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Il mimo di Padron Hu

Saturday, July 24th, 2010

Prendo oggi possesso del mio nuovo appartamento. La mia nuova casa.
Non immaginatevi un gran trasloco: libri, Pokemon e animaletti sono tutti in Italia, non servono gru né impresine di facchinaggio. Il taxi con il quale arrivo al condominio di Xinle Road è comunque pieno di valige e sacchi di polipropilene gravidi di ogni bene e mercanzia. Vestiti alla moda, quaderni fitti di appunti –che definirei codici se non fossi tanto modesto-, gattini d’oro che salutano, oggetti di arredo e arte moderna, un tappeto di finto bufalino tibetano, l’Intellevision del 1984, un lettore di DVD, la teca del geco da compagnia e così via.
Le braccia sono due, le spalle pure, con la gamba destra spingo la settima valigia. Nel farlo emetto gemiti da partoriente, ma questo non basta ad intenerire la guardia condominiale o il portinaio, che mi stanno guardando apparentemente senza sospetto né commozione. Abbozzo un saluto: “Nimen hao!”
Niente. Risaluto, sorrido con gli occhi, nessun risultato evidente.
Ammetto che il sorriso d’occhi, mentre sto spostando una colonna d’Ercole, potrebbe essere stato poco più che un ghigno da pazzo, ma il “buongiorno a voi” è stato scandito con dizione da scuola di Mandarino, “the spring-roll is on the table”.
Faccio qualche viaggio per scalare i 7 gradini che mi conducono all’atrio del condominio. Ricchezza di polimeri marmorei, compensati d’alabastro, vasi ming. Sulla sinistra la buia postazione del portinaio, di fronte la parete con benemerenze incorniciate che promettono di entrare in un condominio modello. Sulla destra, la porta d’accesso al corridoio degli ascensori, da sbloccare digitando un codice numerico. Digito come mi è stato spiegato: 1,2,3,4. Non funziona, la porta rimane chiusa. Grazie a questo piccolo incidente attiro l’attenzione della guardia e del portinaio, che mi dicono: “l’hai sbagliato!”
Per lo meno li ho fatti ridere un po’. Non mi comunicano il codice corretto: citofono per farmi aprire da Mr Hu, il facente funzione padrone di casa (il vero padrone di casa, latifondista immobiliare, si starà forse godendo la vita in qualche karaoke o sulla riva di un lago artificiale).

Mr Hu mi attende al dodicesimo piano, appartamento 5. Con questi c’è anche una signora che sta rassettando, un operaio che martella il divano e un giovane hacker che setta la televisione.
Padrone Hu mi consegnerà le chiavi, ufficializzando così l’inizio del domicilio, ma prima mi deve introdurre ai misteri della casa. Per qualche motivo sul quale non mi voglio interrogare, oggi Padrone Hu fa il sordo muto (mi scuso se non uso l’eufemismo). Ieri abbiamo parlato in “Cinese”. Certo, ho dovuto aiutarmi con un po’ di mimica e vignette disegnate al momento, ma in teoria si è parlato per un paio d’ore, definendo i dettagli del contratto, le minuzie delle clausole. Oggi invece Mr Hu dà per scontato che non parlo una parola di Mandarino e mi regala lo spettacolo indimenticabile del mimo Shanghainese. Gli amici cinesi non sono soliti farsi aiutare dai gesti, per favorire la comunicazione. Padron Hu invece inizia uno spettacolo che, avessi un maggior fiuto per gli affari, avrei dovuto riprendere con la videocamera. Inizia dalla stanza più lontana: mi fa cenno di seguirlo indicandomi un immaginario sentiero che ci conduce alla camera da letto. Accende l’aria condizionata -unica fonte di riscaldamento, perché in teoria Shanghai è al sud, e anche se d’inverno si va sotto zero, il governo stabilì decenni fa che al sud fa caldo: niente termosifoni-. Si avvicina al bocchettone saltando, allunga il braccio per sentire la temperatura, incita a fare lo stesso ripetendo il gesto con teatralità. Mi avvicino, l’aria è calda, effettivamente. Mi indica il letto: mima il riposo, raccogliendo le due mani sotto la guancia destra, reclina la testa e assume un’aria da angioletto che dorme. Indica poi i comodini e gli armadi. Apre ogni cassetto ed emette un suono per ogni movimento. Mima la massaia che piega una maglia e la ripone al suo posto.
Passiamo al bagno. Apre la doccia, accende il ventilatore, le luci, tira l’acqua del water, apre i cassetti… e poi, mi volto nella speranza di non essere il solo a godermi tutto ciò, si specchia e fa il gesto d’imbellettarsi. Si gira, si sistema il riporto, cerca il profilo migliore roteando gli occhi verso il lato sinistro, infine tira fuori la lingua per controllarne il colore: lo specchio, capisci?
Finalmente si può andare nello studio. Accende il lettore di CD, non funziona, panico. Gli spiego che non si sente nulla solo perché manca il disco, si tranquillizza immediatamente. Riprova con la radio: funziona! Mi indica orgogliosamente l’antennina di plastica che ha attaccato al muro, a due metri di altezza, per intercettare le radio locali. Siede alla scrivania e si mette a scrivere per finta. “Scrivere!” la prima parola in cinese da quando sono entrato.
Seconda camera. La dimostrazione del divano letto è troppo lunga anche per la paziente disponibilità dei miei lettori, vi basti sapere che ad un certo punto ho veramente pensato che Padron Hu si fosse assopito, con scarpe e tutto, nella posizione fetale.
“Benissimo!”urla all’improvviso la seconda parola: il finto assopirsi faceva parte della recita. Secondo me ha il mal di schiena, intuisco qualche scossa cervicale: d’altronde il divano ha il profilo di una hamaka, è fatto per schiene pre-adolescenziali.
Passiamo al salotto. Padron Hu ha ascoltato una mia precedente richiesta, sostituendo un televisore a tubo catodico in bianco e nero con uno schermo al plasma, un Panasonic di 42 pollici. Il giovane hacker l’ha collegato ad un mangia-cassette VHS . Mi mostra molti dei 19 canali della CCTV (la RAI Cinese). Zapping su film in costume, accenna ad una mossa di kong fu.
Finalmente la cucina. Qui il Nostro dà il meglio di sé. Accende l’acqua calda. Tiene la mano sotto il getto fino a che non raggiunge la giusta temperatura, poi mi invita a controllare: è da ustione! Come può tenere la mano ferma là sotto? Poi passa a forno e fornelli. Mi fa infilare la mano ancora fumante nel fornetto, poi mi invita a passare il palmo sul fuoco dei fornelli. Effettivamente il fuoco è caldo. Inizia poi ad aprire ogni sportello e dà una dimostrazione d’uso per ogni singolo attrezzo da cucina. Al momento dei bicchieri inscena la finta bevuta : a testa alta e braccio quasi disteso sopra di essa, labbra a cuore, prende a fare un verso rumorosissimo e risucchiante, come a sorbire una zuppa calda. Il verso, di timbro potente, è tenuto per circa trenta secondi d’orologio. In apnea, roba professionale. Quando finisce, è rosso paonazzo, come avesse veramente tracannato una bottiglia di grappa al riso, e contento come un bambino. Credo si sia ubriacato.
Siamo ora pronti per la cerimonia della consegna delle chiavi.
Credo di essermi già affezionato al mio facente funzione padrone di casa, padron Hu.

