticamente a levitazione magnetica. Tuta originale della squadra olimpica svedese. Biancheria intima Nasa, magliettina della salute da alpino sul K2. Microfibre, polcotton, wintex, antimicrobial.

Gli altri parchigiani sono vestiti da tempo libero: jeans, giacche a vento, berretti e sciarpe, qualcuno è in pigiama e mocassino . Polietilene, pelle polimerica, lana grezza, gomma.

Sento gli occhi puntati su di me, leggo aspettativa.

Sgranchisco il collo come un pugile nervoso e mi metto al piccolo trotto, direzione pagodino.

Qui mi fermo per fare stretching. Una donna pratica eleganti figure di taiji jian con spada e due giovani danzatori, due tangueros, le volteggiano attorno.  E’ una coreografia degna del miglior Sergio Japino. Per un attimo mi sembra di vedere la Raffaella Carrà che esce dal pagodino e fa la mossa dello svenimento (i più giovani sbobinino le teche RAI perché merita).

Spengo la TV e noto una staccionata di ferro sulla quale alcuni atleti stanno facendo esercizi di allungamento. In realtà si tratta di un gruppo di ottuagenarie che alzano la gamba a 170 gradi.

Leggermente turbato, mi sposto di qualche metro.

Mi fermo un attimo ad osservare due donne che stanno praticando una disciplina a me ignota. Sistemate vicino a due alti pioppi, battono i palmi delle mani sul tronco. Una di loro sospende lo schiaffeggio e prende a girare attorno alla pianta con aria da posseduta.  Mi vien da pensare al sacro albero dei Na’vi, in Avatar

Proseguo, alla ricerca del mio guru.

Raggiungo una piccola porzione di parco cinta da siepi, dove alcuni studenti ripetono la lezione ad alta voce e un gruppo di uomini fa stretching. Una coppia di atleti ha scelto questo angusto spazio per esercitarsi al badminton. Devono continuamente recuperare il volano tra le gambe degli studenti. L’amore per lo sport ben si concilia con la passione cinese per gli spazi affollati.

Superata la siepe, trovo finalmente il primo gruppo di praticanti di tai chi. Sono disposti in largo cerchio attorno al prato principale del parchetto.

Mi dispongo tra due anziane che mi guardano senza espressione. Ricambio. Saluto. Non rispondono.

Stanno facendo esercizi preparatori. Sembra il Gioca Jouer. Salutare, spray, campana, autostop… Ci sono mosse non previste neppure da Cecchetto: remare, sborsare, spinta, mandare al diavolo ed altri ancora.

Superman!

Non capisco chi guida, all’interno del gruppo. Cerco di seguire le due vecchiette vicine, ma è sempre più difficile.

Finalmente chiedo alla più giovane, quella senza gobba, se può aiutarmi.

Paziente ma dura, come ti aspetti da un maestro orientale, mi corregge posture e movimenti. Mi sento come un multi fratturato alla prima sessione di fisioterapia. Le giunture emettono rumori preoccupanti, i muscoli sono tirati fino allo strappo, il viso solcato da smorfie di paurosa fatica. Non basta ripetere a me stesso che non fa male: non riesco a imitare correttamente le figure delle anziane.

Decido comunque che neppure la settantenne ha il physic du role per diventare il mio prossimo guru di arti marziali. Fingo l’acutizzarsi di un dolore pregresso al ginocchio e mi allontano senz’altro, farfugliando qualcosa alla maestra.

Zoppico finché sono sicuro di essere oltre il campo visivo delle miopi anziane, supero una casetta per gli attrezzi e lo vedo: il mio futuro maestro di tai chi. Sta compiendo figure elegantissime, mima calci al rallentatore, traccia cerchi con le braccia e respira profondamente.

Cinquant’anni circa, magrolino e dignitoso, l’espressione austera di chi è in aria di illuminazione.

Mi avvicino, si ferma. Prende la sua borraccia del tè e scappa. Un altro cerbiattuomo da addomesticare?

Lo seguo a distanza per tutto il parco, senza farmi notare. Ripassiamo per il grande cerchio delle anziane, l’aula del badminton e il pagodino dei tanghero armati.

Imbocco la strada d’ingresso, deciso a tornare a casa con le pive nel sacco, quando noto un uomo chino in avanti, che con un lungo pennello sta disegnando sul pavimento. 

Mi avvicino per guardare meglio: sta scrivendo. L’uomo pratica l’antica arte della calligrafia, usa l’acqua a mo’ di inchiostro.

La scrittura è sicura, veloce, i caratteri netti e continui, non stacca quasi mai il pennello dal pavimento. Scrive una poesia, credo. In colonne, dall’altro in basso e da destra a sinistra.

Finita la prima strofa, il primo carattere in alto a destra inizia a scomparire, l’acqua sta evaporando.

Il vecchio calligrafo osserva per un attimo la sua composizione, poi si sposta e inizia la seconda strofa. Gli chiedo se può leggere quanto ha scritto.

Finisce di scrivere la seconda strofa e poi legge. Non capisco nulla, però sono rapito dalla recitazione. Gli chiedo il perché dell’acqua, temendo che sia solo una questione di decoro pubblico. Mi stupisce parlandomi dell’effimerità del bello. O almeno credo. Mi dice: “guardo, mi piace? non c’è già più: sì, mi piaceva”. Vuole dirmi di più, ma lo perdo, credo stia parlando dell’oggettività dell’arte. Mi prende per la giacca e mi strattona verso il lato opposto della strofa, ma da qui non si può leggere nulla. La luce che arriva da sud-est fa sì che i caratteri siano leggibili solo da due lati.

Credo mi stia spiegando in questo modo che il bello è soggettivo in quanto dipende dalla persona che guarda, ma la soggettività non sta solo nella testa dell’osservatore, ma anche nella sua posizione oggettiva, cioè nella sua collocazione ambientale e quindi culturale.

O forse vuole solo che mi tolga di mezzo, che stavo in piedi in mezzo alla terza strofa? E’ più verosimile.

Me ne vado sorridendo. Oggi non ho trovato il mio guru di tai chi, ma in compenso un calligrafo mi ha dato una lezione di estetica.

Le due anziane praticanti di tai chi, improvvisamente apparse di fronte a me, mi ghiacciano il sorriso sul volto: osservano la mia camminata sicura. Hanno l’espressione di chi ti sta per chiedere: “Perché non claudichi?”

Il sorriso si è fatto maschera grottesca di simulato dolore, mi rimetto a zoppicare, emetto un paio di gemiti come chi ha avuto un’improvvisa ricaduta ed esco senza guardarmi indietro.

 

Quinta Metà: the State of the Chinese Motorbike Industry and the Search with No Warrant

Sunday, November 15th, 2009

 

Arriviamo a Cangnan verso le 10.50, riesco a rimandare il pranzo.

In azienda, Justin mi ripete per l’ennesima volta che adesso sono diventati un “gruppo”.

Indica orgoglioso i due enormi caratteri blu che campeggiano sopra la palazzina degli uffici: gruppo!

Nell’entrare mi spiega che hanno anche diversificato leggermente la produzione.

“e cosa fate ora, quali tipi di packaging?”

“facciamo auto!”

“auto?”

“sì, automobili e scooter elettrici”

E mi mostra una specie di pulmino di Gardaland che effettivamente ricorda un’automobile. Istintivamente allontano lo sguardo e cerco subito di dimenticare quanto ho visto.

Alla sinistra c’è una galleria illuminata da neon bianchi, vetrate sull’esterno, dove sono parcheggiati una dozzina di scooter.

La loro produzione.

Sembrano già vecchi. Come i neonati maschi gallesi, che paiono già rugbisti calvi di mezza età, rimpiccioliti nel fisico per esigenze sceniche e sistemati alla meglio in una culla col doppio fondo.

Questi scooter somigliano proprio a quei bimbetti gallesi, ma addobbati a Capodanno Cinese: luci, faretti, leds e occhi di bue sono sparpagliati sull’intero veicolo, apparentemente a casaccio.  Mancano solo i fuochi dell’artifizio.

Gli abbinamenti dei colori (ogni scooter vanta quattro o cinque diverse tonalité) sono al di là della mia percezione oculistica, non li capisco. I nervi ottici mi provocano un momentaneo daltonismo, forse per istinto naturale di sopravvivenza e adattamento.

Un tubo di uranio impoverito galvanizzato segue l’intero perimetro del motorino fungendo da paraurti. Intercetta ogni tipo di urto, a proteggere l’autista, il passeggero, finanche il passeggero dall’autista e viceversa. Non riesci neppure a dare un buffetto alla ragazza seduta dietro di te, che certamente ti incarti in un pezzo di paraurti e rischi pure di farti male.

La vera funzione di questo scudo protettivo in effetti, a mio modesto giudizio, non è la sicurezza: esso è fintamente difensivo, essendo utilizzato più che altro a scopi di intrusione e offesa. Il pilota cinese, me l’immagino completamente inespressivo, viso di balsa  e occhio inquietante, mentre si fa largo nel traffico e minaccia, forse scorna, tampona o sperona l’avversario stradale.

Le ruote sembrano più piccole del dovuto, non ne sono certo, ma la fantasia non può che correre al crostaceo macrocefalo dalle zampette corte che a volte ti sorride triste da un acquario del ristorante cinese di Provincia.

