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towards Guangzhou, November, year 3: the riot

Wednesday, November 19th, 2008

Anche il pacioso vicino di poltrona, che ha russato rumorosamente per un paio d’ore buone procurando ilarità lungo tutta la fila 12 e parte della 11, sta urlando come un maledetto.

Ma come ha potuto avere il tempo per interrompere il barrito, interpretare la situazione e impostare senz’altro la protesta?
Quasi un meccanismo rodato, un istinto atavico, fosse scattato  in lui. Così come in buona parte dei passeggeri del volo Shenzhen Airlines ZH9102 delle 8.40am, in partenza da Shanghai  e diretti a Guangzhou (o Canton, o  Guangione), che per quasi tre ore hanno placidamente atteso sedute al loro posto.
Siamo a terra, all’aeroporto di Hongqiao, ancora non si parte.

Ad un certo punto, da una fila in fondo, un giovanotto Cinese meridio,  etnia olivastra e  faccia intelligente, prende ad urlare come un pazzo, mentre molti ridono di gusto nel sentire lo sfogo.
Non capisco quello che dice, distinguo solo alcune parole e mezze frasi che non riesco a contestualizzare (avrò mica già disimparato a farmi aiutare dal contesto?!). In effetti il Sino-meridio sembra agitarsi facendo riferimento al compleanno del fratello maggiore, ad un regalo molto costoso e ad una terza persona (credo sia un nome proprio) a cui il regalo non è affatto piaciuto.
In realtà è più verisimile stia protestando per il ritardo accumulato. Per quanto, ancora non ho acquisito la sensibilitè necessaria per intuire il verisimile in questo Paese.
In effetti.

Ci avevano imbarcato in orario, alle 8.10. Entrato con la seconda infornata di aero-bus, mi ero accasciato come tutti sul poltroncino economy, intorpidito dal gas alitosico. Quell’aroma tipico del luogo chiuso, in qualche misura moquettato e affollato da persone che  di primo mattino, al posto che farsi due cereali nel latte o un capussio e cornetto al banco, si friggono un pesce fermentato in pastella d’aglio cipolla e paprika.
Nulla, insomma, faceva presagire l’insorgere del riotto.

Il  capo-riotto sino-meridio continua ad urlare, si dirige minacciosamente verso la cabina di comando, viene fermato, blandito, riaccompagnato, e nel frattempo gli individui intorpiditi che ridacchiano per la performance del Nostro, si trasformano improvvisamente in piccola folla inferocita.
Il famoso capannello di riottosi, che per la verità fatica a formarsi nella sua morfologia tipica, a cerchio: i suoi membri sono costretti  lungo le file dell’aeroplano. Si capta però il soffrire del capannello, nella sua frustrata tendenza a raccogliersi accanto alle tre hostess, per stringere il nemico e prendere ad indicarlo.

Sì perchè nella Terra di Mezzo, più che nella Terra Non di Mezzo, non ci si perde in tante fantasiose gesticolazioni, in genere non si picchia, non si spintona, quasi non si insulta l’avversario, non lo si denunZia alle autorità: lo si indica.
Più a macumba che a minaccia concreta. Piccole scomuniche sociali, urbis et capanellis.
Non un fatto privato, né però condiviso con chi non è coinvolto: un fatto capannellico.
Che si soffi l’anatema con volume quasi impercettibile, o si urli come per insultare il cuggino dalla curva Nord alla Sud,  cambia poco: il tono della minaccia, la sua intensité, è misurato dall’estensione del braccio che brandisce l’indice accusatorio e si interpreta dai movimenti del gruppo braccio-avambraccio-ditoindice.
Un braccio flesso, il gomito a 80 gradi, l’avambraccio che brandisce sì un indice un po’ arcuato, ma lo allontana in continuazione verso l’interno, a ritmare le sillabe della protesta, un colpetto ogni parola e una svirgolata ad ogni frase. Questi sono i segni di allerta iniziale. Suggeriscono un grado minimo di invettiva: l’avvertimento.
L’interlocutore è certamente indicato, ma a colpetti, a singulto, gli è ancora aperta la possibilità di redenzione, di perdono, l’anatema non è ancora stato lanciato.
All’opposto dello spettro gestuale, il braccio teso, alto, l’avambraccio immobile, il dito che ne segue la linea retta, l’occhio quasi a mirino, a guardare più la punta del dito che la preda: è stato lanciato l’anatema, o sta per essere pronunZiato.
Il braccio può rimanere in questa posizione per una durata significativa, diretto a volte verso persone dall’altra parte della strada, lontane e imboscate nel loro sotto-capanello, le quali in alcuni casi rispondono a loro volta all’anatema (ma in questo caso si fa spesso a turno con l’indice, non si fa una cosa indice-contro-indice, tipo la “forza sia con te”, o meglio l’indice sia con te), in altri casi fanno invece finta di niente e  hanno già ripreso l’attività artigiana, commerciale o ludica che sia.

