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Quinta Metà: the State of the Chinese Motorbike Industry and the Search with No Warrant

Sunday, November 15th, 2009

 

Arriviamo a Cangnan verso le 10.50, riesco a rimandare il pranzo.

In azienda, Justin mi ripete per l’ennesima volta che adesso sono diventati un “gruppo”.

Indica orgoglioso i due enormi caratteri blu che campeggiano sopra la palazzina degli uffici: gruppo!

Nell’entrare mi spiega che hanno anche diversificato leggermente la produzione.

“e cosa fate ora, quali tipi di packaging?”

“facciamo auto!”

“auto?”

“sì, automobili e scooter elettrici”

E mi mostra una specie di pulmino di Gardaland che effettivamente ricorda un’automobile. Istintivamente allontano lo sguardo e cerco subito di dimenticare quanto ho visto.

Alla sinistra c’è una galleria illuminata da neon bianchi, vetrate sull’esterno, dove sono parcheggiati una dozzina di scooter.

La loro produzione.

Sembrano già vecchi. Come i neonati maschi gallesi, che paiono già rugbisti calvi di mezza età, rimpiccioliti nel fisico per esigenze sceniche e sistemati alla meglio in una culla col doppio fondo.

Questi scooter somigliano proprio a quei bimbetti gallesi, ma addobbati a Capodanno Cinese: luci, faretti, leds e occhi di bue sono sparpagliati sull’intero veicolo, apparentemente a casaccio.  Mancano solo i fuochi dell’artifizio.

Gli abbinamenti dei colori (ogni scooter vanta quattro o cinque diverse tonalité) sono al di là della mia percezione oculistica, non li capisco. I nervi ottici mi provocano un momentaneo daltonismo, forse per istinto naturale di sopravvivenza e adattamento.

Un tubo di uranio impoverito galvanizzato segue l’intero perimetro del motorino fungendo da paraurti. Intercetta ogni tipo di urto, a proteggere l’autista, il passeggero, finanche il passeggero dall’autista e viceversa. Non riesci neppure a dare un buffetto alla ragazza seduta dietro di te, che certamente ti incarti in un pezzo di paraurti e rischi pure di farti male.

La vera funzione di questo scudo protettivo in effetti, a mio modesto giudizio, non è la sicurezza: esso è fintamente difensivo, essendo utilizzato più che altro a scopi di intrusione e offesa. Il pilota cinese, me l’immagino completamente inespressivo, viso di balsa  e occhio inquietante, mentre si fa largo nel traffico e minaccia, forse scorna, tampona o sperona l’avversario stradale.

Le ruote sembrano più piccole del dovuto, non ne sono certo, ma la fantasia non può che correre al crostaceo macrocefalo dalle zampette corte che a volte ti sorride triste da un acquario del ristorante cinese di Provincia.

I sedili sono rivestiti di pelle finta-plastica (che il brutto sembra essere ricercato, come un’operazione di marketing mirata all’enorme nicchia che si vuole aggredire: il consumatore cinese spaventato dal bello).

Lo scooter ammiraglia sfoggia invece un sedile di una certa eleganza: qui è stata utilizzata una plastica finta-pelle. Pelle squamata.

In natura esiste un animale grigio-verde con grosse squame ovulari? E i due caratteri del brand in rilievo. Oltre al dragone, intendo.

I tappetelli poggiapiedi sono arricchiti con eleganti figure serigrafate a motivi faunistici, mitologici e floreali.

La scocca dei motoveicoli si spinge aerodinamica in avanti, dando un aspetto aggressivo a mezzi che sarebbero altrimenti di basso profilo, nella loro sobria semplicité.

Solo la plancia di comando  prende elegantemente le distanze dalla lussuria che la circonda. Cruscotti senza grilli per la testa. Quadrati, coperti da una plastichina già ingrigita e segnata, indicano il necessario: velocità, numero di chilometri percorsi, spia della batteria.

Nel guardarli Justin sembra commuoversi per un attimo.

“Duemila renminbi. Costano solo duemila renmimbi”.

Effettivamente con 200 euro te ne porti a casa uno.

E poi? Che fai lo usi?

 

Possiamo andare in ufficio.

Ma anche no: è forse meglio passare subito dall’albergo, fare il check-in, sistemare le mie cose.

 

Il Wu Hao, orgoglio della città, è effettivamente un alberghetto decente a quattro stelle cinesi.

Avevo già prenotato via internet. Consegno il passaporto e ritiro la carta magnetica. Justin e l’autista chiedono alla signorina quanto ho pagato.

Salgo in stanza. Mi seguono. Provo ad allungare il passo ma me li trovo al fianco, quando apro la porta.

Immediatamente fanno irruzione.

Prima analizzano l’architettura della camera. Non si accontentano di dare un’occhiatella: devono percorrere fisicamente, pestare, palpare ogni angolo della stanza.

Poi entrano nel bagno con le scarpe, aprono il rubinetto e tastano l’acqua, studiano i pacchettini col pettine, lo spazzolino, le cremine. Tornano in camera e l’atteggiamento somiglia sempre di più a quello della perquisizione. Prendono ad aprire cassetti, ispezionano ogni angolo, spostano le sedie, studiano il contenuto del frigobar.

