Posts Tagged ‘cucina cinese’

Guangzhou, November, year 3: the beast and the one cloth

Sunday, December 14th, 2008

Atterriamo a Shenzhen con 4 ore di ritardo.
Vibra subito l’sms di Sally “We wait  exit”
Ahia…
Un cartellino col mio nome stampato mi attende agli arrivi nazionali. Sally e Tony lo stanno reggendo insieme, sorridenti, come fosse il loro bimbetto al Battesimo, di fronte al fotografo. Visi simpatici e cordialissimi.
Lei è giovane, poco sopra i 25 anni. Un metro e 65, capelli lunghi, masticazione al contrario in fondo ad un viso affilato, espressione dolce e gentile, gli occhi stretti sotto occhiali spessi.
Indossa calze finto-sexy finto-autoreggenti , con banda scura appena sotto l’orlo della gonna corta, lo stivale di pelle polimerica. Camicia scura, maglioncino verde con collettone chiuso da due laccetti, giubbino di jeans.
Ci sono 28 gradi, ma è inverno.
Lui ha i soliti 28 anni. Poco più alto della collega, faccia sveglia, occhi grandi, sorriso curato, è vestito piuttosto bene. Solo la capigliatura da playmobil Cinese tradisce il contesto estetico d’origine. Pantalone beige, camicia bianca, giacca di tela leggera, giubbino sottobraccio. Scarpa normale, allacciata, di finta vera pelle marrone.
Tonino è l’export manager con la minore padronanza dell’inglese che abbia mai incontrato nei miei viaggi in Provincia, nonostante le belle scarpe.
Incontrati, ci stringiamo la mano, ma non sa dire neppure “Hello”. Cioè, sono certo che lo sa dire, anche lui è stato bimbo asiatico, però non gli viene.
Non parla neppure Cinese, sorride eccitato ed emette tanti “ah ah ah”.
Parlo un po’ con Sally, mentre recuperiamo la Honda van nel parcheggio dell’aeroporto.  Anche Sally non è esattamente madre lingua, ma si può parlare senza alcun problema.

In auto rompiamo un po’ il ghiaccio, il mio cinese tremendo li fa rilassare. Sally ride come una matta. Toni  si lascia andare e, mentre ci guida verso la città di Panyu, mi ripete tutte le parole che conosce nella lingua di Shakespeare:
Undersdand
Mi se tie le se..
Come?
Miseteless
Mm..
Mis t less Mo Yan!
Ah! Mister!
E infine, disco.
Percui, tre parole: understand, mister (mistress per la verità) e disco. Gli ricordo pure di Hello, pizza ed AC Milan e il vocabolario si arricchisce. Non riusciremmo a coordinare persone e risorse per il raggiungimento di un fine complesso, ma il bagaglio di parole in comune è più che sufficiente per affrontare una decente conversazione su calcio, donne e tempo libero.
Poi iniziano a parlare tra di loro e io mi godo il sole che scalda il finestrino.
 
Sally però mi sta dicendo che “Tony thinks you beautiful”
“thank you, thank you Toni”
“yes, eyes beautiful”
Non mi stupisco più ma mi fa sempre ridere. Anche perché in Italia solo la mamma e la sorella maggiore mi dicono che sono bello.  Ok, magari lo sporadico ammiratore dei lineamenti nativi apulo-mediterranei, un’amante commossa, ma non certo il responsabile commerciale del fornitore.
Mi stupisco molto di più quando Sally, ad un certo punto, mi dice: “you’re a beast”
“come dici scusa?”
“you’re a beast”
 
Eppure se  l’interlocutore, specie in un ambiente lavorativo, vuole dirmi che sono una bestia, il che ci sta, voglio dire, mi aspetto un’altra espressione, boh, forse il contesto sarebbe diverso.
Sempre più sono convinto che, stando a lungo in Cina, sto perdendo il senso del contesto.
Forse è assolutamente naturale che Sally mi stia dando della belva.