Park Life

Monday, April 26th, 2010

La delusione nei confronti del Maestro di tai chi chuan (taiji chuan) della mia nuova palestra, di cui scriverò in una prossima lettera, mi spinge a cercare il mio guru di arti marziali nel posto appropriato: il parchetto pubblico più vicino a casa.

Al parchetto pubblico le attività ludico sportive si svolgono per lo più attorno alle 6 mattino.

Se ti presenti alle sette i giochi sono fatti; i gruppi di allenamento sciolti, gli anziani lasciano spazio a giovani tiratardi che si allenano all’americana, correndo attorno al parco.

Sono le 5 e 57 del mattino e mi presento all’entrata del parchetto.

Come supponevo, le attività brulicano. La strada principale, che dal cancello conduce alla pagodina di pietra nel centro del parco, è percorsa da decine di avventori. Stanno camminando all’indietro; alcuni accennano persino ad una corsetta. Questa disciplina riporta l’equilibrio tra i flussi energetici yin e yang all’interno dell’organismo e dissoda i glutei.

Mi sento un po’ in imbarazzo per via della mia attrezzatura da ginnasta professionale. Scarpe, praticamente a levitazione magnetica. Tuta originale della squadra olimpica svedese. Biancheria intima Nasa, magliettina della salute da alpino sul K2. Microfibre, polcotton, wintex, antimicrobial.

Gli altri parchigiani sono vestiti da tempo libero: jeans, giacche a vento, berretti e sciarpe, qualcuno è in pigiama e mocassino . Polietilene, pelle polimerica, lana grezza, gomma.

Sento gli occhi puntati su di me, leggo aspettativa.

Sgranchisco il collo come un pugile nervoso e mi metto al piccolo trotto, direzione pagodino.

Qui mi fermo per fare stretching. Una donna pratica eleganti figure di taiji jian con spada e due giovani danzatori, due tangueros, le volteggiano attorno.  E’ una coreografia degna del miglior Sergio Japino. Per un attimo mi sembra di vedere la Raffaella Carrà che esce dal pagodino e fa la mossa dello svenimento (i più giovani sbobinino le teche RAI perché merita).

Spengo la TV e noto una staccionata di ferro sulla quale alcuni atleti stanno facendo esercizi di allungamento. In realtà si tratta di un gruppo di ottuagenarie che alzano la gamba a 170 gradi.

Leggermente turbato, mi sposto di qualche metro.

Mi fermo un attimo ad osservare due donne che stanno praticando una disciplina a me ignota. Sistemate vicino a due alti pioppi, battono i palmi delle mani sul tronco. Una di loro sospende lo schiaffeggio e prende a girare attorno alla pianta con aria da posseduta.  Mi vien da pensare al sacro albero dei Na’vi, in Avatar

Proseguo, alla ricerca del mio guru.