Io non mi sono praticamente mosso dalla porta d’ingresso, ho solo messo la valigia nel piccolo corridoio  senza partecipare alla perquisa, nella speranza che la mia inattività sarebbe stata in qualche modo notata e letta come segnale di protesta.

Sicché quando Justin fa per sdraiarsi sul letto, con scarpe e tutto, non mi trattengo e utilizzo l’arma segreta, il piffero magico: “amici, andiamo a mangiare?”

Quarta Metà: Cangnan, July, Year 4. The Equatorial Taiga Paradox and the Old Memories Brought About

Saturday, October 17th, 2009

 

 

Precipita umidità, sulle campagne del Zhejiang.

O meglio, le gocce d’acqua giallastra non precipitano, bensì salgono, si sparpagliano, ondeggiano cullate da un’aria inquinata e calda. Il termometro segna quarantadue gradi celsius. Sembra di stare in un bagno turco.

E’ anche buio come nel bagno turco, pur essendo le dieci di mattina.

Questa è la vista fuori dal finestrino: qui dentro, in macchina, c’è la solita taiga. L’aria incondizionata sputa vento ghiacciato, emettendo un suono cupo e sinistro. Il suono lontano della tramontana che soffia in altra vallata.

Il mio corpo sta tremando, iperstimolato dal paradosso tra quello che percepisce l’occhio e ciò che sente l’epidermide.

Immagino un compressore da ghiacciaia industriale nascosto nel capace bagagliaio di questa Buick.

 

In Europa abbiamo avuto un fenomeno simile nei primi anni Settanta, coi prototipi d’aria condizionata.

Ricordo viaggi lungo l’Autostrada del Sole, si andava al mare in Puglia. La radio forse trasmetteva i Bee jees, You should be dancing, o Battisti. Ancora tu.  

L’auto del babbo era progettata per quattro passeggeri, un “due+due”. Noi eravamo in quattro solo dietro. Io e mio fratello incastrati in un sedile, le mie sorelle accatastate sull’altro. Tutto attorno a noi i bagagli che la mamma non era riuscita a stipare nel baule. Se per sbaglio aprivi un finestrino, usciva fuori Pandora con il vaso in una mano e una borsa termica con le mozzarelle e la burrata fresca nell’altra.

Ma non c’era bisogno di aprire finestrini. Né tanto meno i portelli: non si scendeva per alcun motivo. Ogni 70 chilometri circa il babbo doveva fermarsi per fare benzina, ma la pausa aveva la durata di un pit-stop da formula uno. Con tanto di cambio gomme.

“Mamma ho sete”

“basta capricci, adesso siamo arrivati!”

Non eravamo affatto arrivati, io pur bambino lo capivo che era ancora mattino e si sarebbe fatta sera. Ma non erano quelli anni in cui si metteva in discussione un comando.

Bere significava perdere tempo per l’acquisto della bottiglietta d’acqua (le bibite gassate tipo Coca Cola, a casa, erano ancora classificate come droghe stimolanti e allucinogene). E poi altro tempo perso per la conseguente pausa pipì: alla mamma non era sfuggito certo che le due cose erano spesso collegate.

Vero è che all’epoca non c’erano cinture di sicurezza a premere sui reni e stimolare la corsa al bagno.

Niente cinture di sicurezza, certamente, come neppure airbag, ABS, servosterzo/servofreno, seggiolini per infanti, eccetera. Il controllo della pressione degli pneumatici consisteva in una pestata coi piedi del benzinaro: “sgonfie dotto’, ‘na bella soffiata?”.  Non so perché, ma ho il ricordo di un uomo enorme e rosso di capelli che dice ‘sta frase, mentre fa una specie di smitragliata con la pistola dell’aria compressa e mi guarda dritto negli occhi, pur rivolgendosi a mio padre.

Leccarsi i baffi che c’avevi i fari. Nell’auto del babbo questi erano nascosti sotto due piccoli pannelli, in fondo al lungo cofano: si alzavano per dare una fugace illuminata e si abbassavano subito, finita l’abbisogna, quasi per pudore di questo zotico sfoggio di sicurezza.

La frenata, a certe velocità, era più che altro una dichiarazione d’intenti. Un modo per occupare il piede destro e resistere alla tentazione di dare un’altra acceleratina, mentre l’attrito atmosferico o la fortunata presenza di una salita facevano il loro lavoro e rallentavano eventualmente  la vettura.

L’uomo era già allunato da alcuni anni, non era una questione tecnologica. L’automobile doveva essere quanto più pericolosa: doveva correre, tutto qui. Dal futurismo alla Uno turbo, dagli esperimenti di velocità di Marinetti a quelli del babbo, che si lanciava a 270km/orari in autostrada con quattro bimbetti accalcati nell’angusto abitacolo posteriore .  La strada si deformava, la testa di mamma si deformava, le curve dovevano essere intuite prima che percepite dall’occhio, o sarebbe stato troppo tardi. Ed era la cosa più normale del mondo. Oggigiorno un tribunale dei minori, noiosamente e anglosassonamente, metterebbe i quattro figli in subitaneo affido per molto meno.