I sedili sono rivestiti di pelle finta-plastica (che il brutto sembra essere ricercato, come un’operazione di marketing mirata all’enorme nicchia che si vuole aggredire: il consumatore cinese spaventato dal bello).

Lo scooter ammiraglia sfoggia invece un sedile di una certa eleganza: qui è stata utilizzata una plastica finta-pelle. Pelle squamata.

In natura esiste un animale grigio-verde con grosse squame ovulari? E i due caratteri del brand in rilievo. Oltre al dragone, intendo.

I tappetelli poggiapiedi sono arricchiti con eleganti figure serigrafate a motivi faunistici, mitologici e floreali.

La scocca dei motoveicoli si spinge aerodinamica in avanti, dando un aspetto aggressivo a mezzi che sarebbero altrimenti di basso profilo, nella loro sobria semplicité.

Solo la plancia di comando  prende elegantemente le distanze dalla lussuria che la circonda. Cruscotti senza grilli per la testa. Quadrati, coperti da una plastichina già ingrigita e segnata, indicano il necessario: velocità, numero di chilometri percorsi, spia della batteria.

Nel guardarli Justin sembra commuoversi per un attimo.

“Duemila renminbi. Costano solo duemila renmimbi”.

Effettivamente con 200 euro te ne porti a casa uno.

E poi? Che fai lo usi?

 

Possiamo andare in ufficio.

Ma anche no: è forse meglio passare subito dall’albergo, fare il check-in, sistemare le mie cose.

 

Il Wu Hao, orgoglio della città, è effettivamente un alberghetto decente a quattro stelle cinesi.

Avevo già prenotato via internet. Consegno il passaporto e ritiro la carta magnetica. Justin e l’autista chiedono alla signorina quanto ho pagato.

Salgo in stanza. Mi seguono. Provo ad allungare il passo ma me li trovo al fianco, quando apro la porta.

Immediatamente fanno irruzione.

Prima analizzano l’architettura della camera. Non si accontentano di dare un’occhiatella: devono percorrere fisicamente, pestare, palpare ogni angolo della stanza.

Poi entrano nel bagno con le scarpe, aprono il rubinetto e tastano l’acqua, studiano i pacchettini col pettine, lo spazzolino, le cremine. Tornano in camera e l’atteggiamento somiglia sempre di più a quello della perquisizione. Prendono ad aprire cassetti, ispezionano ogni angolo, spostano le sedie, studiano il contenuto del frigobar.

Io non mi sono praticamente mosso dalla porta d’ingresso, ho solo messo la valigia nel piccolo corridoio  senza partecipare alla perquisa, nella speranza che la mia inattività sarebbe stata in qualche modo notata e letta come segnale di protesta.

Sicché quando Justin fa per sdraiarsi sul letto, con scarpe e tutto, non mi trattengo e utilizzo l’arma segreta, il piffero magico: “amici, andiamo a mangiare?”

Quarta Metà: Cangnan, July, Year 4. The Equatorial Taiga Paradox and the Old Memories Brought About

Saturday, October 17th, 2009

 

 

Precipita umidità, sulle campagne del Zhejiang.

O meglio, le gocce d’acqua giallastra non precipitano, bensì salgono, si sparpagliano, ondeggiano cullate da un’aria inquinata e calda. Il termometro segna quarantadue gradi celsius. Sembra di stare in un bagno turco.

E’ anche buio come nel bagno turco, pur essendo le dieci di mattina.

Questa è la vista fuori dal finestrino: qui dentro, in macchina, c’è la solita taiga. L’aria incondizionata sputa vento ghiacciato, emettendo un suono cupo e sinistro. Il suono lontano della tramontana che soffia in altra vallata.

Il mio corpo sta tremando, iperstimolato dal paradosso tra quello che percepisce l’occhio e ciò che sente l’epidermide.

Immagino un compressore da ghiacciaia industriale nascosto nel capace bagagliaio di questa Buick.

 

In Europa abbiamo avuto un fenomeno simile nei primi anni Settanta, coi prototipi d’aria condizionata.

Ricordo viaggi lungo l’Autostrada del Sole, si andava al mare in Puglia. La radio forse trasmetteva i Bee jees, You should be dancing, o Battisti. Ancora tu.  

L’auto del babbo era progettata per quattro passeggeri, un “due+due”. Noi eravamo in quattro solo dietro. Io e mio fratello incastrati in un sedile, le mie sorelle accatastate sull’altro. Tutto attorno a noi i bagagli che la mamma non era riuscita a stipare nel baule. Se per sbaglio aprivi un finestrino, usciva fuori Pandora con il vaso in una mano e una borsa termica con le mozzarelle e la burrata fresca nell’altra.

Ma non c’era bisogno di aprire finestrini. Né tanto meno i portelli: non si scendeva per alcun motivo. Ogni 70 chilometri circa il babbo doveva fermarsi per fare benzina, ma la pausa aveva la durata di un pit-stop da formula uno. Con tanto di cambio gomme.

“Mamma ho sete”

“basta capricci, adesso siamo arrivati!”

Non eravamo affatto arrivati, io pur bambino lo capivo che era ancora mattino e si sarebbe fatta sera. Ma non erano quelli anni in cui si metteva in discussione un comando.

Bere significava perdere tempo per l’acquisto della bottiglietta d’acqua (le bibite gassate tipo Coca Cola, a casa, erano ancora classificate come droghe stimolanti e allucinogene). E poi altro tempo perso per la conseguente pausa pipì: alla mamma non era sfuggito certo che le due cose erano spesso collegate.

Vero è che all’epoca non c’erano cinture di sicurezza a premere sui reni e stimolare la corsa al bagno.

Niente cinture di sicurezza, certamente, come neppure airbag, ABS, servosterzo/servofreno, seggiolini per infanti, eccetera. Il controllo della pressione degli pneumatici consisteva in una pestata coi piedi del benzinaro: “sgonfie dotto’, ‘na bella soffiata?”.  Non so perché, ma ho il ricordo di un uomo enorme e rosso di capelli che dice ‘sta frase, mentre fa una specie di smitragliata con la pistola dell’aria compressa e mi guarda dritto negli occhi, pur rivolgendosi a mio padre.

Leccarsi i baffi che c’avevi i fari. Nell’auto del babbo questi erano nascosti sotto due piccoli pannelli, in fondo al lungo cofano: si alzavano per dare una fugace illuminata e si abbassavano subito, finita l’abbisogna, quasi per pudore di questo zotico sfoggio di sicurezza.

La frenata, a certe velocità, era più che altro una dichiarazione d’intenti. Un modo per occupare il piede destro e resistere alla tentazione di dare un’altra acceleratina, mentre l’attrito atmosferico o la fortunata presenza di una salita facevano il loro lavoro e rallentavano eventualmente  la vettura.

L’uomo era già allunato da alcuni anni, non era una questione tecnologica. L’automobile doveva essere quanto più pericolosa: doveva correre, tutto qui. Dal futurismo alla Uno turbo, dagli esperimenti di velocità di Marinetti a quelli del babbo, che si lanciava a 270km/orari in autostrada con quattro bimbetti accalcati nell’angusto abitacolo posteriore .  La strada si deformava, la testa di mamma si deformava, le curve dovevano essere intuite prima che percepite dall’occhio, o sarebbe stato troppo tardi. Ed era la cosa più normale del mondo. Oggigiorno un tribunale dei minori, noiosamente e anglosassonamente, metterebbe i quattro figli in subitaneo affido per molto meno.

I due grandi bocchettoni dell’aria condizionante sparavano elio liquido e scaglie di ghiaccio. Il babbo l’accendeva, ci ibernava ben bene e poi spegneva. Io ne profittavo per dissetarmi succhiandomi le braccia, aggirando così il divieto d’idratazione di mamma. Rimanevamo belli freschi per un po’, pur sotto il sole autostradino di Ferragosto. Quando il ghiaccio iniziava a sciogliersi da sopracciglia e baffetti, si riaccendeva ancora un po’.

Ricordo i vestiti da side-car dei miei: giubbotti di pelle, foularini a tinte calde e vistosi occhiali da sole. Forse anche un caschetto di cuoio con allacciatura sotto mento, ma non ne sono sicuro.

Noi bimbi avevamo il solito abbigliamento da Passo del Tonale.

 

Cerco di  rifugiarmi in piacevoli ricordi. Perché oggi non è giornata, non mi godo nulla, me ne frego.

Ma questi continuano a parlarmi.

“No Justin, non ho fame, sono le 10 e 30”

Se continuo così lo faccio piangere oggi, il Justin.

Terza Metà: Cangnan, July. The Hairstyle that could not be and should not be forgotten

Thursday, October 1st, 2009

Il volo China Eastern Airlines che da Shanghai mi sta conducendo a Wenzhou è più desolante del solito o è il solito pessimo MU5298?

Le gonne delle hostess sono oggi particolarmente sporche? Il microclima d’alitosi è più pungente o afoso del dovuto? Il vociare del vicino 18 A che comunica col 18 C ha una tonalità superiore all’atteso?

Sinceramente no.

