Posts Tagged ‘paradosso’

Quarta Metà: Cangnan, July, Year 4. The Equatorial Taiga Paradox and the Old Memories Brought About

Saturday, October 17th, 2009

 

 

Precipita umidità, sulle campagne del Zhejiang.

O meglio, le gocce d’acqua giallastra non precipitano, bensì salgono, si sparpagliano, ondeggiano cullate da un’aria inquinata e calda. Il termometro segna quarantadue gradi celsius. Sembra di stare in un bagno turco.

E’ anche buio come nel bagno turco, pur essendo le dieci di mattina.

Questa è la vista fuori dal finestrino: qui dentro, in macchina, c’è la solita taiga. L’aria incondizionata sputa vento ghiacciato, emettendo un suono cupo e sinistro. Il suono lontano della tramontana che soffia in altra vallata.

Il mio corpo sta tremando, iperstimolato dal paradosso tra quello che percepisce l’occhio e ciò che sente l’epidermide.

Immagino un compressore da ghiacciaia industriale nascosto nel capace bagagliaio di questa Buick.

 

In Europa abbiamo avuto un fenomeno simile nei primi anni Settanta, coi prototipi d’aria condizionata.

Ricordo viaggi lungo l’Autostrada del Sole, si andava al mare in Puglia. La radio forse trasmetteva i Bee jees, You should be dancing, o Battisti. Ancora tu.  

L’auto del babbo era progettata per quattro passeggeri, un “due+due”. Noi eravamo in quattro solo dietro. Io e mio fratello incastrati in un sedile, le mie sorelle accatastate sull’altro. Tutto attorno a noi i bagagli che la mamma non era riuscita a stipare nel baule. Se per sbaglio aprivi un finestrino, usciva fuori Pandora con il vaso in una mano e una borsa termica con le mozzarelle e la burrata fresca nell’altra.

Ma non c’era bisogno di aprire finestrini. Né tanto meno i portelli: non si scendeva per alcun motivo. Ogni 70 chilometri circa il babbo doveva fermarsi per fare benzina, ma la pausa aveva la durata di un pit-stop da formula uno. Con tanto di cambio gomme.

“Mamma ho sete”

“basta capricci, adesso siamo arrivati!”

Non eravamo affatto arrivati, io pur bambino lo capivo che era ancora mattino e si sarebbe fatta sera. Ma non erano quelli anni in cui si metteva in discussione un comando.

Bere significava perdere tempo per l’acquisto della bottiglietta d’acqua (le bibite gassate tipo Coca Cola, a casa, erano ancora classificate come droghe stimolanti e allucinogene). E poi altro tempo perso per la conseguente pausa pipì: alla mamma non era sfuggito certo che le due cose erano spesso collegate.

Vero è che all’epoca non c’erano cinture di sicurezza a premere sui reni e stimolare la corsa al bagno.

Niente cinture di sicurezza, certamente, come neppure airbag, ABS, servosterzo/servofreno, seggiolini per infanti, eccetera. Il controllo della pressione degli pneumatici consisteva in una pestata coi piedi del benzinaro: “sgonfie dotto’, ‘na bella soffiata?”.  Non so perché, ma ho il ricordo di un uomo enorme e rosso di capelli che dice ‘sta frase, mentre fa una specie di smitragliata con la pistola dell’aria compressa e mi guarda dritto negli occhi, pur rivolgendosi a mio padre.

Leccarsi i baffi che c’avevi i fari. Nell’auto del babbo questi erano nascosti sotto due piccoli pannelli, in fondo al lungo cofano: si alzavano per dare una fugace illuminata e si abbassavano subito, finita l’abbisogna, quasi per pudore di questo zotico sfoggio di sicurezza.

La frenata, a certe velocità, era più che altro una dichiarazione d’intenti. Un modo per occupare il piede destro e resistere alla tentazione di dare un’altra acceleratina, mentre l’attrito atmosferico o la fortunata presenza di una salita facevano il loro lavoro e rallentavano eventualmente  la vettura.

L’uomo era già allunato da alcuni anni, non era una questione tecnologica. L’automobile doveva essere quanto più pericolosa: doveva correre, tutto qui. Dal futurismo alla Uno turbo, dagli esperimenti di velocità di Marinetti a quelli del babbo, che si lanciava a 270km/orari in autostrada con quattro bimbetti accalcati nell’angusto abitacolo posteriore .  La strada si deformava, la testa di mamma si deformava, le curve dovevano essere intuite prima che percepite dall’occhio, o sarebbe stato troppo tardi. Ed era la cosa più normale del mondo. Oggigiorno un tribunale dei minori, noiosamente e anglosassonamente, metterebbe i quattro figli in subitaneo affido per molto meno.

I due grandi bocchettoni dell’aria condizionante sparavano elio liquido e scaglie di ghiaccio. Il babbo l’accendeva, ci ibernava ben bene e poi spegneva. Io ne profittavo per dissetarmi succhiandomi le braccia, aggirando così il divieto d’idratazione di mamma. Rimanevamo belli freschi per un po’, pur sotto il sole autostradino di Ferragosto. Quando il ghiaccio iniziava a sciogliersi da sopracciglia e baffetti, si riaccendeva ancora un po’.

Ricordo i vestiti da side-car dei miei: giubbotti di pelle, foularini a tinte calde e vistosi occhiali da sole. Forse anche un caschetto di cuoio con allacciatura sotto mento, ma non ne sono sicuro.

Noi bimbi avevamo il solito abbigliamento da Passo del Tonale.

 

Cerco di  rifugiarmi in piacevoli ricordi. Perché oggi non è giornata, non mi godo nulla, me ne frego.

Ma questi continuano a parlarmi.

“No Justin, non ho fame, sono le 10 e 30”

Se continuo così lo faccio piangere oggi, il Justin.