I due grandi bocchettoni dell’aria condizionante sparavano elio liquido e scaglie di ghiaccio. Il babbo l’accendeva, ci ibernava ben bene e poi spegneva. Io ne profittavo per dissetarmi succhiandomi le braccia, aggirando così il divieto d’idratazione di mamma. Rimanevamo belli freschi per un po’, pur sotto il sole autostradino di Ferragosto. Quando il ghiaccio iniziava a sciogliersi da sopracciglia e baffetti, si riaccendeva ancora un po’.

Ricordo i vestiti da side-car dei miei: giubbotti di pelle, foularini a tinte calde e vistosi occhiali da sole. Forse anche un caschetto di cuoio con allacciatura sotto mento, ma non ne sono sicuro.

Noi bimbi avevamo il solito abbigliamento da Passo del Tonale.

 

Cerco di  rifugiarmi in piacevoli ricordi. Perché oggi non è giornata, non mi godo nulla, me ne frego.

Ma questi continuano a parlarmi.

“No Justin, non ho fame, sono le 10 e 30”

Se continuo così lo faccio piangere oggi, il Justin.

Terza Metà: Cangnan, July. The Hairstyle that could not be and should not be forgotten

Thursday, October 1st, 2009

Il volo China Eastern Airlines che da Shanghai mi sta conducendo a Wenzhou è più desolante del solito o è il solito pessimo MU5298?

Le gonne delle hostess sono oggi particolarmente sporche? Il microclima d’alitosi è più pungente o afoso del dovuto? Il vociare del vicino 18 A che comunica col 18 C ha una tonalità superiore all’atteso?

Sinceramente no.

Le gonne sono sì zozze ma se ne distingue il colore originale, l’alitosi di sala ha la rassicurante rancidità del raviolone agliato al rognone, non rappresenta la sfida impossibile lanciata dal tassista di ieri sera, per dire. Ed il vicino è un mezzosoprano, sta urlando in mi bemolle 2, mi pare.

Sono io, io sono desolante e desolato. Desolando e desolaturo. Il resto è perfetto.

Perfettamente trash.

 

Succede che non c’ho voglia. Succede che non ce la faccio quasi più.

E’ il 27 luglio e penso ai miei compagni di scuola, al mare con gli amici, l’unghia del medio che duole per le interminabili partite a biglie, la schiena scottata dal sole e la prospettiva di una sbronza colossale in qualche balera della Riviera Romagnola, dopo il frittone misto in pastella di colesterolo.

Penso alla montagna, al cielo con le nuvole e le stelle, all’ufficio legnoso, un fiammingo alla parete. Penso all’ordine, alla logica, alla stanca e raffinata vita Padana, dove tutto scorre con banale, prevedibile razionalité.

Penso ad una lacrima di aceto balsamico sulla bufala, ai panzerotti di mamma Margherita, all’ordinato abbaiare di Rocky, Jack e Jacky sul prato di casa dei miei.

 

Mezzora in volo, tra un po’ iniziano le operazioni di atterraggio.  Leggo nuovamente l’ultimo messaggio che mi è arrivato, prima di partire.

Una vecchia abitudine:  da giovine ero solito ricevere splendidi messaggi, prima di prendere un aereo. Messaggi di commosso addio, anche fossi stato di ritorno la sera stessa. Poi ho cambiato numero, mi pare, o comunque qualcosa è successo e non ne ricevo più.

Anche questo mi sembra una specie di messaggio d’addio, ha una laconicité tutta sua, uno stile direi:

[ctrip]weather: Wenzhou, Cloudy/Cloudy Tomorrow, 38-29 deg C.

Ha ancora senso tutto ciò? Per la prima volta, dal Settembre del 2005, sento di averne abbastanza.

Ha senso che io stia andando in un posto che si chiama Cangnan, nei pressi di Wenzhou e domani sarò in un altro che si chiama Ruian, che il tempo prevede un “nuvoloso/nuvoloso 38 gradi” all’ombra e un’umidità da bagno turco?

Perché ciò su cui dolosamente glissa il messaggio meterorologico è il dato sull’umidité: non credo di esagerare se dico che a queste latitudini vivi praticamente in una vasca d’acqua inquinata.

Quando l’acqua è a 20 gradi ti sembra di essere sul Tonale a Santo Stefano. Un grado in più e ci si cuoce.

A mio giudizio qui ci sono 4 o 5 finestre di bel clima all’anno, quando il termometro segna i 20.5 gradi Celsius. Due o tre ore in tutto nell’arco dei dodici mesi.

 

Mi risveglio quando le ruote fanno il primo rimbalzino sulla pista. Stavo facendo un bel sogno, sguazzavo nelle Terme sulfuree di Sirmione, credo. O forse stavo sciando. Bello sciare. Ma non ne sono sicuro: ricordo solo il passamontagna di lana anni 70 e la sensazione di alcuni numeri che dovrei giocare sulla ruota di Cangnan. Il 20, il 21 e il 20 e mezzo.