Le gonne sono sì zozze ma se ne distingue il colore originale, l’alitosi di sala ha la rassicurante rancidità del raviolone agliato al rognone, non rappresenta la sfida impossibile lanciata dal tassista di ieri sera, per dire. Ed il vicino è un mezzosoprano, sta urlando in mi bemolle 2, mi pare.

Sono io, io sono desolante e desolato. Desolando e desolaturo. Il resto è perfetto.

Perfettamente trash.

 

Succede che non c’ho voglia. Succede che non ce la faccio quasi più.

E’ il 27 luglio e penso ai miei compagni di scuola, al mare con gli amici, l’unghia del medio che duole per le interminabili partite a biglie, la schiena scottata dal sole e la prospettiva di una sbronza colossale in qualche balera della Riviera Romagnola, dopo il frittone misto in pastella di colesterolo.

Penso alla montagna, al cielo con le nuvole e le stelle, all’ufficio legnoso, un fiammingo alla parete. Penso all’ordine, alla logica, alla stanca e raffinata vita Padana, dove tutto scorre con banale, prevedibile razionalité.

Penso ad una lacrima di aceto balsamico sulla bufala, ai panzerotti di mamma Margherita, all’ordinato abbaiare di Rocky, Jack e Jacky sul prato di casa dei miei.

 

Mezzora in volo, tra un po’ iniziano le operazioni di atterraggio.  Leggo nuovamente l’ultimo messaggio che mi è arrivato, prima di partire.

Una vecchia abitudine:  da giovine ero solito ricevere splendidi messaggi, prima di prendere un aereo. Messaggi di commosso addio, anche fossi stato di ritorno la sera stessa. Poi ho cambiato numero, mi pare, o comunque qualcosa è successo e non ne ricevo più.

Anche questo mi sembra una specie di messaggio d’addio, ha una laconicité tutta sua, uno stile direi:

[ctrip]weather: Wenzhou, Cloudy/Cloudy Tomorrow, 38-29 deg C.

Ha ancora senso tutto ciò? Per la prima volta, dal Settembre del 2005, sento di averne abbastanza.

Ha senso che io stia andando in un posto che si chiama Cangnan, nei pressi di Wenzhou e domani sarò in un altro che si chiama Ruian, che il tempo prevede un “nuvoloso/nuvoloso 38 gradi” all’ombra e un’umidità da bagno turco?

Perché ciò su cui dolosamente glissa il messaggio meterorologico è il dato sull’umidité: non credo di esagerare se dico che a queste latitudini vivi praticamente in una vasca d’acqua inquinata.

Quando l’acqua è a 20 gradi ti sembra di essere sul Tonale a Santo Stefano. Un grado in più e ci si cuoce.

A mio giudizio qui ci sono 4 o 5 finestre di bel clima all’anno, quando il termometro segna i 20.5 gradi Celsius. Due o tre ore in tutto nell’arco dei dodici mesi.

 

Mi risveglio quando le ruote fanno il primo rimbalzino sulla pista. Stavo facendo un bel sogno, sguazzavo nelle Terme sulfuree di Sirmione, credo. O forse stavo sciando. Bello sciare. Ma non ne sono sicuro: ricordo solo il passamontagna di lana anni 70 e la sensazione di alcuni numeri che dovrei giocare sulla ruota di Cangnan. Il 20, il 21 e il 20 e mezzo.

Spesso mi addormento proprio in fase di atterraggio, qualcuno mi sa dire il perché?

 

Arrivo alle 9.30, Justin non c’è. Dopo un quarto d’ora mi telefona. Non ha la stessa voce di stamattina, la voce da amante stanco, da telefonata sdraiati sul letto. E’ invece allegro, un po’ agitato, sembra cercarmi con la voce:

“dove sei? No vedo ti”

“dove sono, sono agli arrivi, Justin” Ho già perduto la pazienza, vedete?

“io anche, no vedo ti”

Sento che dice all’autista di “correre un po’, che Gia-lu-cà è già arrivato”.

E riattacca senza tanti convenevoli.

Certo non mi vede, il farabutto, è ancora in autostrada!

Arriva dopo una mezzoretta, trafelato come avesse corso a piedi e non in macchina. Tipo corsa campestre.

 

Lo guardo meglio, ma cosa ha? Cosa lo rende tanto assurdo, al di là della trafelaggine?

La sua pettinatura!

E’  enorme, in primo luogo, questo ti colpisce subito.

Ed è meravigliosissima.  Trattasi di acconciatura a schiaffo, in avanti però. Lo schiaffo arriva dalla nuca, per intenderci. Di fronte, l’effetto è quello vagamente minaccioso dell’onda di libeccio che sembra volerti travolgere. Il primo istinto è quello di scartare velocemente di lato. Fortunatamente Justin è piccoletto e l’acqua ti arriverebbe all’ombelico.

Di profilo invece, mi sposto di due passi per avere la corretta prospettiva, il tutto assume un aspetto più pacato e sino-taoista. La forza dirompente dello tzunami che ti spaventa di fronte, diventa perfetto equilibrio di profilo. I capelli yang che coronano l’alto cranio formando un cupolone castano (temo che Justin si faccia le meches), si incontrano a metà della volta cranica posteriore con i capelli yin, che scivolano per una ventina di centimetri fino a toccare la nuca del Nostro, per poi svirgolare di nuovo all’esterno all’altezza del collo, rispecchiando perfettamente, a contrario, il profilo del cupolone soprastante.

Sono esterrefatto da questa acconciatura, la più straordinaria che abbia avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni. Forse nella mia vita. Niente di simile si può vedere neppure tra i ritratti dei Grandi di Spagna al Prado, o tra le vostre vecchie fotografie dei compagni di scuola e università nei primi anni novanta.

“Hello! You had a good trippa? You had a good trip ah?”

La voce di Justin mi distrae da questa specie di visione, di rapimento estetico. Ricordo un momento simile, la prima volta che vidi dal vivo la Jeunes filles au piano di Renoir, all’Orsay. Mi svegliai con gli occhi belli di Elenoire che rideva e mi parlava.

Così ora mi sveglio con gli occhioni buoni, cinti da foltissime sopracciglia, di Justin.

Sorride un po’ preoccupato, forse imbarazzato. Il suo volto è tondo e grandissimo, la fronte spaziosa e intelligente, il bel naso grande al centro dei due rotondi zigomi, la boccuccia piccola, labbra carnose. E quel mentino appena accennato, sotto le labbrucce a cuore, che ti viene voglia di prenderlo tra le pollice e indice e dirgli: ‘bel musetto!’.

Mi sto distaccando dalla mia parte di ospite perfetto, sempre più. Una volta risultavo simpaticissimo agli amici cinesi, di certe cose ti accorgi. Partecipavo, parlavo la lingua, assaggiavo tutto, bevevo, coinvolgevo, giuocavo. E loro mi festeggiavano.

Adesso un po’ me ne frego e mi trovo in situazioni come questa, ove capisco che Justin saluta preoccupato, mentre io continuo a osservargli la chioma, immerso nei pensieri su quanto sia cambiato il mio atteggiamento con gli amici Cinesi. Sono veramente sul punto di fargli un buffetto e canticchiargli un ‘bel musetto!’.

Devo reagire. Mi sveglio dal torpore.

“Justin! Che piacere rivederti, scusa sono un po’ stanco per il viaggio e osservavo i tuoi capelli, sei stato dal parrucchiere? Hai un’acconciatura fantastica”

No, non sono un paraculo, scusate, ma devo dargli faccia, non posso dirgli la verità. L’Uomo non sempre è pronto per la Verité. E poi fantastica è fantastica, mica ho detto una bugia.

 

Entrati in auto, il Nostro dà indicazioni all’autista, reclina subito il sedile e si mette a dormire. Qui capisco in parte il segreto della sua chioma: il vuoto, la cupola concava sulla nuca, è dovuta allo schiacciamento dei capelli sul poggiatesta! Originariamente la Chioma aveva certo un’altra forma: era un casco, un enorme, grottesco, perfetto casco che tracciava una sezione di cerchio attorno a Justin, un’aureola con un raggio di circa 26, 27 centimetri.

Deve essere stata una chioma eccezionale nella sua versione originale, eppure adesso ha assunto, quasi per volontà propria, un carattere, una volontà di potenza che raramente si riconoscono in una chioma.

Mi sono forse trattenuto troppo su di essa, amici e lettori, per cui interrompo momentaneamente la cronachella di questa importantissima giornata di Provincia e vi do appuntamento a settimana prossima.

 

Reputavo che questa fosse una conciatura che non poteva, non doveva andare dimenticata.

 

Prima Parte: Cangnan, Year 4, July. l’Occhio della Veritè e una Telefonata da Sdraiati che non Aveva Motivo di Sussistere- First Half

Thursday, September 24th, 2009

 

Ci osserviamo a lungo. Nessuno abbassa lo sguardo per primo.

Per reciproco stupore, non c’è sfida.

 

O forse sono passati pochi secondi:  attorno a me i commensali sembrano non essersi accorti di alcunché e non credo di aver ignorato più di due o tre proposte di brindisi. Di colpo sembra calare il silenzio sugli 86 uomini e 9 donne che, fino ad un attimo fa, vociavano frasi ritmate e vagamente austere, da mandarino tang ubriaco (versi in pentasillabi tronchi, per intenderci). I bicchieri si muovono e cozzano creando i soliti spruzzi da spettacolo birrotecnico, le bocche si spalancano a formare le “A-A-A-Ah”, ma il tutto avviene senza audio.