Poco dopo ci fermiamo.
Siamo in un bel posto, verdi colline e tutto. La giornata splendida, calda, il cielo terso e invernale.
Il ristorante è all’aperto, loggiate aperte e ampi gazeebo. E’ vuoto a quest’ora. Per andare a lavarmi le mani  scendo le scale, passo dalla cucina, tremenda, arrivo ai bagni. Meglio della cucina ma pur sempre tremendi.
Torno al tavolone rotondo. Mi sento in forma, ho un certo appetito, per cui oso:  “mi piace molto la cucina cinese”.
Il che ovviamente è vero, però  spesso le pietanze scelte dai miei anfitrioni in simili circostanze, servite in posti simili, non sono sempre da stella Michelin.
Tonino, rinfrancato, ordina.
Non è proprio un banchetto: rispetto al solito trattamento clientelare si tratta anzi di uno spuntino.
Ha scelto tre piatti.
Sono tutti freddi. E di una tristezza, di un pallore disarmanti.
La prima scelta, il piatto forte, è il mio incubo personale, fatta eccezione per le pietanze folkloristiche, tipo pisello d’asino alla cacciatora: il famoso piattone misto di giunture suine al guazzetto.
In pratica devi metterti in bocca una rotula intiera e succhiare il sanguoletto e gli altri umori sopravvissuti, fino a che ha senso risputarla nel piatto. Se hai culo ti capita un bel pezzo di cartillagine che prende la forma dei tuoi denti per un po’ e si disidrata fino a perdere l’ingoiabilità, pronta ad essere appiccicata sotto il tavolo.
Il secondo piatto è già meglio, pur nella sua subdolanza.
Si tratta del frittatone di gamberettoli minuscoli, (involontariamente) fermentati e marinati in salsa d’aceto. Possono essere bastardi, perché hanno l’aspetto innocuo e rassicurante del gamberetto (dell’acaro più che del gamberetto, in effetti), ma spesso ti stupiscono con un sapore acido da pesce marcio che ti prende lo stomaco e ti lascia senza parole, mentre ti chiedi come può un cosetto così piccolo essere tanto fetente.
Perché non è il mazzetto di crostacei ad essere fetente: il singolo gamberino ha in sé tutta la fetenza che si possa immaginare.
Quelli di oggi sono invece mangiabilissimi, sanno di poco. Un vago sapore di pesce marcio: sorrido sollevato…
Il terzo piatto potrebbe essere buono, nella sua insipidezza, se fosse quello che sembra e cioè una pastella di bambù e tofu. Ma Sally e Toni, pur non riuscendo a spiegarmi di che animale si tratti, insistono sul fatto che si tratta di carne. Non oso chiedere di indicarmi almeno la parte anatomica dal quale è stato prelevato sto tortino pallido.
Me ne frego, tre anni di viaggi nella Provincia mi hanno insegnato a superare la sindrome da tenda indigena, che se non finisci lo sfornato di denti guasti il capo villaggio ti fuma vivo nel calumè, ben che ti vada. Dopo aver assaggiato tutto, smetto semplicemente di mangiare. Tutto qui.
 
La chiacchiera è allegra, i miei nuovi amici simpatici. E intelligenti.
Non accennano al fatto che ho mangiato poco, fanno acute osservazioni meteorologiche, dimostrando una certa istruzione geografica.  Certo noto qualche lacuna, ma anche una grande curiositè intellettuale.
Quando dico di abitare vicino a Milano (lo so, in realtà sono Apulo-bresciano, ma all’estero si incontrano solo Italiani Milanesi, Romani e al limite una comitiva di Veneziani, non me lo invento mica io), dicevo, quando dico di abitare a Milano, i commensali emettono gridolini ammirati ed eccitati: Milan è in Italia!
Quando affermo che Luoma è la nostra capitale e che pure Venezia è italiana, creo la stupita felicità che può aver provato l’irredentista ante-litteram svegliatosi da un lungo coma dopo Sadowa e Porta Pia.
Firenze, Toni non ne ha mai sentito parlare, Sally era convinta fosse un fiume. Ma per il resto la conversazione scorre liscia e senza stupori reciproci.
Toni paga il conto con una certa signorilitè. Arrotola casualmente una banconota da 50 yuan nelle mani del maitre di sala, più di cinque euro. Non riesco a contare il resto, si tratta di poche monete.
Si può andare in azienda!
 
Sono un po’ eccitato, curioso, è la prima del suo genere.
Mi chiedo come sia organizzato lo studio tecnico: dovrebbe esserci una discreta attività di ricerca e sviluppo, almeno qui.
Giunti in azienda, parcheggiamo di fronte al capannoncino e non ci vuole molto per capire che l’ufficio tecnico è da qualche parte in Giappone o a Taiwan, presso un concorrente qualsiasi.
Il capannone è minuscolo, ci sono un paio di vecchi macchinari usati, un piccolo gruppo stampa da assemblare e una macchina completa, pronta a stampare.
La situazione, le persone, il macchinario stesso fanno un po’ tenerezza.  E realizzo in un attimo di aver perso un’altra giornata.
Dal punto di vista meramente lavorativo, beninteso: non avrei vissuto la sensazione di sbigottito stupore nell’osservare Sally che mi da della bestia e aspetta sorridente un mio commento a riguardo. 

E non avrei potuto godermi il ciondolo da specchietto retrovisore più grande del mondo.
E’ fatto di corda rossa, grossa come una cima d’ormeggio, che si attorciglia a formare il classico motivo augurale cinese a fiocco gigliato. Il manufatto è appeso alla parete nobile dell’ufficio del general manager (che disgraziatamente non posso incontrare: è nel Sichuan questa settimana), alle spalle della scrivania direttoriale, ed è alto un metro e settantotto al meno.
E’ bellissimo.
 