Spesso mi addormento proprio in fase di atterraggio, qualcuno mi sa dire il perché?

 

Arrivo alle 9.30, Justin non c’è. Dopo un quarto d’ora mi telefona. Non ha la stessa voce di stamattina, la voce da amante stanco, da telefonata sdraiati sul letto. E’ invece allegro, un po’ agitato, sembra cercarmi con la voce:

“dove sei? No vedo ti”

“dove sono, sono agli arrivi, Justin” Ho già perduto la pazienza, vedete?

“io anche, no vedo ti”

Sento che dice all’autista di “correre un po’, che Gia-lu-cà è già arrivato”.

E riattacca senza tanti convenevoli.

Certo non mi vede, il farabutto, è ancora in autostrada!

Arriva dopo una mezzoretta, trafelato come avesse corso a piedi e non in macchina. Tipo corsa campestre.

 

Lo guardo meglio, ma cosa ha? Cosa lo rende tanto assurdo, al di là della trafelaggine?

La sua pettinatura!

E’  enorme, in primo luogo, questo ti colpisce subito.

Ed è meravigliosissima.  Trattasi di acconciatura a schiaffo, in avanti però. Lo schiaffo arriva dalla nuca, per intenderci. Di fronte, l’effetto è quello vagamente minaccioso dell’onda di libeccio che sembra volerti travolgere. Il primo istinto è quello di scartare velocemente di lato. Fortunatamente Justin è piccoletto e l’acqua ti arriverebbe all’ombelico.

Di profilo invece, mi sposto di due passi per avere la corretta prospettiva, il tutto assume un aspetto più pacato e sino-taoista. La forza dirompente dello tzunami che ti spaventa di fronte, diventa perfetto equilibrio di profilo. I capelli yang che coronano l’alto cranio formando un cupolone castano (temo che Justin si faccia le meches), si incontrano a metà della volta cranica posteriore con i capelli yin, che scivolano per una ventina di centimetri fino a toccare la nuca del Nostro, per poi svirgolare di nuovo all’esterno all’altezza del collo, rispecchiando perfettamente, a contrario, il profilo del cupolone soprastante.

Sono esterrefatto da questa acconciatura, la più straordinaria che abbia avuto la fortuna di incontrare in tutti questi anni. Forse nella mia vita. Niente di simile si può vedere neppure tra i ritratti dei Grandi di Spagna al Prado, o tra le vostre vecchie fotografie dei compagni di scuola e università nei primi anni novanta.

“Hello! You had a good trippa? You had a good trip ah?”

La voce di Justin mi distrae da questa specie di visione, di rapimento estetico. Ricordo un momento simile, la prima volta che vidi dal vivo la Jeunes filles au piano di Renoir, all’Orsay. Mi svegliai con gli occhi belli di Elenoire che rideva e mi parlava.

Così ora mi sveglio con gli occhioni buoni, cinti da foltissime sopracciglia, di Justin.

Sorride un po’ preoccupato, forse imbarazzato. Il suo volto è tondo e grandissimo, la fronte spaziosa e intelligente, il bel naso grande al centro dei due rotondi zigomi, la boccuccia piccola, labbra carnose. E quel mentino appena accennato, sotto le labbrucce a cuore, che ti viene voglia di prenderlo tra le pollice e indice e dirgli: ‘bel musetto!’.

Mi sto distaccando dalla mia parte di ospite perfetto, sempre più. Una volta risultavo simpaticissimo agli amici cinesi, di certe cose ti accorgi. Partecipavo, parlavo la lingua, assaggiavo tutto, bevevo, coinvolgevo, giuocavo. E loro mi festeggiavano.

Adesso un po’ me ne frego e mi trovo in situazioni come questa, ove capisco che Justin saluta preoccupato, mentre io continuo a osservargli la chioma, immerso nei pensieri su quanto sia cambiato il mio atteggiamento con gli amici Cinesi. Sono veramente sul punto di fargli un buffetto e canticchiargli un ‘bel musetto!’.

Devo reagire. Mi sveglio dal torpore.

“Justin! Che piacere rivederti, scusa sono un po’ stanco per il viaggio e osservavo i tuoi capelli, sei stato dal parrucchiere? Hai un’acconciatura fantastica”

No, non sono un paraculo, scusate, ma devo dargli faccia, non posso dirgli la verità. L’Uomo non sempre è pronto per la Verité. E poi fantastica è fantastica, mica ho detto una bugia.

 

Entrati in auto, il Nostro dà indicazioni all’autista, reclina subito il sedile e si mette a dormire. Qui capisco in parte il segreto della sua chioma: il vuoto, la cupola concava sulla nuca, è dovuta allo schiacciamento dei capelli sul poggiatesta! Originariamente la Chioma aveva certo un’altra forma: era un casco, un enorme, grottesco, perfetto casco che tracciava una sezione di cerchio attorno a Justin, un’aureola con un raggio di circa 26, 27 centimetri.