 

Mi sta osservando, dentro.

Sento vibrare corde da tanto tempo inerti e stonate, da qualche parte nel mio cuore, nella mia pancia.

 

Non ha espressione, è perfetta saggezza.

L’intensità dello sguardo mi atterrisce e poi mi rasserena. Il subitaneo flusso di concetti e di emozioni mi riempie il cuore e alleggerisce lo stomaco, come fossi sulle montagne russe.

Per un attimo la verità, necessaria e universale.

Una verità da p minuscola, ma pur sempre verità, io dico.

 

Devo riprendere a ballare, questo mi sta rivelando. A ballare, a scrivere, suonare e camminare. E mi spiega anche come. Bere avevo già ripreso a bere. Mi dice anzi di non fare lo spiritoso e di implementare quel trattamento olistico per il fegato “di cui sai tu”. Effettivamente me ne ero scordato… ma allora non è autosuggestione, sto avendo una rivelazioncina, un mini-nirvana indotto!

Sono già pieno di gioia, questo percepisco.

Sono stati mesi difficili, ma neppure i più difficili negli ultimi anni, questo mi sta ricordando.

Il cuore si è ammaccato, ma lo era già: si tratterà solo di un altro paio di martellatine e quello riprende. Capirai… Se il suo sguardo avesse espressione, mi farebbe l’espressione da “capirai…”, con sopracciglio inarcato e palpebra superiore a coprire parte dell’iride.

Anche lo spirito è stato ferito, il mio “fratellino” ha impressionato un’ombra su di esso. Ma trovo che sia piuttosto affascinante, alla fine, come un bel tatuaggio. Mi aiuterà a non dimenticare.

Bisogna imparare ad allargare le braccia, fare un sorriso e lasciar andare.

Certo mi manca il mondo che amavo, ma so che una vita più colorata, intensa e sudamericana mi sta aspettando.

 

E forse la nuova era inizia qui, oggi, a Cangnan, nel Zhejiang, nel grigiore assoluto di questa Provincia perfettamente trash. Inizia durante questa cena di lavoro, l’ennesima. Ma la più colossale, la più assurda, la più disordinata delle cene cinesi: the Ultimate Chinese Dinner.

Sono commosso; una felicità diversa, liquida, prende a scorrere sotto la pelle, la immagino azzurra.

 

La fronte suda, la mano inizia a tremare, per cui abbasso il cucchiaio da zuppa nel quale reggo l’occhio di maiale che mi ha aperto la mente e mi ha guarito nel profondo.

Credo si tratti di maiale, comunque, ma poco importa. Lo ripongo nella tazza da zuppa. Tazza… una piccola Arca, altro che tazzi.

La zuppa era saporita, per altro;  curry, coriandolo, una fogliuzza d’alga blu si faceva un paio di vasche a dorso lungo l’Arca in miniatura.  Il latte infine, oltre che ad attenuare il curry, è servito per consentire il colpo di scena, l’imprevista uscita dell’occhio, deus ex machina.

Il cucchiaio bianco di ceramica plasticata, con manico  corto e ricurvo, credeva infatti di pescare un fungo, ‘na rotella di carota, il cavolo acido per pipì cinese… e invece aveva pescato l’Occhio del Saggio.

 

Il Suo sguardo mi ha rimesso in moto il meccanismo delle emozioni, le lancette hanno fatto click. I primi attimi sono stati dolorosi, come una rinascita, ma poi l’aria ha bucato i polmoni e ho urlato.

I compagni di tavola rotonda non notano nulla di strano, stanno anzi scimmiottando il mio pianto di gioia, dando per scontato che si tratti di un’usanza barbara per esprimere l’apprezzamento ospitale.

Mi riprendo, in sala torna l’audio, ricominciano i brindisi.

Ma sono un’altra persona ormai.

E sto sorridendo.

 

 

TO BE CONTINUED

 

 

Seconda Parte: Cangnan, Year 4, July. A lying-on-bed telephone call that had no reason to take place

Wednesday, September 23rd, 2009

 

E si che oggi mi ero svegliato con il più torbito degli umori.

Neppure la telefonata di Justin, questa mattina, era riuscita a farmi tornare la voglia, la masochistica  adrenalina della Provincia. Justin è l’export manager  che in questo momento, seduto a tavola alla mia destra, mi sta guardando senza vedermi, con sguardo da bue, capello gonfissimo e guance rosse.  Sta imitando il mio grido di gioia (ma fuori tempo: gli altri hanno già finito l’urlo da qualche secondo e ora lo guardano strano).

Erano le 5.50, stamattina.
Suona la sveglia, anzi no, è il telefono. Bisogna che cambi sto telefonaccio stonato.

Sono a Shanghai, più tardi ho l’aereo per Wenzhou dove devo discutere un contratto. Con Justin appunto. Questo è il suo numero!  

“Justin?”

wei…”

“hello?!”

wei…”

E lì inizia la telefonata che, avessi avuto il sangue freddo di registrare, mi avrebbe fatto compagnia in certe domeniche pomeriggio e al Primo di Gennaio.

Sappia il lettore che avevo visto quest’uomo una sola volta in vita mia.

Justin: “wei, how  are, haaaa… Gia-lu-cah! Ma’friend, now very sleepy

UP?? YOU UP?

Hehehehe…. Mmmhmm… this morning. He he”

–sbadiglio rumoroso-

“You are 6 o’clock or now you up? I up you?”

-ogni tanto alza il tono di due ottave, salvo poi tornare nel pentagramma a metà parola, come il pubere che sta cambiando voce-

“Mmmhm… hm hm hm, hi hi hi. I…. AIIIIIIIIII.

Now you fine? You airport what time. Yesterday? Yester. Dayyy. I…. I yesterday out, you also ah? He he he”

–sbadiglio rumoroso, forse stiracchiata di schiena-

“yeeeah.. mhm mhm mhm haaaaaa

-crescendo-

“Other time you very busy. Today, todeeeeeh-y we together good time a: eEEeeeh”

 

Purtroppo ricordo solo poche frasi, per via del mio stato di coscienza alterata e della lunghezza del monologo.  Ricordo la sua voce impastata di sonno, il bofonchiare e far battute, come non avesse ancora smaltito la sbornia della sera prima. Sbornia in comune, beninteso, altrimenti non rende l’idea. O meglio, come un amante ancora eccitato d’amore e passione dal recente incontro notturno.

 

Una telefonata da sdraiati sul letto che non aveva motivo di sussistere.

Credo sia andato avanti così per cinque minuti d’orologio. Io emettevo qualche “yes”, improvvisavo una risatella quando capivo che era il momento. Gambe e braccia a X, il telefono appoggiato sul cuscino, aspettavo che le operazioni di risveglio seguissero il loro corso e nel frattempo cercavo di capire il senso di questa telefonata, più che dei singoli bofonchi.

 

“yes. Yes you. Gia Luca. Giaaa lù! caAAh. AAAAAH

Shanghai there time? Very beautiful? (si legga veloce: il “very” in Sino-inglese non è un avverbio ma un acceleratore) Very butifu? ahAA. Here very beautiful but don’t know, I don’t see my windows maybe have sun I think. Now you no in airport?

 –rallentando-

Haaah, hehehe, I know I know, after I come airport Company’s car.

Company’s caaaa! Now have a rest a!

-pianissimo-

“Here what time a!?!”

“excuse me?”

“Here what time a!?!”

“Alle 8.40, arrivo alle 8 e 40”

“I know, hehehe, I know 8.40, so have a rest, after see you ma’ frienda”

Seguono sette “AH”,  a mo’ di saluto.

Mette giù.

 

Una telefonata così mi avrebbe riempito gli occhi di gioia, da ragazzo.

Eppure oggi non mi aveva strappato neppure un sorriso, mi aveva anzi infastidito. Mi chiedevo, con logica noiosamente europea, quale fosse il senso di quella conversazione e perché quest’uomo avesse interrotto un sogno di meraviglia e rubato gli ultimi dieci minuti di pace.

 

Il mio spirito aveva dunque raggiunto il baratro, questa mattina.

Quel maiale, quell’occhio suino per meglio dire, mi ha salvato.

Credo di avere finalmente una chiave di lettura.

Ammetto che, alla prima vista, questa Rivelazione non ha la scenografia di una “via di Damasco”, occhio di bue sul cavallo che impenna e cose del genere, ma neppure potevo pretendere: io mica ero un massacratore di cristiani, mi ero solo un po’ rincoglionito. Né ambisco alla carriera di San Paolo. A me basta essere come sono stasera.  

Al limite, se mi spetta il miracolo una volta sola nella vita, aggiungerei giusto un terrazzino a casa mia in Italia, o quanto meno un condono, un funzionario pre-prezzolato che chiuda un occhio sull’abusino a fin di bene: il rapporto con l’impresina edile del signor Gatta al limite me lo gestirei io.

 

Devo molto a questo bulbo oculare: dopo un lungo, a volte doloroso interrogarmi, ho trovato le risposte che cercavo. 