Raggiungo una piccola porzione di parco cinta da siepi, dove alcuni studenti ripetono la lezione ad alta voce e un gruppo di uomini fa stretching. Una coppia di atleti ha scelto questo angusto spazio per esercitarsi al badminton. Devono continuamente recuperare il volano tra le gambe degli studenti. L’amore per lo sport ben si concilia con la passione cinese per gli spazi affollati.

Superata la siepe, trovo finalmente il primo gruppo di praticanti di tai chi. Sono disposti in largo cerchio attorno al prato principale del parchetto.

Mi dispongo tra due anziane che mi guardano senza espressione. Ricambio. Saluto. Non rispondono.

Stanno facendo esercizi preparatori. Sembra il Gioca Jouer. Salutare, spray, campana, autostop… Ci sono mosse non previste neppure da Cecchetto: remare, sborsare, spinta, mandare al diavolo ed altri ancora.

Superman!

Non capisco chi guida, all’interno del gruppo. Cerco di seguire le due vecchiette vicine, ma è sempre più difficile.

Finalmente chiedo alla più giovane, quella senza gobba, se può aiutarmi.

Paziente ma dura, come ti aspetti da un maestro orientale, mi corregge posture e movimenti. Mi sento come un multi fratturato alla prima sessione di fisioterapia. Le giunture emettono rumori preoccupanti, i muscoli sono tirati fino allo strappo, il viso solcato da smorfie di paurosa fatica. Non basta ripetere a me stesso che non fa male: non riesco a imitare correttamente le figure delle anziane.

Decido comunque che neppure la settantenne ha il physic du role per diventare il mio prossimo guru di arti marziali. Fingo l’acutizzarsi di un dolore pregresso al ginocchio e mi allontano senz’altro, farfugliando qualcosa alla maestra.

Zoppico finché sono sicuro di essere oltre il campo visivo delle miopi anziane, supero una casetta per gli attrezzi e lo vedo: il mio futuro maestro di tai chi. Sta compiendo figure elegantissime, mima calci al rallentatore, traccia cerchi con le braccia e respira profondamente.

Cinquant’anni circa, magrolino e dignitoso, l’espressione austera di chi è in aria di illuminazione.

Mi avvicino, si ferma. Prende la sua borraccia del tè e scappa. Un altro cerbiattuomo da addomesticare?

Lo seguo a distanza per tutto il parco, senza farmi notare. Ripassiamo per il grande cerchio delle anziane, l’aula del badminton e il pagodino dei tanghero armati.

Imbocco la strada d’ingresso, deciso a tornare a casa con le pive nel sacco, quando noto un uomo chino in avanti, che con un lungo pennello sta disegnando sul pavimento. 

Mi avvicino per guardare meglio: sta scrivendo. L’uomo pratica l’antica arte della calligrafia, usa l’acqua a mo’ di inchiostro.

La scrittura è sicura, veloce, i caratteri netti e continui, non stacca quasi mai il pennello dal pavimento. Scrive una poesia, credo. In colonne, dall’altro in basso e da destra a sinistra.

Finita la prima strofa, il primo carattere in alto a destra inizia a scomparire, l’acqua sta evaporando.

Il vecchio calligrafo osserva per un attimo la sua composizione, poi si sposta e inizia la seconda strofa. Gli chiedo se può leggere quanto ha scritto.

Finisce di scrivere la seconda strofa e poi legge. Non capisco nulla, però sono rapito dalla recitazione. Gli chiedo il perché dell’acqua, temendo che sia solo una questione di decoro pubblico. Mi stupisce parlandomi dell’effimerità del bello. O almeno credo. Mi dice: “guardo, mi piace? non c’è già più: sì, mi piaceva”. Vuole dirmi di più, ma lo perdo, credo stia parlando dell’oggettività dell’arte. Mi prende per la giacca e mi strattona verso il lato opposto della strofa, ma da qui non si può leggere nulla. La luce che arriva da sud-est fa sì che i caratteri siano leggibili solo da due lati.

Credo mi stia spiegando in questo modo che il bello è soggettivo in quanto dipende dalla persona che guarda, ma la soggettività non sta solo nella testa dell’osservatore, ma anche nella sua posizione oggettiva, cioè nella sua collocazione ambientale e quindi culturale.

O forse vuole solo che mi tolga di mezzo, che stavo in piedi in mezzo alla terza strofa? E’ più verosimile.

Me ne vado sorridendo. Oggi non ho trovato il mio guru di tai chi, ma in compenso un calligrafo mi ha dato una lezione di estetica.

Le due anziane praticanti di tai chi, improvvisamente apparse di fronte a me, mi ghiacciano il sorriso sul volto: osservano la mia camminata sicura. Hanno l’espressione di chi ti sta per chiedere: “Perché non claudichi?”

Il sorriso si è fatto maschera grottesca di simulato dolore, mi rimetto a zoppicare, emetto un paio di gemiti come chi ha avuto un’improvvisa ricaduta ed esco senza guardarmi indietro.