Deve essere stata una chioma eccezionale nella sua versione originale, eppure adesso ha assunto, quasi per volontà propria, un carattere, una volontà di potenza che raramente si riconoscono in una chioma.

Mi sono forse trattenuto troppo su di essa, amici e lettori, per cui interrompo momentaneamente la cronachella di questa importantissima giornata di Provincia e vi do appuntamento a settimana prossima.

 

Reputavo che questa fosse una conciatura che non poteva, non doveva andare dimenticata.

 

Prima Parte: Cangnan, Year 4, July. l’Occhio della Veritè e una Telefonata da Sdraiati che non Aveva Motivo di Sussistere- First Half

Thursday, September 24th, 2009

 

Ci osserviamo a lungo. Nessuno abbassa lo sguardo per primo.

Per reciproco stupore, non c’è sfida.

 

O forse sono passati pochi secondi:  attorno a me i commensali sembrano non essersi accorti di alcunché e non credo di aver ignorato più di due o tre proposte di brindisi. Di colpo sembra calare il silenzio sugli 86 uomini e 9 donne che, fino ad un attimo fa, vociavano frasi ritmate e vagamente austere, da mandarino tang ubriaco (versi in pentasillabi tronchi, per intenderci). I bicchieri si muovono e cozzano creando i soliti spruzzi da spettacolo birrotecnico, le bocche si spalancano a formare le “A-A-A-Ah”, ma il tutto avviene senza audio.

 

Mi sta osservando, dentro.

Sento vibrare corde da tanto tempo inerti e stonate, da qualche parte nel mio cuore, nella mia pancia.

 

Non ha espressione, è perfetta saggezza.

L’intensità dello sguardo mi atterrisce e poi mi rasserena. Il subitaneo flusso di concetti e di emozioni mi riempie il cuore e alleggerisce lo stomaco, come fossi sulle montagne russe.

Per un attimo la verità, necessaria e universale.

Una verità da p minuscola, ma pur sempre verità, io dico.

 

Devo riprendere a ballare, questo mi sta rivelando. A ballare, a scrivere, suonare e camminare. E mi spiega anche come. Bere avevo già ripreso a bere. Mi dice anzi di non fare lo spiritoso e di implementare quel trattamento olistico per il fegato “di cui sai tu”. Effettivamente me ne ero scordato… ma allora non è autosuggestione, sto avendo una rivelazioncina, un mini-nirvana indotto!

Sono già pieno di gioia, questo percepisco.

Sono stati mesi difficili, ma neppure i più difficili negli ultimi anni, questo mi sta ricordando.

Il cuore si è ammaccato, ma lo era già: si tratterà solo di un altro paio di martellatine e quello riprende. Capirai… Se il suo sguardo avesse espressione, mi farebbe l’espressione da “capirai…”, con sopracciglio inarcato e palpebra superiore a coprire parte dell’iride.

Anche lo spirito è stato ferito, il mio “fratellino” ha impressionato un’ombra su di esso. Ma trovo che sia piuttosto affascinante, alla fine, come un bel tatuaggio. Mi aiuterà a non dimenticare.

Bisogna imparare ad allargare le braccia, fare un sorriso e lasciar andare.

Certo mi manca il mondo che amavo, ma so che una vita più colorata, intensa e sudamericana mi sta aspettando.

 

E forse la nuova era inizia qui, oggi, a Cangnan, nel Zhejiang, nel grigiore assoluto di questa Provincia perfettamente trash. Inizia durante questa cena di lavoro, l’ennesima. Ma la più colossale, la più assurda, la più disordinata delle cene cinesi: the Ultimate Chinese Dinner.

Sono commosso; una felicità diversa, liquida, prende a scorrere sotto la pelle, la immagino azzurra.

 

La fronte suda, la mano inizia a tremare, per cui abbasso il cucchiaio da zuppa nel quale reggo l’occhio di maiale che mi ha aperto la mente e mi ha guarito nel profondo.

Credo si tratti di maiale, comunque, ma poco importa. Lo ripongo nella tazza da zuppa. Tazza… una piccola Arca, altro che tazzi.

La zuppa era saporita, per altro;  curry, coriandolo, una fogliuzza d’alga blu si faceva un paio di vasche a dorso lungo l’Arca in miniatura.  Il latte infine, oltre che ad attenuare il curry, è servito per consentire il colpo di scena, l’imprevista uscita dell’occhio, deus ex machina.

Il cucchiaio bianco di ceramica plasticata, con manico  corto e ricurvo, credeva infatti di pescare un fungo, ‘na rotella di carota, il cavolo acido per pipì cinese… e invece aveva pescato l’Occhio del Saggio.

 

Il Suo sguardo mi ha rimesso in moto il meccanismo delle emozioni, le lancette hanno fatto click. I primi attimi sono stati dolorosi, come una rinascita, ma poi l’aria ha bucato i polmoni e ho urlato.

I compagni di tavola rotonda non notano nulla di strano, stanno anzi scimmiottando il mio pianto di gioia, dando per scontato che si tratti di un’usanza barbara per esprimere l’apprezzamento ospitale.