Quanto meno in questa fase della mia vita e soprattutto, per quanto riguarda voi lettori, che della mia vita non dovreste impicciarvi, in questa fase dei miei viaggi per la Provincia: riprenderò a sistemare gli appunti di viaggio e mandarli in onda.

 

Ohi! Non sento alcun urlo di giubilo, c’è nessuno? Scrivo e sento l’eco, questa è la sensazione.

E’ pur vero che per essere letti sarebbe bene scrivere ogni giorno, ma poi come potreste leggermi e lavorare al contempo? Io vi voglio realizzati, abbienti,freschi nella mente e aggiornati sulle cose del mondo.

Arriverà il momento  in cui dovrete aiutarmi: quel giorno vi voglio influenti e generosissimi,  vi voglio

pongo pregiato

nelle mie capaci mani.

 

PS: ma si può dedicare un post? Mi pare una cafonata, nella più rosea delle ipotesi.

Mettiamo che si può: io lo dedicherei alla zia Anna, donna assai brillante e bellissima fin oltre i settanta, che ieri sera ci ha dato una bella salutata ed è andata a coricarsi for good. In pace.

Notte zia, un bacio  : )

Guangzhou, November, year 3: the beast and the one cloth

Sunday, December 14th, 2008

Atterriamo a Shenzhen con 4 ore di ritardo.
Vibra subito l’sms di Sally “We wait  exit”
Ahia…
Un cartellino col mio nome stampato mi attende agli arrivi nazionali. Sally e Tony lo stanno reggendo insieme, sorridenti, come fosse il loro bimbetto al Battesimo, di fronte al fotografo. Visi simpatici e cordialissimi.
Lei è giovane, poco sopra i 25 anni. Un metro e 65, capelli lunghi, masticazione al contrario in fondo ad un viso affilato, espressione dolce e gentile, gli occhi stretti sotto occhiali spessi.
Indossa calze finto-sexy finto-autoreggenti , con banda scura appena sotto l’orlo della gonna corta, lo stivale di pelle polimerica. Camicia scura, maglioncino verde con collettone chiuso da due laccetti, giubbino di jeans.
Ci sono 28 gradi, ma è inverno.
Lui ha i soliti 28 anni. Poco più alto della collega, faccia sveglia, occhi grandi, sorriso curato, è vestito piuttosto bene. Solo la capigliatura da playmobil Cinese tradisce il contesto estetico d’origine. Pantalone beige, camicia bianca, giacca di tela leggera, giubbino sottobraccio. Scarpa normale, allacciata, di finta vera pelle marrone.
Tonino è l’export manager con la minore padronanza dell’inglese che abbia mai incontrato nei miei viaggi in Provincia, nonostante le belle scarpe.
Incontrati, ci stringiamo la mano, ma non sa dire neppure “Hello”. Cioè, sono certo che lo sa dire, anche lui è stato bimbo asiatico, però non gli viene.
Non parla neppure Cinese, sorride eccitato ed emette tanti “ah ah ah”.
Parlo un po’ con Sally, mentre recuperiamo la Honda van nel parcheggio dell’aeroporto.  Anche Sally non è esattamente madre lingua, ma si può parlare senza alcun problema.

In auto rompiamo un po’ il ghiaccio, il mio cinese tremendo li fa rilassare. Sally ride come una matta. Toni  si lascia andare e, mentre ci guida verso la città di Panyu, mi ripete tutte le parole che conosce nella lingua di Shakespeare:
Undersdand
Mi se tie le se..
Come?
Miseteless
Mm..
Mis t less Mo Yan!
Ah! Mister!
E infine, disco.
Percui, tre parole: understand, mister (mistress per la verità) e disco. Gli ricordo pure di Hello, pizza ed AC Milan e il vocabolario si arricchisce. Non riusciremmo a coordinare persone e risorse per il raggiungimento di un fine complesso, ma il bagaglio di parole in comune è più che sufficiente per affrontare una decente conversazione su calcio, donne e tempo libero.
Poi iniziano a parlare tra di loro e io mi godo il sole che scalda il finestrino.
 
Sally però mi sta dicendo che “Tony thinks you beautiful”
“thank you, thank you Toni”
“yes, eyes beautiful”
Non mi stupisco più ma mi fa sempre ridere. Anche perché in Italia solo la mamma e la sorella maggiore mi dicono che sono bello.  Ok, magari lo sporadico ammiratore dei lineamenti nativi apulo-mediterranei, un’amante commossa, ma non certo il responsabile commerciale del fornitore.
Mi stupisco molto di più quando Sally, ad un certo punto, mi dice: “you’re a beast”
“come dici scusa?”
“you’re a beast”
 
Eppure se  l’interlocutore, specie in un ambiente lavorativo, vuole dirmi che sono una bestia, il che ci sta, voglio dire, mi aspetto un’altra espressione, boh, forse il contesto sarebbe diverso.
Sempre più sono convinto che, stando a lungo in Cina, sto perdendo il senso del contesto.
Forse è assolutamente naturale che Sally mi stia dando della belva.

Poco dopo ci fermiamo.
Siamo in un bel posto, verdi colline e tutto. La giornata splendida, calda, il cielo terso e invernale.
Il ristorante è all’aperto, loggiate aperte e ampi gazeebo. E’ vuoto a quest’ora. Per andare a lavarmi le mani  scendo le scale, passo dalla cucina, tremenda, arrivo ai bagni. Meglio della cucina ma pur sempre tremendi.
Torno al tavolone rotondo. Mi sento in forma, ho un certo appetito, per cui oso:  “mi piace molto la cucina cinese”.
Il che ovviamente è vero, però  spesso le pietanze scelte dai miei anfitrioni in simili circostanze, servite in posti simili, non sono sempre da stella Michelin.
Tonino, rinfrancato, ordina.
Non è proprio un banchetto: rispetto al solito trattamento clientelare si tratta anzi di uno spuntino.
Ha scelto tre piatti.
Sono tutti freddi. E di una tristezza, di un pallore disarmanti.
La prima scelta, il piatto forte, è il mio incubo personale, fatta eccezione per le pietanze folkloristiche, tipo pisello d’asino alla cacciatora: il famoso piattone misto di giunture suine al guazzetto.
In pratica devi metterti in bocca una rotula intiera e succhiare il sanguoletto e gli altri umori sopravvissuti, fino a che ha senso risputarla nel piatto. Se hai culo ti capita un bel pezzo di cartillagine che prende la forma dei tuoi denti per un po’ e si disidrata fino a perdere l’ingoiabilità, pronta ad essere appiccicata sotto il tavolo.
Il secondo piatto è già meglio, pur nella sua subdolanza.
Si tratta del frittatone di gamberettoli minuscoli, (involontariamente) fermentati e marinati in salsa d’aceto. Possono essere bastardi, perché hanno l’aspetto innocuo e rassicurante del gamberetto (dell’acaro più che del gamberetto, in effetti), ma spesso ti stupiscono con un sapore acido da pesce marcio che ti prende lo stomaco e ti lascia senza parole, mentre ti chiedi come può un cosetto così piccolo essere tanto fetente.
Perché non è il mazzetto di crostacei ad essere fetente: il singolo gamberino ha in sé tutta la fetenza che si possa immaginare.
Quelli di oggi sono invece mangiabilissimi, sanno di poco. Un vago sapore di pesce marcio: sorrido sollevato…
Il terzo piatto potrebbe essere buono, nella sua insipidezza, se fosse quello che sembra e cioè una pastella di bambù e tofu. Ma Sally e Toni, pur non riuscendo a spiegarmi di che animale si tratti, insistono sul fatto che si tratta di carne. Non oso chiedere di indicarmi almeno la parte anatomica dal quale è stato prelevato sto tortino pallido.
Me ne frego, tre anni di viaggi nella Provincia mi hanno insegnato a superare la sindrome da tenda indigena, che se non finisci lo sfornato di denti guasti il capo villaggio ti fuma vivo nel calumè, ben che ti vada. Dopo aver assaggiato tutto, smetto semplicemente di mangiare. Tutto qui.
 
La chiacchiera è allegra, i miei nuovi amici simpatici. E intelligenti.
Non accennano al fatto che ho mangiato poco, fanno acute osservazioni meteorologiche, dimostrando una certa istruzione geografica.  Certo noto qualche lacuna, ma anche una grande curiositè intellettuale.
Quando dico di abitare vicino a Milano (lo so, in realtà sono Apulo-bresciano, ma all’estero si incontrano solo Italiani Milanesi, Romani e al limite una comitiva di Veneziani, non me lo invento mica io), dicevo, quando dico di abitare a Milano, i commensali emettono gridolini ammirati ed eccitati: Milan è in Italia!
Quando affermo che Luoma è la nostra capitale e che pure Venezia è italiana, creo la stupita felicità che può aver provato l’irredentista ante-litteram svegliatosi da un lungo coma dopo Sadowa e Porta Pia.
Firenze, Toni non ne ha mai sentito parlare, Sally era convinta fosse un fiume. Ma per il resto la conversazione scorre liscia e senza stupori reciproci.
Toni paga il conto con una certa signorilitè. Arrotola casualmente una banconota da 50 yuan nelle mani del maitre di sala, più di cinque euro. Non riesco a contare il resto, si tratta di poche monete.
Si può andare in azienda!
 