Le hostess, nell’impeccabile uniforme rossa della Shenzhen Airlines,  in questo momento sono indicate da tre o quattro mani, a turno, ogni indice a stendardo del sottocapanello.
Il capanello del volo ZH9102 è infatti fragmentato e soffre, costretto dalle cinture di sicurezza.
Si  ha l’impressione che solo queste impediscano ai singoli di diventare veramente folla incazzata e far fuori le hostess per poi dare la caccia al Capitano, asserragliato con il Secondo nella Gabbina del Comando.
Li immagino spalle al muro, pistola in mano puntata verso la porta, la cloche smontata e incrociata dietro la stessa per impedire l’irruzione dei passeggeri inferociti.
Eppure, caratteristica che ho già notato durante altri piccoli riotti simili, la cosa non degenera.
In Italia il riotto, la rissa autostradale o da locale notturno, hanno un destino di crescita esponenziale piuttosto veloce e continua.
Da noi, se nessuno interviene, se non succede qualcosa di grosso o se la vittima non ha davvero culo, la cosa va avanti, il pirata della strada (che magari ti ha superato senza scusarsi o ha fatto il gesto di tagliarti la strada) viene fatto a polpette, chi ha incrociato brevemente lo sguardo del  barista che ha servito la cuggina della tua ragazza, finisce all’ospedale, l’impiegato del Comune, se scoperto di sinistra e quindi fannullone, magari pure meridio,  deve asseragliarsi dietro un vetro antiscasso.  
Mi viene in mente il caso di una rissa che nell’agosto del 1991 coinvolse noi amici e un’altra settantina di Italiani in una discoteca di Tijuana, Messico, finita (ci vediamo) fuori dal locale, a giubbotti stracciati da lame invisibili e interrotta solo dall’arrivo della non paciosa polizia Messicana, alla vista della quale tutti si dileguarono. Il tutto era iniziato con un “Chi non salta Maradona è” interpretato da un avvinazzato Rena, che non aveva notato la vicina presenza di un paio di ragazzi napoletani i quali avrebbero presto chiamato rinforzi per difendere la maradonità ferita.
 
Ma che c’entra la rissa di Tijuana mo? Di che si parlava?
Ah, si, della capacità cinese di controllarsi, di non degenerare in un continuum di incazzatura, o per lo meno di farlo a scatti, a balzi in avanti e tutti insieme. Una rissa può proseguire, in un locale, per un’oretta buona, coinvolgendo solo un paio di persone alla volta, a turno, in un’orgia di ditolini indici che si scomunicano l’un l’altro tra un calcio e e uno schiaffone, pochi per la verità, o tra un posacenere in testa e l’altro. Senza l’intervento dei buttafuori. Così, per autocontrollo. Per professionalità del riotto, come se le persone capissero istintivamente, al di là del calore del momento, quale è il limite.
Fino al prossimo scatto, assolutamente imprevedibile, che può trasformare un gruppo di  paciosi ragazzotti giustamente incazzatelli  in una folla al cui confronto i fondamentalisti smitraglianti davanti alla videocamera della CNN che si mangiano una bandiera americana infiammata sembrano i tuoi compagni di banco alle Orsoline. E in questi casi dicono spuntare dai tombini la Polizia Armata, che fugacemente toglie la scena al rassicurante poliziotto buono cinese, campagnolo e paffutello, che si incrocia abitualmente per le strade delle città. A quanto pare gli agenti della polizia armata sono un po’ meno rassicuranti e concilianti. Non so se sono paffutelli, secondo me no. Secondo me fanno tanta ginnastica.
Comunque, questo incazzarsi a balzi, forse più pericoloso e imprevedibile, per lo meno in alcuni più gravi casi, però molti piccoli riotti come questo rimangono per lo meno nell’ambito dell’anatema lanciato con il ditolino indice e finiscono improvvisi come sono iniziati.