Mi riprendo, in sala torna l’audio, ricominciano i brindisi.

Ma sono un’altra persona ormai.

E sto sorridendo.

 

 

TO BE CONTINUED

 

 

Seconda Parte: Cangnan, Year 4, July. A lying-on-bed telephone call that had no reason to take place

Wednesday, September 23rd, 2009

 

E si che oggi mi ero svegliato con il più torbito degli umori.

Neppure la telefonata di Justin, questa mattina, era riuscita a farmi tornare la voglia, la masochistica  adrenalina della Provincia. Justin è l’export manager  che in questo momento, seduto a tavola alla mia destra, mi sta guardando senza vedermi, con sguardo da bue, capello gonfissimo e guance rosse.  Sta imitando il mio grido di gioia (ma fuori tempo: gli altri hanno già finito l’urlo da qualche secondo e ora lo guardano strano).

Erano le 5.50, stamattina.
Suona la sveglia, anzi no, è il telefono. Bisogna che cambi sto telefonaccio stonato.

Sono a Shanghai, più tardi ho l’aereo per Wenzhou dove devo discutere un contratto. Con Justin appunto. Questo è il suo numero!  

“Justin?”

wei…”

“hello?!”

wei…”

E lì inizia la telefonata che, avessi avuto il sangue freddo di registrare, mi avrebbe fatto compagnia in certe domeniche pomeriggio e al Primo di Gennaio.

Sappia il lettore che avevo visto quest’uomo una sola volta in vita mia.

Justin: “wei, how  are, haaaa… Gia-lu-cah! Ma’friend, now very sleepy

UP?? YOU UP?

Hehehehe…. Mmmhmm… this morning. He he”

–sbadiglio rumoroso-

“You are 6 o’clock or now you up? I up you?”

-ogni tanto alza il tono di due ottave, salvo poi tornare nel pentagramma a metà parola, come il pubere che sta cambiando voce-

“Mmmhm… hm hm hm, hi hi hi. I…. AIIIIIIIIII.

Now you fine? You airport what time. Yesterday? Yester. Dayyy. I…. I yesterday out, you also ah? He he he”

–sbadiglio rumoroso, forse stiracchiata di schiena-

“yeeeah.. mhm mhm mhm haaaaaa

-crescendo-

“Other time you very busy. Today, todeeeeeh-y we together good time a: eEEeeeh”

 

Purtroppo ricordo solo poche frasi, per via del mio stato di coscienza alterata e della lunghezza del monologo.  Ricordo la sua voce impastata di sonno, il bofonchiare e far battute, come non avesse ancora smaltito la sbornia della sera prima. Sbornia in comune, beninteso, altrimenti non rende l’idea. O meglio, come un amante ancora eccitato d’amore e passione dal recente incontro notturno.

 

Una telefonata da sdraiati sul letto che non aveva motivo di sussistere.

Credo sia andato avanti così per cinque minuti d’orologio. Io emettevo qualche “yes”, improvvisavo una risatella quando capivo che era il momento. Gambe e braccia a X, il telefono appoggiato sul cuscino, aspettavo che le operazioni di risveglio seguissero il loro corso e nel frattempo cercavo di capire il senso di questa telefonata, più che dei singoli bofonchi.

 

“yes. Yes you. Gia Luca. Giaaa lù! caAAh. AAAAAH

Shanghai there time? Very beautiful? (si legga veloce: il “very” in Sino-inglese non è un avverbio ma un acceleratore) Very butifu? ahAA. Here very beautiful but don’t know, I don’t see my windows maybe have sun I think. Now you no in airport?

 –rallentando-

Haaah, hehehe, I know I know, after I come airport Company’s car.

Company’s caaaa! Now have a rest a!

-pianissimo-

“Here what time a!?!”

“excuse me?”

“Here what time a!?!”

“Alle 8.40, arrivo alle 8 e 40”

“I know, hehehe, I know 8.40, so have a rest, after see you ma’ frienda”

Seguono sette “AH”,  a mo’ di saluto.

Mette giù.

 

Una telefonata così mi avrebbe riempito gli occhi di gioia, da ragazzo.

Eppure oggi non mi aveva strappato neppure un sorriso, mi aveva anzi infastidito. Mi chiedevo, con logica noiosamente europea, quale fosse il senso di quella conversazione e perché quest’uomo avesse interrotto un sogno di meraviglia e rubato gli ultimi dieci minuti di pace.

 

Il mio spirito aveva dunque raggiunto il baratro, questa mattina.

Quel maiale, quell’occhio suino per meglio dire, mi ha salvato.

Credo di avere finalmente una chiave di lettura.

Ammetto che, alla prima vista, questa Rivelazione non ha la scenografia di una “via di Damasco”, occhio di bue sul cavallo che impenna e cose del genere, ma neppure potevo pretendere: io mica ero un massacratore di cristiani, mi ero solo un po’ rincoglionito. Né ambisco alla carriera di San Paolo. A me basta essere come sono stasera.  