Sono un po’ eccitato, curioso, è la prima del suo genere.
Mi chiedo come sia organizzato lo studio tecnico: dovrebbe esserci una discreta attività di ricerca e sviluppo, almeno qui.
Giunti in azienda, parcheggiamo di fronte al capannoncino e non ci vuole molto per capire che l’ufficio tecnico è da qualche parte in Giappone o a Taiwan, presso un concorrente qualsiasi.
Il capannone è minuscolo, ci sono un paio di vecchi macchinari usati, un piccolo gruppo stampa da assemblare e una macchina completa, pronta a stampare.
La situazione, le persone, il macchinario stesso fanno un po’ tenerezza.  E realizzo in un attimo di aver perso un’altra giornata.
Dal punto di vista meramente lavorativo, beninteso: non avrei vissuto la sensazione di sbigottito stupore nell’osservare Sally che mi da della bestia e aspetta sorridente un mio commento a riguardo. 

E non avrei potuto godermi il ciondolo da specchietto retrovisore più grande del mondo.
E’ fatto di corda rossa, grossa come una cima d’ormeggio, che si attorciglia a formare il classico motivo augurale cinese a fiocco gigliato. Il manufatto è appeso alla parete nobile dell’ufficio del general manager (che disgraziatamente non posso incontrare: è nel Sichuan questa settimana), alle spalle della scrivania direttoriale, ed è alto un metro e settantotto al meno.
E’ bellissimo.
 
Per quanto mi riguarda sarei al posto così, appagato da tutti i punti di vista.
I miei ospiti mi invitano invece a tornare in stabilimento per visionare la prova di stampa. E’ ufficialmente il motivo per il quale sono venuto, non posso esimermi.
Ovviamente si apprestano a stampare la stessa grafica della fiera, nulla di nuovo. E fa tenerezza osservare la trentina di fogli in tutto che mi hanno preparato per la prova.
Il tempo di iniziare, sono ovviamente già finiti, ingenerando stupore e delusione tra tutti i presenti.
Per non fare una strage di faccia, debbo esprimere vistosi ed esagerati complimenti alla stampa appena fatta: se è così precisa dopo 30 fogli, chissà come sarebbe alla fine dell’avviamento, mica male davvero!
Il mio apprezzamento rimette grinta a tutti, il capomacchina sta già raccogliendo i fogli stampati per girarli a faccia in giù e ricominciare la stampa. Altri venti secondi, altro stupore: i fogli sono finiti di nuovo.
A questo punto me ne frego, lascio la maschera sorridente: pensino un po’ anche loro alla propria faccia.

Voglio andare via quanto prima perché ho da fare in albergo, allora inizio a spiegare cosa organizzeremo per la prossima importante visita, sempre che le Sorelle approvino i campioni da loro consegnati.
Per prima cosa possibilmente andremo  a visitare un loro cliente rappresentativo per visionare una stampa complessa, significativa, in quadricromia su cartoncino patinato etc etc…
Orca, il tempo di dire “rappr” di rappresentativo e sono già in auto, direzione ignoto cliente. Ci facciamo un’ora di macchina per le zone industriali di Panyu e raggiungiamo la meta.
Prima di entrare da Rappresentativo, Sally mi ferma e mi dice: “you holly well one close”
“Sorry?”
“you holly well one close”
“I do”, annuisco, sperando di non aver confermato qualcosa di terribile.
 
Ed entriamo senz’altro.
Il capannone è piccolo e c’è poco movimento, quasi spopolato e vuoto. Non sembra neppure un’aziendina cinese. Ci sono 3 macchinari, di cui uno spento, un altro forse “in manutenzione”, sul terzo stanno facendo un avviamento di stampa.
“Siete in ferie?” chiede Sally a Rappresentativo, che sembra un po’ imbarazzato mentre farfuglia qualcosa.
E’ la crisi! La crisi è arrivata fino alle aziendine della Provincia Cinese. Oggi questo scatolificio ha poco lavoro, tutto qui.
Finalmente l’avviamento è pronto. La stampa è significativa nel senso che sullo scatolone d’imballo stanno riproducendo una scrittaccia nera per un’azienda della ELF, del gruppo francese Total.
Senz’altro il collegamento con un’azienda Europea di fama mondiale dà lustro all’operazione, ma dal punto di vista tecnico l’inutilità della giornata è solo confermata.
 
Prima di salire in auto Sally mi ripete: “you holly well one close”
Ma sta volta mi fa cenno, e io finalmente capisco. Sono proprio tonto, ovviamente mi stava dicendo: “you only wear one cloth”, indossi solo un vestito…
 
Mentre rifletto sul significato di questa osservazione, mi squilla il telefono:
“WEEEEI!?!?”
Un pugno nell’orecchio: un pazzo sta gridando in Cinese, tipo Ruggito del Leone.
“wei?”
Altri barriti.
“Chi sei?”
Un gemito, un breve lamento da lupo braccato, e mette giù.
Non ha sbagliato numero, ha detto il mio nome: uno dei prossimi tre appuntamenti si profila interessante.
 
Riesco a resistere alle forti pressioni di Toni e Sally che mi chiedono di tornare in azienda: mistress Mo Yan, magari un’altra prova di stampa? Sicuro che non voglio dormire a Panyu? Il giorno dopo potremmo farci un bel giro alla fiera di Canton forse? Almeno una spaghettata di giunturine, questa sera?
Tonino è un po’ triste quando capisce che non cederò a nessuna tentazione: purtroppo devo lavorare.
“la prossima volta disco disco insieme festa festa dai”
Certo Toni, la prossima volta disco disco insieme (non è una citazione da the Zohan, dice proprio così).

In treno, verso Canton, non riesco a concentrarmi sugli appuntamenti del giorno dopo.
Viaggiare.
Un incontro imprevisto, il discreto passante
la sua intelligenza per un attimo.
Ha già proseguito il cammino, ma una porta è lasciata aperta,
non so dove affaccia.
Luce nuova dentro di  me allunga ombre strette oltre la polvere, il vento la solleva.
Il vento caldo di dubbi nuovi, domande ardono
e ho sete di risposte:
Sono una bestia?
E sopra tutto: indosso un solo vestito?

towards Guangzhou, November, year 3: the riot

Wednesday, November 19th, 2008

Anche il pacioso vicino di poltrona, che ha russato rumorosamente per un paio d’ore buone procurando ilarità lungo tutta la fila 12 e parte della 11, sta urlando come un maledetto.

Ma come ha potuto avere il tempo per interrompere il barrito, interpretare la situazione e impostare senz’altro la protesta?
Quasi un meccanismo rodato, un istinto atavico, fosse scattato  in lui. Così come in buona parte dei passeggeri del volo Shenzhen Airlines ZH9102 delle 8.40am, in partenza da Shanghai  e diretti a Guangzhou (o Canton, o  Guangione), che per quasi tre ore hanno placidamente atteso sedute al loro posto.
Siamo a terra, all’aeroporto di Hongqiao, ancora non si parte.

Ad un certo punto, da una fila in fondo, un giovanotto Cinese meridio,  etnia olivastra e  faccia intelligente, prende ad urlare come un pazzo, mentre molti ridono di gusto nel sentire lo sfogo.
Non capisco quello che dice, distinguo solo alcune parole e mezze frasi che non riesco a contestualizzare (avrò mica già disimparato a farmi aiutare dal contesto?!). In effetti il Sino-meridio sembra agitarsi facendo riferimento al compleanno del fratello maggiore, ad un regalo molto costoso e ad una terza persona (credo sia un nome proprio) a cui il regalo non è affatto piaciuto.
In realtà è più verisimile stia protestando per il ritardo accumulato. Per quanto, ancora non ho acquisito la sensibilitè necessaria per intuire il verisimile in questo Paese.
In effetti.

Ci avevano imbarcato in orario, alle 8.10. Entrato con la seconda infornata di aero-bus, mi ero accasciato come tutti sul poltroncino economy, intorpidito dal gas alitosico. Quell’aroma tipico del luogo chiuso, in qualche misura moquettato e affollato da persone che  di primo mattino, al posto che farsi due cereali nel latte o un capussio e cornetto al banco, si friggono un pesce fermentato in pastella d’aglio cipolla e paprika.
Nulla, insomma, faceva presagire l’insorgere del riotto.

Il  capo-riotto sino-meridio continua ad urlare, si dirige minacciosamente verso la cabina di comando, viene fermato, blandito, riaccompagnato, e nel frattempo gli individui intorpiditi che ridacchiano per la performance del Nostro, si trasformano improvvisamente in piccola folla inferocita.
Il famoso capannello di riottosi, che per la verità fatica a formarsi nella sua morfologia tipica, a cerchio: i suoi membri sono costretti  lungo le file dell’aeroplano. Si capta però il soffrire del capannello, nella sua frustrata tendenza a raccogliersi accanto alle tre hostess, per stringere il nemico e prendere ad indicarlo.