Per quanto mi riguarda sarei al posto così, appagato da tutti i punti di vista.
I miei ospiti mi invitano invece a tornare in stabilimento per visionare la prova di stampa. E’ ufficialmente il motivo per il quale sono venuto, non posso esimermi.
Ovviamente si apprestano a stampare la stessa grafica della fiera, nulla di nuovo. E fa tenerezza osservare la trentina di fogli in tutto che mi hanno preparato per la prova.
Il tempo di iniziare, sono ovviamente già finiti, ingenerando stupore e delusione tra tutti i presenti.
Per non fare una strage di faccia, debbo esprimere vistosi ed esagerati complimenti alla stampa appena fatta: se è così precisa dopo 30 fogli, chissà come sarebbe alla fine dell’avviamento, mica male davvero!
Il mio apprezzamento rimette grinta a tutti, il capomacchina sta già raccogliendo i fogli stampati per girarli a faccia in giù e ricominciare la stampa. Altri venti secondi, altro stupore: i fogli sono finiti di nuovo.
A questo punto me ne frego, lascio la maschera sorridente: pensino un po’ anche loro alla propria faccia.

Voglio andare via quanto prima perché ho da fare in albergo, allora inizio a spiegare cosa organizzeremo per la prossima importante visita, sempre che le Sorelle approvino i campioni da loro consegnati.
Per prima cosa possibilmente andremo  a visitare un loro cliente rappresentativo per visionare una stampa complessa, significativa, in quadricromia su cartoncino patinato etc etc…
Orca, il tempo di dire “rappr” di rappresentativo e sono già in auto, direzione ignoto cliente. Ci facciamo un’ora di macchina per le zone industriali di Panyu e raggiungiamo la meta.
Prima di entrare da Rappresentativo, Sally mi ferma e mi dice: “you holly well one close”
“Sorry?”
“you holly well one close”
“I do”, annuisco, sperando di non aver confermato qualcosa di terribile.
 
Ed entriamo senz’altro.
Il capannone è piccolo e c’è poco movimento, quasi spopolato e vuoto. Non sembra neppure un’aziendina cinese. Ci sono 3 macchinari, di cui uno spento, un altro forse “in manutenzione”, sul terzo stanno facendo un avviamento di stampa.
“Siete in ferie?” chiede Sally a Rappresentativo, che sembra un po’ imbarazzato mentre farfuglia qualcosa.
E’ la crisi! La crisi è arrivata fino alle aziendine della Provincia Cinese. Oggi questo scatolificio ha poco lavoro, tutto qui.
Finalmente l’avviamento è pronto. La stampa è significativa nel senso che sullo scatolone d’imballo stanno riproducendo una scrittaccia nera per un’azienda della ELF, del gruppo francese Total.
Senz’altro il collegamento con un’azienda Europea di fama mondiale dà lustro all’operazione, ma dal punto di vista tecnico l’inutilità della giornata è solo confermata.
 
Prima di salire in auto Sally mi ripete: “you holly well one close”
Ma sta volta mi fa cenno, e io finalmente capisco. Sono proprio tonto, ovviamente mi stava dicendo: “you only wear one cloth”, indossi solo un vestito…
 
Mentre rifletto sul significato di questa osservazione, mi squilla il telefono:
“WEEEEI!?!?”
Un pugno nell’orecchio: un pazzo sta gridando in Cinese, tipo Ruggito del Leone.
“wei?”
Altri barriti.
“Chi sei?”
Un gemito, un breve lamento da lupo braccato, e mette giù.
Non ha sbagliato numero, ha detto il mio nome: uno dei prossimi tre appuntamenti si profila interessante.
 
Riesco a resistere alle forti pressioni di Toni e Sally che mi chiedono di tornare in azienda: mistress Mo Yan, magari un’altra prova di stampa? Sicuro che non voglio dormire a Panyu? Il giorno dopo potremmo farci un bel giro alla fiera di Canton forse? Almeno una spaghettata di giunturine, questa sera?
Tonino è un po’ triste quando capisce che non cederò a nessuna tentazione: purtroppo devo lavorare.
“la prossima volta disco disco insieme festa festa dai”
Certo Toni, la prossima volta disco disco insieme (non è una citazione da the Zohan, dice proprio così).

In treno, verso Canton, non riesco a concentrarmi sugli appuntamenti del giorno dopo.
Viaggiare.
Un incontro imprevisto, il discreto passante
la sua intelligenza per un attimo.
Ha già proseguito il cammino, ma una porta è lasciata aperta,
non so dove affaccia.
Luce nuova dentro di  me allunga ombre strette oltre la polvere, il vento la solleva.
Il vento caldo di dubbi nuovi, domande ardono
e ho sete di risposte:
Sono una bestia?
E sopra tutto: indosso un solo vestito?