Al limite, se mi spetta il miracolo una volta sola nella vita, aggiungerei giusto un terrazzino a casa mia in Italia, o quanto meno un condono, un funzionario pre-prezzolato che chiuda un occhio sull’abusino a fin di bene: il rapporto con l’impresina edile del signor Gatta al limite me lo gestirei io.

 

Devo molto a questo bulbo oculare: dopo un lungo, a volte doloroso interrogarmi, ho trovato le risposte che cercavo. 

Quanto meno in questa fase della mia vita e soprattutto, per quanto riguarda voi lettori, che della mia vita non dovreste impicciarvi, in questa fase dei miei viaggi per la Provincia: riprenderò a sistemare gli appunti di viaggio e mandarli in onda.

 

Ohi! Non sento alcun urlo di giubilo, c’è nessuno? Scrivo e sento l’eco, questa è la sensazione.

E’ pur vero che per essere letti sarebbe bene scrivere ogni giorno, ma poi come potreste leggermi e lavorare al contempo? Io vi voglio realizzati, abbienti,freschi nella mente e aggiornati sulle cose del mondo.

Arriverà il momento  in cui dovrete aiutarmi: quel giorno vi voglio influenti e generosissimi,  vi voglio

pongo pregiato

nelle mie capaci mani.

 

PS: ma si può dedicare un post? Mi pare una cafonata, nella più rosea delle ipotesi.

Mettiamo che si può: io lo dedicherei alla zia Anna, donna assai brillante e bellissima fin oltre i settanta, che ieri sera ci ha dato una bella salutata ed è andata a coricarsi for good. In pace.

Notte zia, un bacio  : )

Jiaxing, February, Year One: meet Mr Shi

Friday, September 19th, 2008

Breve Nota Introduttiva:

questo Post è veramente noioso, ma serve ad introdurre l’importante figura di Jeff Shi, a cui vi affezionerete come a Jack Bauer di 24 Hours, a David di Six Feet Under, o al dottor Maturin della saga di Patrick o’Brian.
Se quindi  trovate i miei post noiosi già di loro, vi prego di saltare questa lettura.  Accontentatevi invece del seguente sunto:

SUNTO:
Da Shanghai a Jiaxing non è proprio come le valli del Chianti senese, ma lì, in una palazzina uffici sociale occupata, mi aspetta Jeff Shi, persona intelligente e con i dentuzzi bianchi e ordinati, che si mangia la zuppa alla carne  e io invece al mais.
Ma ho la Diet Coke  e lascio il boccone migliore in fondo, con il piatto di ghisa tutto per le mie bacchette.
Conto e caffè.

Temo di aver detto veramente tutto. Ma allora è vero quando mi dicono che sono logorroico.
Devo fermarmi altrimenti capace che faccio una Breve Nota Introduttiva che è il doppio del non sunto!
Procediamo senZ’altro.

NON SUNTO:
Jason, autista di lungo corso dell’amico Michael, mi viene a prendere alle 8 e 30, direzione Hangzhou: andiamo a visitare una cartiera nel Zhejiang, provincia adiacente alla municipalitè di Shanghai.
Per la prima volta esco da Shanghai via terra.
La città continua a lungo, verso ovest, passati i grattaceli di Gubei, il vecchio aeroporto e le distese di palazzine cinesi della periferia. Non capisco neppure quando la megalopoli finisce, nessun cartello con la barra rossa in obliquo. Ancora mezz’ora, poi guardo nella direzione opposta  e scorgo un cartello: “Shanghai 7 km”.
Dopo una ventina di chilometri, subdolamente, la campagna inizia ad entrare nel suburbo.
E’ una strana campagna. Appezzamenti di terra grandi quanto campi da calcio sono sparpagliati qui e là.
Ancora palazzine, però. Non ci sono cascine, o villette bifamiliari, né un mulino, na chiesetta, lo sterrato.. No, condominii, come quelli della periferia cittadina, con l’unica differenza che tutt’attorno iniziano ad esserci sempre più campi e qualche cementata di meno. A sorpresa spunta un altro centro commerciale che vende solo auto. Un colpo di coda dell’urbe.
Poi si fanno strada strane e pittoresche palazzine con il tetto un po’ Utrecht, ma dai colori e il  gusto cinesi. Tre, quattro piani, alcune case strette a formare la palazzina, tipo canale di Amsterdam, altri campi attorno.
Sulla sinistra si intravedono, dietro un alto muro di cemento bianco, alcune ville a due o tre piani, ognuna più o meno con il suo stile e i suoi colori. C’è la dimora Vittoriana, la villa con piscina del lago di Garda, lo chalet svizzero, la Casa Bianca… Dalla strada spuntano guglie normanne e terrazze costazzurra.
Poi riprendono le palazzine, sempre più piccine, sempre più provincia Cinese, squadrate, spartane, piccoli loggiati ricavati nel centro del pian terreno, sostenuti da colonnine di legno arrotondate.
E di nuovo centri commerciali. Più rozzi, colorati e un po’ pacchiani.