Il riotto di cui sono privilegiato testimone dura da una mezzoretta circa. Non capisco nulla delle invettive urlate o sibilate, ma forse è meglio, perché se non capisci le parole, puoi concentrarti sui gesti, le espressioni, sull’atmosfera.
Le hostess hanno  il viso preoccupato e  quasi di terrore quando il Capitano prende la parola: è questo il momento in cui la folla riprende a insultarle, dopo le varie interruzioni dell’ostilità favorite da una risata, un breve pisolino o dal comsumo saltuario di un raviolone fritto.
Il capitano sembra fare incazzare tutti ogni volta che parla. Adesso è zittito dopo l’apparentemente innocua frase “gentili passeggeri buongiorno”.
Il vicino prova a spiegarmi qualcosa: il motivo principale, o la scusa, è il solito traffico aereo.
La stessa persona che rideva per le smorfie del nipotino un attimo fa è ora una furia invettiva, le parole e i gesti del capo-riotto, il sino-meridio,ora ingenerano grasse risate ora sono seguite da indignati cori di supporto, “alla Bastiglia!”. Ho notato in altre occasioni che i componenti del capanello sono spesso in instabile equilibrio tra la partecipazione attiva e il ritorno alla quieta osservazione del fatto, tipo davanti alla televisione. Uno o più  capi carismatici, i famosi riottosi, possono essere genuinamente e continuativamente incazzati, a loro il compito di conquistare il capanello, così facilmente composto, per portarlo eventualmente all’azione.
Il potere ipnotico del capo-riotto, il caos del piccolo evento, la reazione del braccato e la morfologia del territorio che ospita il capannello possono essere elementi che decidono il passaggio dal livello zero (”che paciocconi bravaccini sti cinesi, tanto simpatici e pazienti, ma come fanno? ma chi li smuove, chi li può fare incazzare?”), al livello uno (”orca, anvedi sti teneri simpaticoni di cinesi quando s’incazzano!”), al livello due (”maddai! le vecchiette si sono alzate all’unisono dalle sedie al dondolo e stanno massacrando un plotone di poliziotti, a mano nuda! Poi arrivano i Poliziotti Armati e si mangiano le vecchiette, così a crudo”).

Anche nel piccolo ma significativo riotto di cui sono testimonial, non ci sono convinti e coerenti incazzosi, tolti i capi facinorosi. Uno si alza e partecipa alla protesta, l’altro si rimette a sedere e tira fuori il sudoku elettronico… le hostess con senso del dovere seguono in continuazione la lucina arancione della chiamata di servizio, per sorbirsi il cazziatone di chi si è prenotato per primo. Una decina di persone sempre in piedi, a turno cercando di raggiungere il fortino del Capitano. Poi tornano eventualmente a sedersi, o si mettono in coda per la toilet.
Anche il tabù del passeggiare durante le manovre dell’aeroplano viene infranto. Durante le manovre, molti continuano le loro scorribande lungo i corridoi.
Adesso, praticamente si decolla con due o tre persone che ancora passeggiano lungo il corridoio, eccitate per la partenza, intente a commentare la bella sessione di riotto, il quale si è interrotto improvvisamente e senza strascico alcuno, al primo rollio dell’aeroplano.

 
Le fonti, ufficiali e non, si dividono sul numero preciso di sommosse che ogni anno nascono e soffocano in Cina. Tutti parlano, comunque, di decine di migliaia, mica pizza e fichi.  
 

To be continued

 

China Daily, November 19, 2008

1.000 CLASH WITH POLICE IN GANSU

A crowd of 1.000 people stormed a local Party headquarters in Ganzu province, smashing cars and clashing with the police following a land dispute, government officials said yesterday.
More than 30 people seeking redress for the loss of their homes and land were joined by hundreds of others outside a petitions office in Longnan, the city government said in a statement on its website.
The petitioners “were provoked by a small minority of people with ulterior motives. (Office) staff and police were beaten and more than 60 were injured,” the notice said.
After repeated attempts at mediation failed, police “had no option but to use force to disperse the leaders of the riotting criminals” it said.
But they were “met with a hail of rocks, bricks and flower pots, and attacked by people with iron bars, axes and hoes.”
Rioters later charged into the compound, smashing windows and looting office equipment in two buildings, and torching cars, it said. Some hijacked a fire truck, but were stopped by police, it said. Law enforcement authorities took firm measures to bring the situation “under control”, it said, without providing details.
Agencies