Sì perchè nella Terra di Mezzo, più che nella Terra Non di Mezzo, non ci si perde in tante fantasiose gesticolazioni, in genere non si picchia, non si spintona, quasi non si insulta l’avversario, non lo si denunZia alle autorità: lo si indica.
Più a macumba che a minaccia concreta. Piccole scomuniche sociali, urbis et capanellis.
Non un fatto privato, né però condiviso con chi non è coinvolto: un fatto capannellico.
Che si soffi l’anatema con volume quasi impercettibile, o si urli come per insultare il cuggino dalla curva Nord alla Sud,  cambia poco: il tono della minaccia, la sua intensité, è misurato dall’estensione del braccio che brandisce l’indice accusatorio e si interpreta dai movimenti del gruppo braccio-avambraccio-ditoindice.
Un braccio flesso, il gomito a 80 gradi, l’avambraccio che brandisce sì un indice un po’ arcuato, ma lo allontana in continuazione verso l’interno, a ritmare le sillabe della protesta, un colpetto ogni parola e una svirgolata ad ogni frase. Questi sono i segni di allerta iniziale. Suggeriscono un grado minimo di invettiva: l’avvertimento.
L’interlocutore è certamente indicato, ma a colpetti, a singulto, gli è ancora aperta la possibilità di redenzione, di perdono, l’anatema non è ancora stato lanciato.
All’opposto dello spettro gestuale, il braccio teso, alto, l’avambraccio immobile, il dito che ne segue la linea retta, l’occhio quasi a mirino, a guardare più la punta del dito che la preda: è stato lanciato l’anatema, o sta per essere pronunZiato.
Il braccio può rimanere in questa posizione per una durata significativa, diretto a volte verso persone dall’altra parte della strada, lontane e imboscate nel loro sotto-capanello, le quali in alcuni casi rispondono a loro volta all’anatema (ma in questo caso si fa spesso a turno con l’indice, non si fa una cosa indice-contro-indice, tipo la “forza sia con te”, o meglio l’indice sia con te), in altri casi fanno invece finta di niente e  hanno già ripreso l’attività artigiana, commerciale o ludica che sia.

Le hostess, nell’impeccabile uniforme rossa della Shenzhen Airlines,  in questo momento sono indicate da tre o quattro mani, a turno, ogni indice a stendardo del sottocapanello.
Il capanello del volo ZH9102 è infatti fragmentato e soffre, costretto dalle cinture di sicurezza.
Si  ha l’impressione che solo queste impediscano ai singoli di diventare veramente folla incazzata e far fuori le hostess per poi dare la caccia al Capitano, asserragliato con il Secondo nella Gabbina del Comando.
Li immagino spalle al muro, pistola in mano puntata verso la porta, la cloche smontata e incrociata dietro la stessa per impedire l’irruzione dei passeggeri inferociti.
Eppure, caratteristica che ho già notato durante altri piccoli riotti simili, la cosa non degenera.
In Italia il riotto, la rissa autostradale o da locale notturno, hanno un destino di crescita esponenziale piuttosto veloce e continua.
Da noi, se nessuno interviene, se non succede qualcosa di grosso o se la vittima non ha davvero culo, la cosa va avanti, il pirata della strada (che magari ti ha superato senza scusarsi o ha fatto il gesto di tagliarti la strada) viene fatto a polpette, chi ha incrociato brevemente lo sguardo del  barista che ha servito la cuggina della tua ragazza, finisce all’ospedale, l’impiegato del Comune, se scoperto di sinistra e quindi fannullone, magari pure meridio,  deve asseragliarsi dietro un vetro antiscasso.  
Mi viene in mente il caso di una rissa che nell’agosto del 1991 coinvolse noi amici e un’altra settantina di Italiani in una discoteca di Tijuana, Messico, finita (ci vediamo) fuori dal locale, a giubbotti stracciati da lame invisibili e interrotta solo dall’arrivo della non paciosa polizia Messicana, alla vista della quale tutti si dileguarono. Il tutto era iniziato con un “Chi non salta Maradona è” interpretato da un avvinazzato Rena, che non aveva notato la vicina presenza di un paio di ragazzi napoletani i quali avrebbero presto chiamato rinforzi per difendere la maradonità ferita.
 
Ma che c’entra la rissa di Tijuana mo? Di che si parlava?
Ah, si, della capacità cinese di controllarsi, di non degenerare in un continuum di incazzatura, o per lo meno di farlo a scatti, a balzi in avanti e tutti insieme. Una rissa può proseguire, in un locale, per un’oretta buona, coinvolgendo solo un paio di persone alla volta, a turno, in un’orgia di ditolini indici che si scomunicano l’un l’altro tra un calcio e e uno schiaffone, pochi per la verità, o tra un posacenere in testa e l’altro. Senza l’intervento dei buttafuori. Così, per autocontrollo. Per professionalità del riotto, come se le persone capissero istintivamente, al di là del calore del momento, quale è il limite.
Fino al prossimo scatto, assolutamente imprevedibile, che può trasformare un gruppo di  paciosi ragazzotti giustamente incazzatelli  in una folla al cui confronto i fondamentalisti smitraglianti davanti alla videocamera della CNN che si mangiano una bandiera americana infiammata sembrano i tuoi compagni di banco alle Orsoline. E in questi casi dicono spuntare dai tombini la Polizia Armata, che fugacemente toglie la scena al rassicurante poliziotto buono cinese, campagnolo e paffutello, che si incrocia abitualmente per le strade delle città. A quanto pare gli agenti della polizia armata sono un po’ meno rassicuranti e concilianti. Non so se sono paffutelli, secondo me no. Secondo me fanno tanta ginnastica.
Comunque, questo incazzarsi a balzi, forse più pericoloso e imprevedibile, per lo meno in alcuni più gravi casi, però molti piccoli riotti come questo rimangono per lo meno nell’ambito dell’anatema lanciato con il ditolino indice e finiscono improvvisi come sono iniziati.

Il riotto di cui sono privilegiato testimone dura da una mezzoretta circa. Non capisco nulla delle invettive urlate o sibilate, ma forse è meglio, perché se non capisci le parole, puoi concentrarti sui gesti, le espressioni, sull’atmosfera.
Le hostess hanno  il viso preoccupato e  quasi di terrore quando il Capitano prende la parola: è questo il momento in cui la folla riprende a insultarle, dopo le varie interruzioni dell’ostilità favorite da una risata, un breve pisolino o dal comsumo saltuario di un raviolone fritto.
Il capitano sembra fare incazzare tutti ogni volta che parla. Adesso è zittito dopo l’apparentemente innocua frase “gentili passeggeri buongiorno”.
Il vicino prova a spiegarmi qualcosa: il motivo principale, o la scusa, è il solito traffico aereo.
La stessa persona che rideva per le smorfie del nipotino un attimo fa è ora una furia invettiva, le parole e i gesti del capo-riotto, il sino-meridio,ora ingenerano grasse risate ora sono seguite da indignati cori di supporto, “alla Bastiglia!”. Ho notato in altre occasioni che i componenti del capanello sono spesso in instabile equilibrio tra la partecipazione attiva e il ritorno alla quieta osservazione del fatto, tipo davanti alla televisione. Uno o più  capi carismatici, i famosi riottosi, possono essere genuinamente e continuativamente incazzati, a loro il compito di conquistare il capanello, così facilmente composto, per portarlo eventualmente all’azione.
Il potere ipnotico del capo-riotto, il caos del piccolo evento, la reazione del braccato e la morfologia del territorio che ospita il capannello possono essere elementi che decidono il passaggio dal livello zero (”che paciocconi bravaccini sti cinesi, tanto simpatici e pazienti, ma come fanno? ma chi li smuove, chi li può fare incazzare?”), al livello uno (”orca, anvedi sti teneri simpaticoni di cinesi quando s’incazzano!”), al livello due (”maddai! le vecchiette si sono alzate all’unisono dalle sedie al dondolo e stanno massacrando un plotone di poliziotti, a mano nuda! Poi arrivano i Poliziotti Armati e si mangiano le vecchiette, così a crudo”).

Anche nel piccolo ma significativo riotto di cui sono testimonial, non ci sono convinti e coerenti incazzosi, tolti i capi facinorosi. Uno si alza e partecipa alla protesta, l’altro si rimette a sedere e tira fuori il sudoku elettronico… le hostess con senso del dovere seguono in continuazione la lucina arancione della chiamata di servizio, per sorbirsi il cazziatone di chi si è prenotato per primo. Una decina di persone sempre in piedi, a turno cercando di raggiungere il fortino del Capitano. Poi tornano eventualmente a sedersi, o si mettono in coda per la toilet.
Anche il tabù del passeggiare durante le manovre dell’aeroplano viene infranto. Durante le manovre, molti continuano le loro scorribande lungo i corridoi.
Adesso, praticamente si decolla con due o tre persone che ancora passeggiano lungo il corridoio, eccitate per la partenza, intente a commentare la bella sessione di riotto, il quale si è interrotto improvvisamente e senza strascico alcuno, al primo rollio dell’aeroplano.

 
Le fonti, ufficiali e non, si dividono sul numero preciso di sommosse che ogni anno nascono e soffocano in Cina. Tutti parlano, comunque, di decine di migliaia, mica pizza e fichi.  
 

