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Quinta Metà: the State of the Chinese Motorbike Industry and the Search with No Warrant

Sunday, November 15th, 2009

 

Arriviamo a Cangnan verso le 10.50, riesco a rimandare il pranzo.

In azienda, Justin mi ripete per l’ennesima volta che adesso sono diventati un “gruppo”.

Indica orgoglioso i due enormi caratteri blu che campeggiano sopra la palazzina degli uffici: gruppo!

Nell’entrare mi spiega che hanno anche diversificato leggermente la produzione.

“e cosa fate ora, quali tipi di packaging?”

“facciamo auto!”

“auto?”

“sì, automobili e scooter elettrici”

E mi mostra una specie di pulmino di Gardaland che effettivamente ricorda un’automobile. Istintivamente allontano lo sguardo e cerco subito di dimenticare quanto ho visto.

Alla sinistra c’è una galleria illuminata da neon bianchi, vetrate sull’esterno, dove sono parcheggiati una dozzina di scooter.

La loro produzione.

Sembrano già vecchi. Come i neonati maschi gallesi, che paiono già rugbisti calvi di mezza età, rimpiccioliti nel fisico per esigenze sceniche e sistemati alla meglio in una culla col doppio fondo.

Questi scooter somigliano proprio a quei bimbetti gallesi, ma addobbati a Capodanno Cinese: luci, faretti, leds e occhi di bue sono sparpagliati sull’intero veicolo, apparentemente a casaccio.  Mancano solo i fuochi dell’artifizio.

Gli abbinamenti dei colori (ogni scooter vanta quattro o cinque diverse tonalité) sono al di là della mia percezione oculistica, non li capisco. I nervi ottici mi provocano un momentaneo daltonismo, forse per istinto naturale di sopravvivenza e adattamento.

Un tubo di uranio impoverito galvanizzato segue l’intero perimetro del motorino fungendo da paraurti. Intercetta ogni tipo di urto, a proteggere l’autista, il passeggero, finanche il passeggero dall’autista e viceversa. Non riesci neppure a dare un buffetto alla ragazza seduta dietro di te, che certamente ti incarti in un pezzo di paraurti e rischi pure di farti male.

La vera funzione di questo scudo protettivo in effetti, a mio modesto giudizio, non è la sicurezza: esso è fintamente difensivo, essendo utilizzato più che altro a scopi di intrusione e offesa. Il pilota cinese, me l’immagino completamente inespressivo, viso di balsa  e occhio inquietante, mentre si fa largo nel traffico e minaccia, forse scorna, tampona o sperona l’avversario stradale.

Le ruote sembrano più piccole del dovuto, non ne sono certo, ma la fantasia non può che correre al crostaceo macrocefalo dalle zampette corte che a volte ti sorride triste da un acquario del ristorante cinese di Provincia.

I sedili sono rivestiti di pelle finta-plastica (che il brutto sembra essere ricercato, come un’operazione di marketing mirata all’enorme nicchia che si vuole aggredire: il consumatore cinese spaventato dal bello).

Lo scooter ammiraglia sfoggia invece un sedile di una certa eleganza: qui è stata utilizzata una plastica finta-pelle. Pelle squamata.

In natura esiste un animale grigio-verde con grosse squame ovulari? E i due caratteri del brand in rilievo. Oltre al dragone, intendo.

I tappetelli poggiapiedi sono arricchiti con eleganti figure serigrafate a motivi faunistici, mitologici e floreali.

La scocca dei motoveicoli si spinge aerodinamica in avanti, dando un aspetto aggressivo a mezzi che sarebbero altrimenti di basso profilo, nella loro sobria semplicité.

Solo la plancia di comando  prende elegantemente le distanze dalla lussuria che la circonda. Cruscotti senza grilli per la testa. Quadrati, coperti da una plastichina già ingrigita e segnata, indicano il necessario: velocità, numero di chilometri percorsi, spia della batteria.

Nel guardarli Justin sembra commuoversi per un attimo.

“Duemila renminbi. Costano solo duemila renmimbi”.

Effettivamente con 200 euro te ne porti a casa uno.

E poi? Che fai lo usi?

 

Possiamo andare in ufficio.

Ma anche no: è forse meglio passare subito dall’albergo, fare il check-in, sistemare le mie cose.

 

Il Wu Hao, orgoglio della città, è effettivamente un alberghetto decente a quattro stelle cinesi.

Avevo già prenotato via internet. Consegno il passaporto e ritiro la carta magnetica. Justin e l’autista chiedono alla signorina quanto ho pagato.

Salgo in stanza. Mi seguono. Provo ad allungare il passo ma me li trovo al fianco, quando apro la porta.

Immediatamente fanno irruzione.

Prima analizzano l’architettura della camera. Non si accontentano di dare un’occhiatella: devono percorrere fisicamente, pestare, palpare ogni angolo della stanza.

Poi entrano nel bagno con le scarpe, aprono il rubinetto e tastano l’acqua, studiano i pacchettini col pettine, lo spazzolino, le cremine. Tornano in camera e l’atteggiamento somiglia sempre di più a quello della perquisizione. Prendono ad aprire cassetti, ispezionano ogni angolo, spostano le sedie, studiano il contenuto del frigobar.

Io non mi sono praticamente mosso dalla porta d’ingresso, ho solo messo la valigia nel piccolo corridoio  senza partecipare alla perquisa, nella speranza che la mia inattività sarebbe stata in qualche modo notata e letta come segnale di protesta.

Sicché quando Justin fa per sdraiarsi sul letto, con scarpe e tutto, non mi trattengo e utilizzo l’arma segreta, il piffero magico: “amici, andiamo a mangiare?”