Ci avviciniamo a Jiaxing.
Iniziano le solite mostruose zone industriali. Usciamo dall’autostrada, io e Jason ci scambiamo le prime parole da che siamo partiti.
Jason ed io stiamo bene insieme, anche perché non ci sentiamo in dovere di scovare a tutti i costi un argomento di conversazione, soprattutto di primo mattino.
Ora mi spiega che la specialità del posto sono i baozi, panetti al vapore grossi come arance, tondi, lisci e bianchissimi, spesso ripieni di carne di maiale, a volte di verdure, funghi e quant’altro.
Non abbiamo fatto colazione.
L’appuntamento è allo stadio di calcio.

Dopo poco arriva Jeff Shi, il sales manager del dipartimento di business numero 19 della Jiaxing Great Gate Import and Export Company.
Viso simpatico, quell’età cinese che può andare dai 37 ai 64 anni. Pelle chiara e tirata, i capelli non sono particolarmente bombati sui lati, occhiale grande e squadrato, vestito casual, semplice ma decoroso e ordinato, Volkswagen Polo blu.
Lo sguardo è acceso, espressivo ma non perde quella patina di “bontà” cinese. Le labbra corte nel parlare scoprono dentuzzi bianchi e ordinati.

Ci conduce alla palazzina degli uffici, sede della trading Company.
Entriamo in questo condominio, il parcheggio è pieno di scooter, qualche auto e alcune biciclette.
Saliamo tre piani, sembra un centro sociale occupato, grandi e popolatissimi uffici sono sparpagliati a casaccio lungo un dedalo di tetri e poi variopinti corridori, spaziose hall e passaggi segreti, un grosso ponte sospeso, scalinate, scale a chiocciola (e una scala a pioli! Ma non l’abbiamo salita). “Business Dept. 16- Sales”, “assistent General Manager” “Business Dept. 2- Logistics- Head” (l’uffico pacchi di Loris Batacchi, credo) etc etc.. Dopo un lungo corridoio, passando per un mezzanino buio, arriviamo in un’altra palazzina, scendiamo di un piano, passiamo altri uffici e arriviamo finalmente ad una spaziosa sala riunioni.
Il sole è caldo oggi, è prevista una massima di 18 gradi. Gli uffici sono freddi. Un grande tavolo nel centro, quasi niente tutto attorno.
Il solito bicchiere di PET con il tè al rosmarino (che poi è un tè verde, non rosmarino, a quanto pare, ma comunque ti trovi un ciuffo di aghi a galla sul bicchiere d’acqua bollente, aghetti che di riffa o di raffa di trovi in bocca e non puoi deglutire. Credo scriverò presto un post sulla moderna cerimonia del tè in Cina).
Si entra nel vivo della conversazione, bravo, veloce, competente. Conferma la primissima impressione. Dopo poco arriva l’assistente di Jeff, che ci dà una mano con i dettagli.
Un’ora e mezza fitta di dati,  numeri, condizioni di pagamento, proposte e soluzioni, e poi è l’ora del pranzo. Anzi, è ben passata: sono le 11 e 45! Jeff ha un sussulto appena si accorge dell’orario… del resto si può discutere via email!

Ci guida Jason, scelgono un ristorante a due passi dagli uffici, nel centro della città.
Bello, mi piace, un ristorantino cinese! Non la mensa aziendale, ma neppure il ristorantone abnorme dove ti aspettano almeno 14 portate tremende: un ristorantino con menù fotografico ed in inglese.
Addirittura mi fanno scegliere l’ordinazione.
Mi limito a suggerire “beef or pork”, magari una zuppetta per iniziare.
Dopo poco arriva una zuppa per me, di mais e la zuppa di carne per loro tre. Subito Jeff e l’assistente tengono a precisare che la mia zuppa è gratis, tipo prendi 3 zuppe di carne e te ne arriva una, gratis, di mais, che costa niente.
Sono più contento del mais, ma cosa è successo, lo potevano sapere? Hanno fatto lo sforzo di capire cosa può piacere ad uno straniero o semplicemente si sono beccati la zuppa di carne che è ufficialmente meglio? Lo saprò mai?
Comunque sono contento. Arrriva un solo piatto per persona! Che te lo puoi difendere un po’ con i gomiti sul tavolo, che te l’organizzi come ti pare, magari lasciando il boccone buono all’ultimo, senza che ci paciughino tutti con le loro bacchettine veloci.  Hanno ordinato per loro un piatto a cellette con tutte le loro cineserie, mentre a  me arriva un piatto tondo di ghisa bollente sopra il quale frigge una bella bistecca di manzo, un uovo, il riso e gli spinaci. Ottimo.
Per la prima volta, da che sono qui, ho l’impressione che l’ospite cerchi di venire incontro ai miei gusti. Finita la carne, mi ordinano un caffè!
Niente grappe puzzolenti, neppure una bottiglia di Qingdao calda da consumarsi in ditali di vetro. Diet Coke!
Dopo pranzo i saluti, allegri, sinceri, senza troppe cerimonie.
Credo di essermi fatto la compagnia a Jiaxing, tipo.