To be continued

 

China Daily, November 19, 2008

1.000 CLASH WITH POLICE IN GANSU

A crowd of 1.000 people stormed a local Party headquarters in Ganzu province, smashing cars and clashing with the police following a land dispute, government officials said yesterday.
More than 30 people seeking redress for the loss of their homes and land were joined by hundreds of others outside a petitions office in Longnan, the city government said in a statement on its website.
The petitioners “were provoked by a small minority of people with ulterior motives. (Office) staff and police were beaten and more than 60 were injured,” the notice said.
After repeated attempts at mediation failed, police “had no option but to use force to disperse the leaders of the riotting criminals” it said.
But they were “met with a hail of rocks, bricks and flower pots, and attacked by people with iron bars, axes and hoes.”
Rioters later charged into the compound, smashing windows and looting office equipment in two buildings, and torching cars, it said. Some hijacked a fire truck, but were stopped by police, it said. Law enforcement authorities took firm measures to bring the situation “under control”, it said, without providing details.
Agencies

 

Jiaxing, February, Year One: meet Mr Shi

Friday, September 19th, 2008

Breve Nota Introduttiva:

questo Post è veramente noioso, ma serve ad introdurre l’importante figura di Jeff Shi, a cui vi affezionerete come a Jack Bauer di 24 Hours, a David di Six Feet Under, o al dottor Maturin della saga di Patrick o’Brian.
Se quindi  trovate i miei post noiosi già di loro, vi prego di saltare questa lettura.  Accontentatevi invece del seguente sunto:

SUNTO:
Da Shanghai a Jiaxing non è proprio come le valli del Chianti senese, ma lì, in una palazzina uffici sociale occupata, mi aspetta Jeff Shi, persona intelligente e con i dentuzzi bianchi e ordinati, che si mangia la zuppa alla carne  e io invece al mais.
Ma ho la Diet Coke  e lascio il boccone migliore in fondo, con il piatto di ghisa tutto per le mie bacchette.
Conto e caffè.

Temo di aver detto veramente tutto. Ma allora è vero quando mi dicono che sono logorroico.
Devo fermarmi altrimenti capace che faccio una Breve Nota Introduttiva che è il doppio del non sunto!
Procediamo senZ’altro.

NON SUNTO:
Jason, autista di lungo corso dell’amico Michael, mi viene a prendere alle 8 e 30, direzione Hangzhou: andiamo a visitare una cartiera nel Zhejiang, provincia adiacente alla municipalitè di Shanghai.
Per la prima volta esco da Shanghai via terra.
La città continua a lungo, verso ovest, passati i grattaceli di Gubei, il vecchio aeroporto e le distese di palazzine cinesi della periferia. Non capisco neppure quando la megalopoli finisce, nessun cartello con la barra rossa in obliquo. Ancora mezz’ora, poi guardo nella direzione opposta  e scorgo un cartello: “Shanghai 7 km”.
Dopo una ventina di chilometri, subdolamente, la campagna inizia ad entrare nel suburbo.
E’ una strana campagna. Appezzamenti di terra grandi quanto campi da calcio sono sparpagliati qui e là.
Ancora palazzine, però. Non ci sono cascine, o villette bifamiliari, né un mulino, na chiesetta, lo sterrato.. No, condominii, come quelli della periferia cittadina, con l’unica differenza che tutt’attorno iniziano ad esserci sempre più campi e qualche cementata di meno. A sorpresa spunta un altro centro commerciale che vende solo auto. Un colpo di coda dell’urbe.
Poi si fanno strada strane e pittoresche palazzine con il tetto un po’ Utrecht, ma dai colori e il  gusto cinesi. Tre, quattro piani, alcune case strette a formare la palazzina, tipo canale di Amsterdam, altri campi attorno.
Sulla sinistra si intravedono, dietro un alto muro di cemento bianco, alcune ville a due o tre piani, ognuna più o meno con il suo stile e i suoi colori. C’è la dimora Vittoriana, la villa con piscina del lago di Garda, lo chalet svizzero, la Casa Bianca… Dalla strada spuntano guglie normanne e terrazze costazzurra.
Poi riprendono le palazzine, sempre più piccine, sempre più provincia Cinese, squadrate, spartane, piccoli loggiati ricavati nel centro del pian terreno, sostenuti da colonnine di legno arrotondate.
E di nuovo centri commerciali. Più rozzi, colorati e un po’ pacchiani.

Ci avviciniamo a Jiaxing.
Iniziano le solite mostruose zone industriali. Usciamo dall’autostrada, io e Jason ci scambiamo le prime parole da che siamo partiti.
Jason ed io stiamo bene insieme, anche perché non ci sentiamo in dovere di scovare a tutti i costi un argomento di conversazione, soprattutto di primo mattino.
Ora mi spiega che la specialità del posto sono i baozi, panetti al vapore grossi come arance, tondi, lisci e bianchissimi, spesso ripieni di carne di maiale, a volte di verdure, funghi e quant’altro.
Non abbiamo fatto colazione.
L’appuntamento è allo stadio di calcio.

Dopo poco arriva Jeff Shi, il sales manager del dipartimento di business numero 19 della Jiaxing Great Gate Import and Export Company.
Viso simpatico, quell’età cinese che può andare dai 37 ai 64 anni. Pelle chiara e tirata, i capelli non sono particolarmente bombati sui lati, occhiale grande e squadrato, vestito casual, semplice ma decoroso e ordinato, Volkswagen Polo blu.
Lo sguardo è acceso, espressivo ma non perde quella patina di “bontà” cinese. Le labbra corte nel parlare scoprono dentuzzi bianchi e ordinati.

Ci conduce alla palazzina degli uffici, sede della trading Company.
Entriamo in questo condominio, il parcheggio è pieno di scooter, qualche auto e alcune biciclette.
Saliamo tre piani, sembra un centro sociale occupato, grandi e popolatissimi uffici sono sparpagliati a casaccio lungo un dedalo di tetri e poi variopinti corridori, spaziose hall e passaggi segreti, un grosso ponte sospeso, scalinate, scale a chiocciola (e una scala a pioli! Ma non l’abbiamo salita). “Business Dept. 16- Sales”, “assistent General Manager” “Business Dept. 2- Logistics- Head” (l’uffico pacchi di Loris Batacchi, credo) etc etc.. Dopo un lungo corridoio, passando per un mezzanino buio, arriviamo in un’altra palazzina, scendiamo di un piano, passiamo altri uffici e arriviamo finalmente ad una spaziosa sala riunioni.
Il sole è caldo oggi, è prevista una massima di 18 gradi. Gli uffici sono freddi. Un grande tavolo nel centro, quasi niente tutto attorno.
Il solito bicchiere di PET con il tè al rosmarino (che poi è un tè verde, non rosmarino, a quanto pare, ma comunque ti trovi un ciuffo di aghi a galla sul bicchiere d’acqua bollente, aghetti che di riffa o di raffa di trovi in bocca e non puoi deglutire. Credo scriverò presto un post sulla moderna cerimonia del tè in Cina).
Si entra nel vivo della conversazione, bravo, veloce, competente. Conferma la primissima impressione. Dopo poco arriva l’assistente di Jeff, che ci dà una mano con i dettagli.
Un’ora e mezza fitta di dati,  numeri, condizioni di pagamento, proposte e soluzioni, e poi è l’ora del pranzo. Anzi, è ben passata: sono le 11 e 45! Jeff ha un sussulto appena si accorge dell’orario… del resto si può discutere via email!

Ci guida Jason, scelgono un ristorante a due passi dagli uffici, nel centro della città.
Bello, mi piace, un ristorantino cinese! Non la mensa aziendale, ma neppure il ristorantone abnorme dove ti aspettano almeno 14 portate tremende: un ristorantino con menù fotografico ed in inglese.
Addirittura mi fanno scegliere l’ordinazione.
Mi limito a suggerire “beef or pork”, magari una zuppetta per iniziare.
Dopo poco arriva una zuppa per me, di mais e la zuppa di carne per loro tre. Subito Jeff e l’assistente tengono a precisare che la mia zuppa è gratis, tipo prendi 3 zuppe di carne e te ne arriva una, gratis, di mais, che costa niente.
Sono più contento del mais, ma cosa è successo, lo potevano sapere? Hanno fatto lo sforzo di capire cosa può piacere ad uno straniero o semplicemente si sono beccati la zuppa di carne che è ufficialmente meglio? Lo saprò mai?
Comunque sono contento. Arrriva un solo piatto per persona! Che te lo puoi difendere un po’ con i gomiti sul tavolo, che te l’organizzi come ti pare, magari lasciando il boccone buono all’ultimo, senza che ci paciughino tutti con le loro bacchettine veloci.  Hanno ordinato per loro un piatto a cellette con tutte le loro cineserie, mentre a  me arriva un piatto tondo di ghisa bollente sopra il quale frigge una bella bistecca di manzo, un uovo, il riso e gli spinaci. Ottimo.
Per la prima volta, da che sono qui, ho l’impressione che l’ospite cerchi di venire incontro ai miei gusti. Finita la carne, mi ordinano un caffè!
Niente grappe puzzolenti, neppure una bottiglia di Qingdao calda da consumarsi in ditali di vetro. Diet Coke!
Dopo pranzo i saluti, allegri, sinceri, senza troppe cerimonie.
Credo di essermi fatto la compagnia a Jiaxing, tipo.